Via il crocifisso di stato per rispettare tutti i culti religiosi senza simboli al muro

Ci voleva proprio un saggio su Il crocifisso di Stato come quello che ha pubblicato adesso Sergio Luzzatto (pp.120, dieci euro) in una  piccola collana einaudiana come Le vele che ha già ospitato due titoli notevoli  come Salviamo l'Italia di Paul Ginzborg e Poveri noi di Marco Revelli che gettano luce in poche pagine sul buio della repubblica che da quindici anni si dipana nella penisola affamando una parte notevole degli italiani ed esaltando il cinismo e l'ipocrisia che sembrano caratterizzare da tempo i nostri governanti, chiamati fino a poco fa, e con scarso  merito, la classe politica o dirigente  del paese. (continua)


Il modello italiano non c'è più. La crisi impone un salto di sistema

E' facile, di fronte a due nuovi  rapporti sull'Italia di oggi, quello annuale (n.23) dell'Eurispes e il Quinto rapporto dell'Associazione dei managers, patrocinato dall'Università Luiss e dal Fondo Dirigenti d'Industria, mostrare il proprio pessimismo (o essere addirittura molto pessimisti) di fronte alle condizioni del nostro paese e ancor di più su quello che ci attende nei prossimi anni. Ma - a leggere con la necessaria attenzione le oltre mille pagine complessive dei due documenti e a cercare di coglierne il significato profondo confrontandolo con il passato recente del nostro paese e con la sua attuale collocazione nell'Europa dei ventisette stati e nel mondo, si può e - a mio avviso - si deve passare dal pessimismo più nero a una condizione più problematica e tale da lasciare aperte alcune speranze non piccole di cambiamento e di riscatto nazionale.

Subito vale la pena dire - come emerge dalla considerazione iniziale del quinto rapporto della Luiss - che "nelle giovani generazioni del nostro paese ma anche nei lavoratori con maggiore esperienza, è presente un enorme serbatoio di professionalità, unito a un alto potenziale di creatività e di spirito di intrapresa, che non riescono a trovare occasioni e modalità per esprimersi al meglio. In tal senso, una delle prime responsabilità delle èlites è proprio quella di individuare i canali attraverso i quali valorizzare questo patrimonio di competenze." Insomma, afferma a ragione il Quinto Rapporto, "la nostra classe dirigente è chiamata a favorire la creazione di un "ecosistema" in grado di garantire i necessari processi di accumulazione e moltiplicazione della conoscenza per massimizzarne gli effetti positivi sull'economia e sul tessuto sociale di riferimento. Pertanto sono necessari meccanismi che consentano di fissare obbiettivi sfidanti, premiare merito e competenze senza dimenticare socialità e pari opportunità." (continua)

Diario di un Paese senza idee

Leggere oggi, trentacinque anni dopo il momento in cui Alberto Ronchey pose le sue domande sull'Italia di allora e del passato (per un piccolo libro voluto nel 1977 da Vito Laterza) a Ugo La Malfa, appare molto istruttivo per la crisi della politica che ci ha colpito nei mesi scorsi, dopo il lungo sonno berlusconiano.

Il leader repubblicano che aveva attraversato il primo trentennio del secondo dopoguerra prima nel morituro Partito d'Azione e poi nel partito repubblicano, aveva le idee chiare su due aspetti fondamentali della crisi che aveva colpito il nostro paese negli anni Settanta, quando si era esaurita la breve stagione delle riforme del centro-sinistra con i governi prima di Amintore Fanfani e poi di Aldo Moro.

La Malfa, rispondendo alle domande coraggiose e incalzanti di un giornalista intelligente quale fu Ronchey, chiarisce con poche battute alcuni dei problemi più importanti della nostra storia recente. Per esempio, il costo abnorme delle strutture pubbliche che pesano sulle forze produttive e che rendono difficili o impossibili le riforme di struttura che pure alcuni governi avrebbero voluto attuare o ancora oggi tentano di fare. (continua)

Giorgio Bocca:una vita da partigiano e da giornalista

La lotta al fascismo restò sempre la sua bussola

In un periodo storico caratterizzato da una crisi economica e politica difficile e dall'esito incerto, la scomparsa di un grande giornalista quale è stato per più di 50 anni il cuneese Giorgio Bocca, riporta tutti, con il pensiero, alla resistenza contro i nazisti e i fascisti di Salò. Una vicenda dura che ha segnato Bocca più di altre. In quei venti mesi, dal settembre 1943 all'aprile 1945, una parte non piccola dei giovani italiani educati dalla dittatura mussoliniana decisero di prendere le armi, salire sulle montagne e lottare per un'Italia libera.

Dopo la battaglia di quasi un secolo prima per conquistare l'unificazione nazionale seguita a molti secoli di divisioni e di servitù dagli stranieri quella fu una seconda grande occasione per gli italiani di mostrare al mondo come esponenti delle nuove generazioni fossero disposti a rischiare la vita per riconquistare una libertà che mancava all'Italia dall'ottobre 1922. Giorgio Bocca (che pure, fino al 1942, era stato legato alle parole d'ordine del regime) di fronte alle sconfitte militari e alla caduta del dittatore nel luglio 1943, si rese conto con lucidità della nuova fase che si apriva per l'Italia e della necessità di mettersi in gioco. A quella dura ma esaltante esperienza, che lo vide prima comandante di una brigata nel Cuneese e successivamente commissario politico di una divisione di Giustizia e Libertà, Bocca avrebbe poi dedicato uno dei suoi libri più riusciti, «Partigiani della montagna». (continua)

Pulizia morale: la cura che serve all'Italia

Chiunque abbia la fortuna di vivere nel nostro straordinario paese, ricco di bellezze naturali,oltre che di numerosissimi monumenti che la storia ci ha lasciato,accetta con difficoltà il giudizio categorico dell'Agenzia Trasparency International che pone l'Italia al sessantanovesimo posto per il livello di corruzione che la caratterizza da un tempo non precisato. Eppure, di fronte a quello che è successo negli ultimi secoli e decenni della nostra storia non c'è tanto da meravigliarsi.

Stiamo vivendo in quella che molti chiamano la terza repubblica dopo la costituzione del 1948 e che chi scrive, da storico, definisce soltanto il sessantacinquesimo anno della repubblica che si è affermata con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 dopo un'aspra resistenza armata che vide contrapposte la Repubblica Sociale Italiana, alleata con Hitler, e le zone libere del paese, governate dalle truppe angloamericane e percorse sulle montagne e sulle colline dai partigiani scesi a combattere contro i nazionalsocialisti tedeschi e i fascisti di Salò. Il presidente, Giorgio Napolitano, ha dovuto di necessità chiamare al governo per un tempo che è difficile misurare per ora (ma che sarà in ogni caso non molto lungo) un gruppo di professori e di tecnici che hanno incominciato ad affrontare i problemi più urgenti, e prima di tutto la grave crisi economica che ha investito l'Europa e l'Occidente, e l'Italia in modo particolare, dopo i danni spaventosi che il trionfo dei populismi ha generato negli ultimi quindici anni. (continua)

Tra le emergenze ricordiamoci della Mafia

Di fronte ai frequenti regolamenti di conti, vere e proprie esecuzioni mafiose, avvenuti nelle principali città italiane negli ultimi mesi e che da un po' di tempo colpiscono persino i quartieri centrali della capitale, c'è da chiedersi se anche il Lazio dovrà aggiungersi alle regioni meridionali in cui le tre associazioni mafiose più forti dominano la vita economica e quella politica. Il nostro paese è diventato ormai, per gli errori accumulati dalle classi dirigenti nei suoi centocinquant'anni di vita (aggravati senza dubbio negli ultimi anni di populismo trionfante con Berlusconi e i suoi seguaci) uno Stato aggredito sul piano economico, come su quello politico, da un fenomeno caratterizzato dalla violenza, dall'intimidazione e dal disprezzo più profondo della legalità.

Quando il segretario della maggior forza democratica di opposizione parla della necessità e dell'urgenza di una ricostruzione civile, morale ed economica del nostro paese si riferisce, tra le priorità da mettere in campo nei prossimi anni a una lotta accanita e senza tregua, anche educativa e culturale, contro i gruppi criminali. Questi non di rado sono legati a una parte della classe politica che ha utilizzato il voto di scambio e gli affari poco puliti ed è arrivata addirittura con propri sostenitori in parlamento grazie all'appoggio di clan mafiosi assai noti. Tutto avviene in un momento nel quale una grave crisi economica attanaglia da anni l'Italia che si trova in una situazione paragonabile a quella dei paesi europei più colpiti come la Spagna e la Grecia e si prepara ad affrontare - sotto lo sguardo vigile e attento del Capo dello Stato - un periodo di provvedimenti duri e immediati. (continua)

La vera Piazza

Quello che è successo in novecentocinquanta piazze di oltre ottanta paesi nel mondo spinge a non parlare (come ha fatto la destra italiana, pur con qualche parziale eccezione in tarda serata) di egemonia dei teppisti o di esplosione della violenza nella grande manifestazione politica pacifica che si è svolta ieri a Roma. Da Londra a Madrid, passando per Francoforte e per Roma, centinaia di migliaia di giovani hanno sfilato pacificamente per alcune ore contestando un mondo che vede dovunque il dominio della grande finanza e la debolezza delle classi dirigenti di governo.

In poche parole è esplosa la difficoltà e l'incapacità della politica e delle istituzioni pubbliche di prospettare alle nuove generazioni un futuro di lavoro e di inserimento socio-culturale. In Italia l'ulteriore anomalia è costituita dalla lunga agonia di un regime populistico come quello berlusconiano espressione di un patrimonialismo gretto e anticostituzionale che si è insediato al governo fin dalla metà degli anni novanta e che, nella legge di stabilità in via di approvazione, ha appena previsto altri tagli di 60 milioni di euro per le forze dell'ordine che vengono esaltate soltanto a parole. Nell'aprile 2008, una parte maggioritaria degli italiani ha votato e accettato un simile "populismo autoritario"  (continua)

Don Minzoni. Memorie contro la guerra

Pubblicate solo ora le "Memorie" del sacerdote che venne assassinato dagli squadristi fascisti nel 1923. Un cattolico democratico che partecipò alla prima guerra mondiale e ne visse gli orrori
Tra i delitti più odiosi che il fascismo ha compiuto nei primi anni della sua tempestosa storia c'è, senza dubbio, quello di don Giovanni Minzoni giovane arciprete di Argenta, un borgo agricolo non lontano da Ferrara e da Ravenna, vicino al partito popolare di don Luigi Sturzo. Il delitto aveva una doppia motivazione: religiosa e politica.

Religiosa perché al movimento mussoliniano non stava bene che i cattolici democratici si organizzassero in maniera autonoma e antagonistica rispetto al movimento nato in piazza San Sepolcro a Milano il 23 marzo 1919 che gli agrari avevano peraltro  adottato e finanziavano largamente.

Politica perché il movimento fascista romagnolo aveva  manifestato una netta ostilità contro quei cattolici che, da una parte, avevano partecipato con impegno e valore alla dura esperienza della prima guerra mondiale (ed era il caso di don Minzoni che era stato dal 1917 cappellano militare) e, dall'altra, si erano schierati dall'inizio nella battaglia per un'Italia democratica e, si direbbe oggi, non populistica né dominata politicamente da un leader demagogico e carismatico come l'ex socialista Benito Mussolini. (continua)

Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

Agenda

Il libro: LA COLPA - Come e perche' siamo arrivati alla notte della repubblica

In una situazione politica di stallo in cui il berlusconismo sembra definitivamente in crisi e gli scenari futuri del Paese appaiono quantomai incerti, Nicola Tranfaglia e Anna Petrozzi propongono una riflessione dialogica sulla storia italiana dal 1943 a oggi. La loro puntuale disamina mette in luce come settori della classe dirigente italiana, degli apparati dello Stato e dell'establishment economico - spesso responsabili di stragi e delitti eccellenti - abbiano condizionato l'alternanza democratica dei governi per mantenere il più possibile inalterati gli equilibri di una società conservatrice e talvolta reazionaria. (continua)

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