Il presente e il futuro della RAI

Qualche giorno fa chi scrive ha reso una lunga intervista - ed è stata la prima volta, posso assicurarlo - alla più importante televisione della Corea del Sud. I giornalisti volevano sapere una cosa precisa: come vivevamo in Italia l'ennesimo ritorno al potere di Silvio Berlusconi e come era cambiato il rapporto tra i media e la politica. Non era un semplice interesse teorico. Nel loro paese e' appena diventato presidente l'uomo più ricco, il padrone della casa automobilistica Hundaj, che ha già dichiarato di voler seguire l'esempio del Cavaliere di Arcore. Vede, mi diceva il giornalista che mi intervistava, l'Italia è un paese assai avanzato dal punto di vista economico ma, per quanto riguarda l'uso delle televisioni e dei giornali, ricorda al peggio i nostri paesi. (continua)


Segreti di Stato

Serve verità per rendere l'Italia civile e moderna

Da tre anni (12 ottobre 2007) è in vigore una legge discutibile che dà al capo del governo italiano la competenza, di fatto esclusiva, per "l'apposizione e la tutela del segreto di Stato."

L'ascesa al potere per la terza volta di Silvio Berlusconi nell'aprile 2008 ha segnato per gli italiani la chiusura totale d'ogni speranza di togliere il segreto di Stato sulla stagione dei terrorismi e delle stragi che hanno insanguinato la storia dell' Italia repubblicana in 70 anni di storia, provocando centinaia di morti e migliaia di feriti.

Dall'eccidio di Portella della Ginestra all'assassinio di Aldo Moro, dalla strage di Bologna a quella di piazza della Loggia Brescia. Qualche giorno fa Berlusconi non ha voluto neppure essere presente, né ha inviato uno dei suoi ministri a Bologna, dove pure migliaia di italiani, venuti da tutto il paese, hanno ricordato gli 85 morti di quel 2 agosto 1980.

E' un chiaro segnale, per un capo del governo che qualcuno ha definito ormai "un morto che cammina", di indifferenza e di disprezzo per tutte le vittime e rivela l'atteggiamento ambiguo di un politico che ha sempre preferito le logge massoniche e le cricche di affari ai confronti fatti alla luce del sole, in parlamento o nelle piazze.

Ma, per fortuna degli italiani, sta ormai arrivando la fine del dominio politico e culturale del leader populista. La maggioranza parlamentare, assai ampia dopo le elezioni poliche del 2008, si è ormai dissolta e il governo dovrà fare i conti ogni giorno con la scissione di Fini e con l'opposizione di centro-sinistra che ha nell'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro la sua punta di diamante. L'Italia è l'unico paese democratico in cui il segreto di Stato nasconde ancora vicende che hanno caratterizzato a lungo la nostra storia e che devono essere chiarite per mettere in luce le responsabilità di classi dirigenti che si sono opposte, e che ancora si oppongono, ai principi fondamentali della Costituzione repubblicana del 1948. Cioè alle libertà politiche, civili ed economiche, all'eguaglianza tra i cittadini, alla giustizia sociale.

Negli Stati Uniti, per una decisione della presidenza Clinton, ormai da oltre un decennio ogni quattro anni vengono desecretati materiali scottanti che si riferiscono al comportamento dei governi negli anni settanta, ottanta e novanta del Novecento.

In Italia non sappiamo ancora chi ha sparato a Portella della Ginestra nè chi è stato il mandantedella bomba alla stazione di Bologna. Dobbiamo far di tutto affinchè Berlusconi finisca di governare, coprendo gli assassini, e che chi andrà al governo si impegni a togliere il segreto sulle stragi e i terrorismi del Novecento e restituisca agli italiani la legalità, dando ai parenti delle vittime la giustizia cui hanno diritto.

E' una speranza importante per chi crede ancora nella possibilità di cambiare l'Italia e di farla diventare un paese civile e moderno

Stragi, Politica e Affari

I giudici siciliani che conducono oggi le indagini sulle stragi di Capaci e di via D'Amelio sono arrivati finalmente a un risultato che sembrava a portata di mano già nel biennio 1992-93: quelle stragi non erano frutto soltanto di una strategia terroristica di Riina e Provenzano ma ne erano stati protagonisti agenti dei servizi segreti italiani che cercavano o avevano già trovato nuovi referenti politici.

Questa conclusione l'aveva già tratta sinteticamente Giovanni Falcone quando, di fronte all'attentato contro di lui all'Addaura nel 1989, aveva parlato esplicitamente di "menti raffinatissime" che erano state all'origine dell'azione. Oggi sappiamo che alcuni agenti segreti erano presenti e erano stati identificati nella fase preparatoria dell'attentato e addirittura durante l'azione. Di fronte a questi risultati, Carlo Azeglio Ciampi, all'epoca presidente del Consiglio in carica, Oscar Luigi Scalfaro allora  capo dello Stato e Walter Veltroni che guidava i Democratici di Sinistra prima di diventare sindaco di Roma, hanno dichiarato che erano consapevoli del pericolo di un colpo di Stato in atto. (continua)

Un Paese liquefatto

Ha ragione chi si ferma un momento, dopo le ultime elezioni regionali del 28-29 marzo 2010, a considerare come è cambiata l'Italia negli ultimi anni. Queste elezioni che hanno consegnato alla destra berlusconiana, espressione del regime populistico autoritario di Silvio, regioni come il Piemonte, il Lazio ma anche la Campania e la Calabria, segnano la vittoria di un'Italia senza memoria, che ha dimenticato completamente la carta costituzionale, i diritti fondamentali degli italiani, la divisione dei poteri costituzionali, la civiltà di un paese che aveva superato il fascismo e sembrava avviarsi alcuni decenni fa a una democrazia moderna.

Ma oggi non è più così. Il dominio senza limiti di una maggioranza parlamentare e del  governo di Berlusconi trova scarsa opposizione nel paese e, utilizzando fruttuosamente televisioni e giornali per nascondere le contraddizioni e manipolare la realtà, si dipana giorno dopo giorno e pare in ottima salute, a giudicare dai risultati elettorali. (continua)

La retorica della guerra e pietà per i caduti

Le immagini, più delle parole, comunicano a chi vede la tristezza e il dolore provocati dal nuovo attentato di guerra che ha provocato la morte di sei paracadutisti della Folgore a Kabul e con ogni probabilità l'uccisione di decine di civili afgani che in quel momento passavano sul luogo dell'esplosione.

Sono immagini a cui siamo stati costretti ad abituarci negli ultimi otto anni in Iraq come in Afganistan: pezzi di corpi umani dilaniati dal fuoco, mezzi di trasporto distrutti quantunque fossero di ferro o blindati. Può la retorica ufficiale e solenne usata dalla classe politica e militare del nostro paese far diminuire il dolore che ne scaturisce? Sicuramente no ed è piuttosto l'innocenza dei bambini e la disperazione dei familiari che ci spingono alla commozione e alla riflessione. Sono ormai cinque anni che siamo lì in un'operazione nata come risposta al terrorismo di Al Queida e che è divenuta sempre di più il tentativo di costruzione della democrazia in un paese asiatico che da decenni è percorso da guerre terribili e sanguinose e che è governato ancora da un gruppo dirigente, guidato dal presidente rieletto con molti brogli Garzai, che ha, al suo interno, signori della droga e della guerra. Chi è davvero il nemico che siamo andati a combattere come parte delle Nazioni Unite? Il terrorismo di Al Queida che ora si trova soprattutto nel Pakistan, i Taleban di Bin Laden o il Mullah Omar o una parte rilevante della società civile afgana che non può credere alla democrazia offerta da Karzai in questo tempo? Non è facile rispondere a questo interrogativo, come non è facile pensare a una vittoria militare, se non ci sarà una vittoria politica prima in quel paese. (continua)

L'Unto del signore

Dobbiamo a un giornalista, Ferruccio Pinotti (che, negli anni scorsi, ha già pubblicato inchieste importanti come Poteri forti - 2005 -,Opus Dei segreta - 2006 - Fratelli d'Italia - 2007 - e Olocausto bianco - 2008 -) di aver scritto, insieme con il giornalista tedesco Udo Gumpel, per  Rizzoli, un libro intitolato L'unto del signore (pp.300,11 euro) che rappresenta uno dei lavori più informati e interessanti  sulla carriera di Silvio Berlusconi, attuale presidente del Consiglio in Italia, e sui suoi rapporti, stretti e intensi, con il Vaticano, con il Papa e con le alte gerarchie della Chiesa cattolica. L'ho letto con particolare attenzione. Ora  desidero parlarne nel mio blog e mi riprometto, se mi sarà possibile, parlarne  nella stampa italiana, probabilmente in quella on-line che è sicuramente  più libera di quella che appare nelle edicole, e di parlarne adeguatamente perché gli italiani sappiano (continua)

Why Not: La classe politica contro Genchi

 Il dibattito che si è svolto martedì scorso al Senato sul cosiddetto "caso Genchi" che l'attuale capo del governo Silvio Berlusconi ha definito il "più grande scandalo della Repubblica" merita assai maggior interesse di quello minimo e insignificante che gli han dato i telegiornali e i maggiori quotidiani del paese.

Anche perché il presidente del Copasir, come è noto, è un importante esponente dell'opposizione e  del Partito democratico, l'onorevole Francesco Rutelli, che in quel dibattito  si trova in tutto e per tutto d'accordo con i rappresentanti della maggioranza parlamentare e viene criticato, invece, da un altro pezzo dell'opposizione presente in parlamento, cioè l'Italia dei Valori. La questione è relativamente semplice

Nel suo intervento introduttivo, l'onorevole Rutelli  attacca a fondo l'attività svolta dal vicequestore in congedo e parla a torto di "molteplici strutture tecniche dello Stato spogliate di attività importanti" senza rendersi conto che non da oggi i magistrati sono spinti e autorizzati a servirsi di periti regolarmente retribuiti tutte le volte che si tratti di compiti tecnici che non sono in grado di svolgere personalmente. (continua)

Alla ricerca della pace

Quella che passerà alla storia come guerra di Gaza è una prova ulteriore dello smarrimento piscologico che ha preso gli uomini del mondo intero e che rischia di allontanare di più la speranza di pace in Medio Oriente. Negli ultimi quindici anni si era arrivati, grazie a uomini come Rabin e Perez in Israele e Arafat in Palestina, alla firma di un trattato di pace per far nascere due stati indipendenti  in quella terra tormentata ma questo trattato è stato strappato negli anni successivi e la vittoria politica di Hamas in Palestina che non accetta lo stato di Israele  ha riaperto lo scontro in quella parte del mondo fino alla guerra degli ultimi giorni che ha provocato più di cinquecento morti e migliaia di feriti, tra i quali ci sono molte  decine di civili. Le responsabilità della violenza non sono soltanto di Hamas o soltanto di Israele ma di tutti e due gli interlocutori della crisi che hanno tradito l'accordo di Oslo e la firma di Rabin e di Harafat. Bisogna che l'uno e l'altro lascino questa politica e scelgano la pace come l'obbiettivo di fondo di ogni loro azione. Hamas non può rimettere in discussione Israele in Palestina perché questo è ormai avvenuto e non si ritorna indietro. Ma anche Israele deve accettare che i palestinesi abbiano il proprio stato sovrano e indipendente in quella parte del mondo. (continua)

Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

Agenda

Il libro: Vita di Alberto Pirelli (1882-1971) La politica attraverso l'economia

La vocazione di fine diplomatico e le doti di accorto economista fanno di Alberto Pirelli una figura emblematica nel panorama imprenditoriale del novecento, in Italia e nel mondo. La sua vita e la sua opera, tra politica e finanza. In diciotto anni di ricerche e attraverso la consultazione di sedici grandi archivi in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, l'autore ha ricostruito - con un linguaggio accessibile non soltanto agli storici ma a tutti gli appassionati della storia contemporanea - la lunga e avventurosa vicenda esistenziale di Alberto Pirelli, che è stato sicuramente uno dei maggiori industriali e uomini di finanza dell'Italia post-unitaria, dagli inizi del Novecento al miracolo economico degli anni Sessanta. (continua)

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Nicola Tranfaglia

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