Il Caso Pontecorvo

Quando, nell'estate 1950, il grande fisico italiano Bruno Pontecorvo, uno tra i più geniali "ragazzi" di via Panisperna, in quel gruppo guidato da Enrico Fermi che annoverava Emilio Segrè e scienziati come Ettore Majorana, Edoardo Amaldi e Franco Rasetti, scomparve dall'Italia in cui era arrivato per una vacanza con l'intera famiglia (la moglie e i tre figli), la storia apparve  assai semplice: l'italiano si era trasferito di improvviso nell'Unione Sovietica perché era comunista e stava per essere scoperto e processato. Sono trascorsi quasi sessant'anni ma la sua immagine resta quella della spia e nel nostro paese non se ne parla mai  come una gloria della nostra scuola scientifica ma, al massimo, come di un caso di spionaggio e di tradimento. L'esauriente ricerca che è alla base del libro di Simone Turchetti "Il caso Pontecorvo. Fisica nucleare, politica e servizi di sicurezza nella guerra fredda".(Sironi editore, pagine 285, euro 17,50) permette, tuttavia, di ricostruire la sua figura in maniera assai più approfondita e problematica di quanto sia stato possibile finora, anche grazie all'esplorazione di archivi a lungo inaccessibili.

Entrato nel 1933 nell'istituto romano di Fisica in cui Enrico Fermi era stato  chiamato cinque anni prima alla seconda cattedra di Fisica con altri giovani Bruno Pontecorvo si dedica con l'intero gruppo alla radioattività artificiale che dà immediatamente una risonanza internazionale a quella scuola. (continua)

Italiani vil razza dannata....ma Cossiga non spiega perchè

Ci sono, mi pare, due elementi di curiosità e di interesse nel libro che l'ex presidente della repubblica Francesco Cossiga ha appena pubblicato presso Mondadori e che si intitola "Italiani sempre gli altri. Controstoria d'Italia da Cavour a Berlusconi.".

Il primo è che viene fuori un'immagine in parte fantasiosa e in parte divertente della nostra storia dall'Unità ad oggi e meglio ancora dei protagonisti che governarono il nostro paese negli ultimi  cento cinquant'anni, esclusi se non per accenni gli ultimi due, cioè Prodi e Berlusconi, personaggi che Cossiga, possiamo dire, ama assai poco.

Il secondo elemento di interesse ma anche di rammarico è che il racconto-intervista che Cossiga ha fatto con l'aiuto del giornalista Pasquale Chessa è particolarmente lacunoso proprio per quando riguarda Moro, la sua opera di governo, il rapimento e il suo assassinio nel marzo-maggio 1978.

Il paradosso consiste nel fatto che l'ex presidente fu uno dei protagonisti di quell'episodio e come ministro dell'Interno, durante i 55 giorni del dramma, ebbe notizie riservate e conoscenza dei problemi che ancora aspettiamo di sapere. (continua)

MITO E STORIA DI GARIBALDI

"Quando nel 1807 Garibaldi nasce a Nizza, c'è già una generazione adulta intenta a fare l'Italia , vale a dire come esistita nel passato e perciò di nuovo possibile nel presente. Questo se ci si ricorda di sé.Se i più lontani "ieri" tornano a ispirare e dare slancio orgoglioso alle bassure dell'oggi: Il presente, dunque,tributario del passato. La legge interna di ciò che alla fine si denominerà,coerentemente, Ri-sorgimento  è già chiara nel poema dei Sepolcri e l'anno in cui viene pubblicata quest'opera fondativa delle èlites patrottiche è quello stesso, il 1807. Noi siamo quel che ricordiamo". Così Mario Isnenghi avvia quest'anno una lunga carrellata, ricca di inedite osservazioni sul rapporto tra la vita di Giuseppe Garibaldi e la storia d'Italia.

Lo storico ripercorre la nascita e le vicende di un mito che risorge di continuo lungo tutta la nostra storia in forme diverse: nell'Ottocento protosocialista, nel Novecento interventista della prima guerra; nell'impresa di Fiume del 1919 e nella guerra civile spagnola (1936-39); nella Resistenza dei partigiani garibaldini vicini al partito comunista italiano e nei simboli elettorali del Fronte Popolare sconfitto, che raccoglie socialisti e comunisti nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948. Tutti tentano di servirsi del suo mito, persino un nipote fascista e, nella incalzante crisi repubblicana, Spadolini e Craxi. Ora la politica italiana non se ne occupa più da oltre vent'anni. Restano soltanto la Lega Nord di Bossi a utilizzarlo,con scarso successo, come antimito. Ma, al di là del mito,chi è stato storicamente Garibaldi? E che cosa si può comprendere di lui e della sua opera, a duecento anni dalla sua nascita,quando si puo' leggere l'Edizione nazionale delle sue opere, peraltro ancora incompiuta, e oltre ventimila titoli su di lui in tutte le principali lingue occidentali e orientali,incluso il cinese e giapponese? (continua)

Gramsci e la storia d'Italia

Se si scorrono le pagine di quel gran libro di storia del mondo moderno che sono i "Quaderni del carcere" di Antonio Gramsci, ora che un periodo lungo settant'anni è trascorso dalla sua morte, emergono alcuni concetti che ci aiutano a comprendere elementi centrali della nostra storia.

Se dovessi indicarli per rilevanza storica partirei, riferendomi al nostro paese, ma più in generale all'Europa e all'Occidente, dalla rivoluzione passiva al trasformismo, ai processi di restaurazione e di rivoluzione, al ruolo degli intellettuali, ai processi organici e congiunturali all'analisi del fordismo e dell'americanismo.

Ma già questi primi concetti e categorie servono a guidarci nell'analisi delle vicende che caratterizzano elementi centrali del corso storico nazionale negli ultimi due secoli, soprattutto perché servono a caratterizzare la permanenza di caratteri costanti, al di là del mutare delle forme apparenti nel passaggio dei diversi regimi che in un secolo e mezzo, ormai quasi compiuto, hanno differenziato il fluire della storia postunitaria. (continua)

Il delitto Rosselli

Nella storia dell’Italia fascista, che sembra  ormai lontana ma che costituisce ancora un luogo assai importante delle nostre vicende novecentesche, spicca, per la sua particolare ferocia, il delitto del 9 giugno 1937 a Bagnoles de l’Orne in cui vennero uccisi con il coltello e la pistola i fratelli Carlo e Nello Rosselli, il primo leader di Giustizia e Libertà, il secondo storico del risorgimento. Commisero quell’omicidio politico i Cagoulard,membri di un’organizzazione francese di estrema destra(OSARAN) che, in cambio di duecento fucili , forniti dal  Servizio di informazioni militari fascista(SIM), eseguirono l’ordine del ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, comunicato agli esecutori dal capo del controspionaggio Santo Emanuele e dal segretario del ministro Filippo Anfuso.

Si trattava,secondo la volontà più volte espressa da Benito Mussolini, di eliminare  gli antifascisti giudicati pericolosi e irriducibili nella loro opposizione al regime. Mimmo Franzinelli,autore di una ricerca che completa in maniera esauriente le ricerche fatte in tanti anni sul delitto, a cominciare dal saggio illuminante di Gaetano Salvemini, utilizzando molte preziose carte inedite tra cui quelle del segretario di Ciano, Anfuso (“Il delitto Rosselli 9 giugno 1937 Anatomia di un omicidio politico", Mondadori editore pp.290, euro 18.50) sottolinea a ragione una significativa  comunicazione riservata del 17 novembre 1936 della Direzione di polizia al gabinetto del ministro degli esteri. In essa si dice “che il noto Rosselli pare assurto a personalità più spiccata dell’antifascismo italiano nella guerra civile spagnuola:il predetto comanda una colonna sul Fronte aragonese e partecipa ai principali comitati esecutivi. (continua)

Una lunga stagione dedicata agli studenti

RELAZIONE DELLA FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA PER L’ATTRIBUZIONE AL PROF. NICOLA TRANFAGLIA ORDINARIO DI STORIA DELL’EUROPA DEL TITOLO DI EMERITO A CONCLUSIONE DELLA SUA CARRIERA

L’attribuzione a Nicola Tranfaglia del titolo di professore emerito vuole essere pieno riconoscimento del ruolo eminente che egli ha svolto all’interno della nostra Facoltà in un rapporto costante e fruttuoso con il contesto più ampio del dibattito storiografico, culturale e politico di quasi quarant’anni.

Nicola Tranfaglia è stato il primo ad avviare un insegnamento di storia contemporanea nel momento in cui l’Università cercava di aprirsi ad un rinnovato rapporto con la società circostante e ad una più profcua sensibilità alle tematiche emerse dalla crisi politica e culturale degli ultimii anni ’60.

Egli ha alimentato il suo impegno nell’insegnamento, rivolto nel corso degli anni a migliaia e migliaia di studenti e a un vasto numero di allievi, con una costante attività di ricerca di cui non è possibile qui se non indicare alcuni dei principali centri di interesse: in primo luogo lo studio del fascismo non solo attraverso contributi di rilievo nazionale e internazionale, cito soltanto la raccolta di saggi - Dallo stato liberale al regime fascista del ‘73, pietra miliare della storiografia sul tema -, ma sapendo anche esercitare uno stimolo costante all’avanzamento delle ricerche e del dibattito; gli studi sull’antifascismo con un’attenzione particolare ai fratelli Rosselli; quelli sull’Italia repubblicana con uno sguardo privilegiato alle vicende della politica nazionale, delle classi dirigenti, del Mezzogiorno e della mafia; e poi i lavori sulla storia della stampa e della magistratura, nei quali ha posto le basi per approcci in larga parte inediti in ambiti storiografici destinati poi a interessanti sviluppi. (continua)

Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

Agenda

Il libro: La mafia come metodo

Nel 1991, un anno prima delle stragi di Capaci e di via d'Amelio, era già chiaro, per chi avesse la lucidità necessaria, che la mafia o, meglio, le mafie italiane avevano un metodo di comportamento che si stava espandendo nelle istituzioni politiche e nella società civile dell'Italia contemporanea e che la reazione dello Stato si era dimostrata, fino a quel momento, debole e inefficace. Quello che sta accadendo ora appare come la conseguenza di una lunga coabitazione tra mafia e politica che è destinata a durare ancora fino a quando lo Stato non debellerà il fenomeno mafioso. (continua)

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