- Scritto il 25 gennaio 2012
in Il Fatto Quotidiano
La rivolta che è scoppiata da alcune settimane in Sicilia e che si è imposta con prepotenza nei mezzi di comunicazione meno vincolati dagli attuali centri di potere è, nello stesso tempo, l'espressione evidente delle condizioni di disagio e di miseria che toccano una parte notevole della popolazione siciliana, come di quella di tutte le altre regioni non solo meridionali. In particolare degli agricoltori e degli autotrasportatori, ridotti allo stremo dalla mancanza di carburanti e di generi alimentari che si fa ormai sentire nell'isola.
Parlare per questo - come pure si è fatto - di reviviscenza del separatismo del ‘43-'47, non serve ad aiutare la comprensione del fenomeno di oggi. La grave crisi economica che ha colpito l'Italia, ma anche l'Europa e gran parte dell'Occidente, senza che i governi siano stati in grado di elaborare e attuare adeguate misure per l'inversione del cammino e per la crescita economica della maggioranza della popolazione, è alla base anzitutto di quello che sta succedendo in Sicilia. Se a questo si aggiunge la crisi politica e morale che attanaglia la penisola, soprattutto per i quasi vent'anni di berlusconismo e l'incapacità del partito democratico e dei suoi alleati di reagire adeguatamente all'egemonia culturale della destra, si può comprendere la difficile condizione dei siciliani, come degli italiani. (continua)
- Scritto il 9 dicembre 2011
in Il Fatto Quotidiano
Un gruppo, formato da Giuseppe Casarrubea e Mario Cereghino e da chi scrive, ha ricostruito, attraverso ricerche negli archivi inglesi e americani aperti dopo il decreto del presidente Clinton nel 2000 e liberati dal segreto di Stato che invece in Italia domina ancora. La ricerca storica ha dimostrato che nel nostro paese le resistenze alla democrazia repubblicana sono state più forti dei partiti politici e delle correnti culturali che volevano fondare un nuovo Stato, democratico e repubblicano. Leggendo con attenzione i documenti che vengono dagli archivi del Terzo Reich ma anche da quelli del Regno britannico e degli Stati Uniti del presidente Roosevelt si rende conto di alcuni elementi che gran parte degli storici, nel primo cinquantennio di lavoro ricostruttivo dopo la seconda guerra mondiale, hanno senza dubbio trascurato.
Il primo è l'atteggiamento filotedesco che il pontefice Pio XII (ossessionato dal timore di una vittoria comunista in Italia) tiene negli ultimi due anni di guerra, 1943-45, sperando fino all'ultimo nella vittoria finale della Germania nazionalsocialista. Sulla politica del papa cattolico si rivela perfetto il giudizio storico, emesso alcuni anni fa da Giovanni Miccoli che ha messo in luce nel suo libro su Pio XII del 2007, l'eccezionalità della crisi vissuta dal pontificato e l'indubbia incapacità di papa Pacelli di cogliere la difficoltà, insuperabile per la Chiesa cattolica, di difendere la causa nazista e fascista, pur di fronte alla difficile e contraddittoria alleanza politica tra le potenze democratiche e l'impero sovietico. Il secondo elemento importante è la grande rinascita della mafia siciliana, segnalata più volte dagli agenti inglesi e americani (in particolare dell'Office of Statregic Services degli Stati Uniti), che sottolineano nello stesso tempo, il tentativo di riorganizzare il fascismo in Sicilia e nell'Italia meridionale, secondo un progetto che era stato a suo tempo del segretario del PNF Alessandro Pavolini e che vuole mettere insieme le disperse forze contrarie al bolscevismo e al pericolo comunista. (continua)
- Scritto il 12 novembre 2011
in Il Fatto Quotidiano
I dati ufficiali che emergono dall'ultimo rapporto (denominato report APEF, del 23 settembre 2011) dell'Organizzazione Europea per la Cooperazione e lo Sviluppo (OCSE) che raggruppa 34 paesi e di cui fa parte l'Italia, sono particolarmente significativi su quello che qualcuno di recente ha definito, in parte a ragione, l'arretratezza culturale del nostro paese e, in importanti giornali europei e occidentali, definiscono più apertamente l'ignoranza di massa che domina il nostro paese.
Nessuno peraltro ne ha riferito agli italiani con i mezzi di comunicazione di massa (che ormai da qualche anno chiamiamo "generalisti" e non specialistici). Insomma, attraverso i telegiornali o i quotidiani che riferiscono ogni giorno le notizie di qualche rilievo. Ed è la prova, ancora una volta, del profondo distacco che separa le classi dirigenti italiane dalla popolazione e di cui le forze politiche organizzate non hanno ancora deciso (purtroppo) di prendersi carico in maniera adeguata. Ma quei dati sono, come ogni anno, preziosi per comprendere anzitutto i danni che le politiche di governo (con una particolare accentuazione negli ultimi tre anni di dominio populistico ma il trend dura purtroppo da molti più anni) hanno provocato nella società italiana rispetto alle nuove generazioni più delle altre interessate ai problemi socio-culturali di cui stiamo parlando. (continua)
- Scritto il 6 ottobre 2011
in Il Fatto Quotidiano
Tra la politica di Bossi appiattita su B. e i dissidenti che rimpiangono lo spirito della prima ora le tensioni sono sempre più vistose. I media cercano di stendere un velo pietoso, ma la resa dei conti si avvicina
Se si va oltre gli slogans che percorrono in lungo e in largo la politica italiana e impediscono agli osservatori di comprendere le direzioni che prende, se non con molto ritardo, si arriva alla conclusione che la Lega Nord potrebbe esplodere. Le contraddizioni sono sempre maggiori tra la politica di Umberto Bossi e del cosiddetto "cerchio magico", schiacciata completamente sulla strategia ormai battuta di Silvio Berlusconi e quel che pensano i dissidenti e molti iscritti e militanti del movimento leghista.
Queste contraddizioni sono evidenti ma, a quanto pare, né i giornali né le televisioni di questo paese lo fanno vedere con chiarezza ai lettori. E' noto che abbiamo in Italia un'informazione malata non solo per i grandi conflitti di interessi (a cominciare da quello, gigantesco, di Berlusconi) e i gravi problemi interni a tutti i partiti politici. Così emerge poco o nulla il fatto che persino in parlamento (cioè all'interno di quella società politica, pur così lontana dalla società civile) si vedano di frequente ex parlamentari della Lega Nord che hanno fondato qualche anno fa l'Unione Padana Alpina che a Bergamo e nelle Valli Bergamasche sta raccogliendo migliaia di iscritti. (continua)
- Scritto il 12 settembre 2011
in Il Fatto Quotidiano
Anche le democrazie occidentali furono percorse da un antisemitismo che impedì misure concrete a favore degli ebrei. Questa sgradevole verità appare sempre più evidente agli storici
C'è una domanda che, ancora oggi a distanza di molti decenni trascorsi dalla seconda guerra mondiale e dal massacro nazista dei ebrei, emerge periodicamente nelle conversazioni tra gli storici e quelli che si interessano del passato più recente: "perché l'Europa e gli Stati Uniti non fermarono quel massacro? Quali furono le ragioni della passività con cui il mondo civile assistette al grande orrore degli anni quaranta?"
E anche a me è capitato, in Italia e altrove, di essere interrogato più volte sul problema. La domanda, nata all'indomani della catastrofe fascista e nazista, si è articolata dall'inizio in alcuni interrogativi preliminari: "Quali furono le effettive ragioni del silenzio delle potenze democratiche e liberali rispetto alla strage perpetuata nei lager nazisti e nei paesi occupati dal Grande Reich? Perché si finse a lungo di non conoscere la realtà di quell'orrido massacro? (continua)
- Scritto il 3 agosto 2011
in Il Fatto Quotidiano
La novità sui terribili avvenimenti del ‘ 92 è che nessuno aveva capito niente sulle stragi di quell'anno, sul brutale assassinio con l'esplosivo di Falcone e Borsellino, sul proseguimento dell'attacco stragista al Centro e al Nord per vincere la guerra e trattare con la classe dirigente italiana. E neppure si capì l'uccisione dell'on. Lima come il primo possibile contro quei politici che avevano collaborato con la mafia e che perciò subito dopo approvarono una legislazione dura ed efficace contro Cosa Nostra.
Non fu la reazione popolare dopo gli assassini che pure c'era stata a determinare quella rapida risposta ma il terrore che la strategia mafiosa si concentrasse proprio contro quelli che avevano tradito. Due elementi decisivi ci hanno capire finalmente quello che diciannove fa era del tutto oscuro: le indagini dei giudici siciliani che ormai sono vicini a decidere la riapertura del procedimento per l'assassinio di Borsellino, le ricerche degli scienziati sociali che hanno preso di nuovo in esame le organizzazioni mafiose e hanno verificato i radicali cambiamenti che sono avvenuti. (continua)
- Scritto il 20 luglio 2011
in Il Fatto Quotidiano
L'8 gennaio 2011 Giorgio Napolitano, il Presidente della repubblica che abbiamo avuto la fortuna di eleggere nel 2006 in un parlamento che disponeva di una maggioranza di centro-sinistra e che, in questi cinque anni, ha guadagnato il consenso della grandissima maggioranza degli italiani, ha pronunciato una frase su cui ho molto riflettuto, parlando del caso Battisti ancora aperto dopo la sua liberazione condizionale in Brasile: "E' mancato qualcosa alla nostra cultura e alla nostra politica per trasmettere e far capire davvero il senso di ciò che accadde in quegli anni tormentosi del terrorismo.
Non siamo riusciti a far comprendere anche a Paesi amici vicini e lontani che cosa hanno significato." Bisogna partire da questa frase, di cui parlerò ancora nel mio articolo, per venire a capo di una vicenda giudiziaria lunga e discussa che ha visto il terrorista di origine veneta, responsabile di quattro omicidi, fuggire dall'Italia dopo la sua azione armata con i "Proletari armati per il comunismo" e rifugiarsi in Francia, fidando sulla dottrina Mitterrand (il giovane fascista e antisemita degli anni trenta, divenuto, nella sua maturità, leader del socialismo europeo e presidente della repubblica francese) che dava asilo agli ex terroristi. (continua)