Italiani e Tedeschi

In queste settimane a leggere i giornali si è spesso colpiti da una forte insoddisfazione. Ci sono pagine e pagine su personaggi e temi al centro di lunghe trasmissioni televisive e non si parla di problemi che toccano da vicino gli italiani come gli europei. C'è insomma il rischio di un disamora mento ancora maggiore da una stampa che già nel nostro paese diffonde assai poco per la centralità dello strumento televisivo ormai da più di vent'anni. E come giudicare il fatto che nessun giornale, se si esclude qualche breve e superficiale accenno, ha parlato della dura polemica che si è sviluppata nei giorni scorsi tra giornali tedeschi (lo Spiegel e lo Stern in particolare e il portabandiera della destra berlusconiana, il Giornale di Alessandro Sallusti). (continua)


Basta con i politicanti e i giornalisti complici

In questi giorni, quando il paese sembra volgersi a superare (per la prima volta) il torpore nazionale costante, con qualche eccezione notevole, durante l'era del  populismo  trionfante e ritiene di poter avere dopo molti anni un governo "normale"-  silenziosamente attivo- e un parlamento morituro,  che non può più scatenarsi nelle diatribe, inutili e leziose, tipiche della prima parte dell'attuale legislatura, pensare a quel che si è ormai ridotta la politica nel nostro paese.

Chi mi conosce  un po' sa che non ho mai praticato, in molti decenni di vita pubblica a Torino e a Roma, il qualunquismo sempre forte nel nostro paese  né il disprezzo diffuso o l'avversione strisciante in ampi strati della popolazione verso  le nostre istituzioni pubbliche,in particolare verso  quelle parlamentari .

Ma, di fronte a quel che succede in queste settimane (e sono contento anche di aver letto questa medesima ,spontanea considerazione nell'ultimo,breve  saggio del mio vecchio amico Stefano Rodotà "Elogio del moralismo", (appena pubblicato dall'editore Laterza) è difficile non chiedersi a voce alta che cosa sta succedendo nella penisola. (continua)

Il populismo autoritario

In Italia c'è il rischio in questi giorni  che qualcuno pensi di poter liquidare in poche battute  il fenomeno berlusconiano perché, con ogni probabilità, il prof. Mario Monti riuscirà a formare in qualche giorno il suo governo e magari ad ottenere provvisoriamente un voto favorevole da parte delle due Camere.

Ma sarebbe un grande errore da parte delle nostre classi dirigenti (intendendo per esse - come è ovvio - non soltanto deputati e senatori in carica che dovranno dargli la fiducia di rito ma anche, di necessità, gli imprenditori, i dirigenti, i professori, soprattutto quelli  che, in questo momento, godono di qualche carica pubblica o privata di qualche rilievo) come di quelle masse popolari in cui, negli ultimi diciassette anni, i due maggiori partiti di governo - il PDL berlusconiano e la Lega Nord di Umberto Bossi e Roberto Maroni - hanno pescato al Nord, al Centro e al Sud e continuano ancora a pescare copiosamente, approfittando di quella indubbia ignoranza diffusa su cui chi scrive ha richiamato ieri, ancora una volta, su un quotidiano di non grande diffusione (ma, temo, con sempre scarso successo) l'attenzione dei cittadini informati e di tutti gli altri. (continua)

Il paradosso

Chi ha occasione di andare in Europa, per ragioni di lavoro o altro, ha forse  modo di rendersi conto con maggior lucidità del clima asfittico e chiuso che caratterizza in questo periodo da alcuni mesi  la nostra vita politica e culturale. Non c'è soltanto un problema crescente  di assenza, o eccessiva esiguità di risorse, per la cultura e per la ricerca, nelle scuole e nelle università ma c'è anche una difficoltà notevole di uscire dal torpore e dall'assenza di stimoli che ha caratterizzato il ventennio che si sta concludendo con il lento e  difficile tramonto del populismo autoritario di Silvio Berlusconi.

E i paradossi si succedono di fronte a chi osserva con occhio limpido la politica italiana nell'anno dei centocinquanta anni dell'Unità. Negli ultimi giorni abbiamo assistito a numerose dichiarazioni di miliardari e grandi industriali che, di fronte all'inerzia del governo Berlusconi, si pongono il problema di misure per la crescita più efficaci degli annunci forniti nei giorni scorsi dall'esecutivo. Ma da questo non arrivano risposte di nessun genere. Peraltro i danni procurati da questo ultimo esecutivo negli ultimi anni sono gravi. Per una mia vecchia deformazione professionale di studioso e professore di storia del giornalismo sono colpito dal conformismo dei canali televisivi controllati da Berlusconi in Mediaset e nella Rai ma anche della prudenza ancora usata dal Corriere della Sera di Milano e dalla Stampa di Torino che sono pronti a staccarsi dal governo ma continuano a dare un colpo al cerchio e uno alla botte perché non si sa ancora quando Berlusconi cadrà in parlamento e dovrà dare obbligatoriamente le dimissioni. (continua)

Laure italiane, disoccupazione probabile

Ci  sono due dati tra i tanti che emergono dall'ultimo rapporto, il dodicesimo, sulla condizione occupazionale dei laureati in Italia che il consorzio Alma Laurea pubblica ora  con le edizioni del Mulino: nel nostro paese la spesa pubblica per l'istruzione universitaria è la più bassa tra quella degli stati sviluppati.

L'0,80 per cento del Pil contro l'1,2 in Gran Bretagna, Francia e Germania e l'1,45 negli Stati Uniti. Per quanto riguarda la ricerca scientifica la situazione e ancora peggiore: la spesa pubblica italiana è pari all'1,2 per cento del Pil contro il 2 per cento circa negli altri paesi sviluppati. E questo avviene in un momento nel quale la disoccupazione giovanile europea è vicina al trenta per cento a causa della crisi economica ancora in corso.

I due dati si sommano a un terzo, ancora più preoccupante:le politiche di disinvestimento pubblico nei confronti della scuola e dell'università si stanno realizzando in Italia con un acme impressionante di circa 10 miliardi in meno nel triennio 2009-2011 che, per le scuole di ogni ordine e grado, implicherà una contrazione di oltre 130mila insegnanti e personale tecnico e ausiliario. (continua)

Le contraddizioni della Lega

Nell'inerzia della maggioranza parlamentare del governo che si produce soltanto in tentativi di fuga in avanti come è sicuramente la legge oscurantista sulle intercettazioni telefoniche e la segretezza delle indagini, le contraddizioni più impreviste esplodono. Le ultime due: Maroni a favore del referendum per l'abrogazione della legge elettorale vigente (nota come il porcellum) e per elezioni più vicine.Tremonti che alla riunione Ecofin a Lussemburgo dice che la Spagna sta meglio perché Zapatero ha indetto le elezioni e ha annunciato che non si ripresenta.

Ma ce ne saranno ancora, senza dubbio, nelle prossime settimane, mentre si consuma con insopportabile lentezza l'inevitabile tramonto di Berlusconi e l'affondamento del suo ineffabile governo di ministri fortemente inadeguati. Le ragioni di questa esplosione vanno, tuttavia, spiegate a chi ha ancora un minimo di interesse per questa politica così contraddittoria e degradata. (continua)

L'inesorabile divorzio tra politica e cultura

Abbiamo la sfortuna di un ministro che si occupa della pubblica amministrazione e in tre anni è riuscito a procurarsi l'avversione compatta di tutti quelli che lavorano nel settore pubblico ma soprattutto che, nello stesso periodo, non ha compiuto nessuna riforma limitandosi a frasi generali in cui proclama necessità di cambiamento radicale di cui non si è visto finora nessun segno, neppure embrionale.

Ora che la crisi del governo e della maggioranza politica di cui fa parte si è notevolmente aggravata, le sue affermazioni non parlano neppure da lontano di misure concrete che continuano a non essere realizzate ma spaziano su affermazioni che in astratto piacerebbero al ministro.

Così nei giorni scorsi ha sollevato un vecchio problema italiano che rimonta all'Unità: quello dei certificati che lo Stato richiede e ha sempre richiesto ai cittadini nei centocinquant'anni della sua vita. Ma è incorso in una gaffe che mostra ancora una volta la mancanza, da parte sua, di una concezione moderna dello stato italiano. Così ha detto che si possono abolire tutti i certificati incluso quello che si chiede alle imprese e ai cittadini per la lotta alla mafia. (continua)

Mafia.....padana

Parlare  di mafia padana significa oggi in Italia evocare un fenomeno come quello impressionante della ‘ndrangheta calabrese che, dall'Aspromonte e da Gioia Tauro, è partita per il nord e proprio nelle regioni settentrionali, come la Lombardia, il Piemonte, il Veneto e la Liguria, ha piazzato i suoi avamposti fino a diventare l'associazione mafiosa più forte non solo nel nostro paese, nelle regioni più prospere e ricche della penisola ma anche nelle due Americhe e in Europa, dalla Germania e l'Olanda alla Francia e all'Inghilterra.

I fattori che hanno reso possibile un simile risultato sono ormai noti: la persistente sottovalutazione della sua pericolosità da parte delle classi dirigenti e di governo italiane, la struttura familista della ‘ndrangheta che ha reso più difficile la diffusione dei collaboratori di giustizia, l'organizzazione a rete che ha reso possibile il segreto da parte dei capi delle famiglie, pur favorendo un coordinamento effettivo nei vari continenti. Ma non c'è dubbio che sia quella che è stata a lungo la capitale morale del paese e che attraversa oggi un'incoraggiante ripresa politico-culturale ad essere divenuta negli ultimi decenni la capitale della ndrangheta, anche se i frequenti fatti di sangue che si sono registrati anche nell'ultima estate a Roma mostrano che persiste una lotta accanita tra le due città nella contesa di un triste primato criminale. (continua)

Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

Agenda

Il libro: LA COLPA - Come e perche' siamo arrivati alla notte della repubblica

In una situazione politica di stallo in cui il berlusconismo sembra definitivamente in crisi e gli scenari futuri del Paese appaiono quantomai incerti, Nicola Tranfaglia e Anna Petrozzi propongono una riflessione dialogica sulla storia italiana dal 1943 a oggi. La loro puntuale disamina mette in luce come settori della classe dirigente italiana, degli apparati dello Stato e dell'establishment economico - spesso responsabili di stragi e delitti eccellenti - abbiano condizionato l'alternanza democratica dei governi per mantenere il più possibile inalterati gli equilibri di una società conservatrice e talvolta reazionaria. (continua)

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