Fini ha un futuro solo senza Berlusconi

La destra democratica che l'Italia attende
L'attesa, quasi spasmodica, sul discorso che l'attuale presidente della Camera Gianfranco Fini terrà domani a Mirabello nella festa Tricolore è legata, senza dubbio, alle conseguenze che l'eventuale rottura definitiva tra Berlusconi e Fini possa accelerare la rapida fine della legislatura in corso ma anche al fatto che il nostro paese non ha mai avuto nella sua storia - se si esclude il sessantennio liberale - una destra democratica e moderna.

Sappiamo  che questa caratteristica ha influito negativamente anche sullo sviluppo della sinistra e ci ha condotto già negli anni venti a una lunga involuzione autoritaria che molti mostrano di aver dimenticato. Negli ultimi quindici anni, abbiamo visto - con l'ascesa di Silvio Berlusconi - profilarsi  un pericoloso ritorno, pur con  modalità differenti dall'avventura mussoliniana. Di qui l'interesse notevole per la svolta di Fini e l'attesa di una conferma del mutamento già avvenuto o invece di una sosta temporanea o, addirittura di una ricomposizione, tra i due co-fondatori del Popolo della Libertà. (continua)


Bologna, 2 agosto 1980. Trent'anni fa la più grande strage italiana di terrorismo

Alle 10.25 del 2 agosto 1980, trent'anni fa, una valigia lasciata nella sala d'aspetto di seconda classe, contenente 20 chili di esplosivo militare militare gelatinoso, esplode sbriciolando la sala d'aspetto, sfondando quella di prima classe, due vagoni del treno Ancona-Basilea sventrati come il ristorante. In pochi secondi 85 morti e 205 feriti di cui 70 con invalidità permanente.

La più grande strage italiana di terrorismo. In trent'anni sono stati condannati due manovali neo-fascisti Francesca Mambro e Giusva Fioravanti ma non conosciamo ancora i mandanti e i complici che lavorarono a un gigantesco depistaggio che non è ancora finito. La colpa delle classi dirigenti del tempo e degli apparati dello Stato vicini ai neofascisti è enorme. Ed è significativo che il governo Berlusconi non sia presente alla commemorazione, né lo siano il presidente del Consiglio né il ministro della Giustizia Alfano. Hanno paura dei fischi e delle contestazioni della gente di Bologna. (continua)

Gli italiani andavano alla guerra

Restano ombre pesanti sulle guerre degli italiani e sulle colpe delle classi dirigenti
Chi ripercorre la storia d'Italia, negli ormai quasi cento- cinquant'anni che ci separano dal momento dell'unificazione nazionale, si trova a dover fare i conti con le scelte e i comportamenti di fronte alle guerre che hanno avuto luogo le classi dirigenti in alcuni momenti cruciali.

E si scopre abbastanza presto che è la prima guerra mondiale quella in cui la nazione, pur tra contraddizioni e grandi sofferenze, si è immersa a fondo e ha vissuto una grande trasformazione da cui poi è nato il dramma della crisi liberale e la successiva vittoria del movimento fascista.

Mario Isnenghi, che alla prima guerra mondiale ha già  dedicato negli scorsi decenni una parte importante del suo lavoro di storico, a cominciare dal suo libro importante sul "Mito della grande guerra", riapparso nel 1989 nelle edizioni del Mulino, è ritornato ora con una grande opera in sette volumi pubblicata dalla Utet che vede la collaborazione di molti storici di più generazioni, tra i quali Nicola Labanca che ha coordinato il volume dedicato all'Italia repubblicana. (continua)

La P3, La mafia e i falsi garantisti che evocano il fantasma di Peron

Gli attacchi a Granata: mentre esplode il caso Verdini-Dell'Utri-Cosentino, il Pdl rifiuta di affrontare la questione morale e qualche commentatore se la prende con il "giustizialismo" di chi anche a destra denuncia il problema

La giornata è decisiva per il governo Berlusconi e la maggioranza che lo sostiene, in particolare per il Popolo della Libertà diviso tra quelli che vogliono seguire fino all'utlimo la linea oltranzista indicata dal leader populista e dal suo alleato di ferro Bossi e i seguaci del presidente della Camera Fini che ha assunto nei giorni scorsi posizioni chiare sulla gigantesca "questione morale" esplosa con l'inchiesta giudiziaria sulla P3.

In particolare l'interrogatorio che i magistrati hanno condotto su Dennis Verdini, costretto precipitosamente alle dimissioni dal Credito Cooperativo Fiorentino ma rimasto a tutti gli effetti coordinatore nazionale con Sandro Bondi del Popolo della Libertà, rischia di portare nel cuore del governo in carica le contraddizioni della torbida vicenda.
Intorno alla P3 ruotano una serie di affari e di complicità che
toccano  vertici della magistratura, la Protezione Civile e imprese che negli ultimi due anni hanno fatto la parte del leone negli appalti
del terremoto abruzzese come in moti altri affari   economici legati all'iniziativa del governo. E questo senza dimenticare quello che è già emerso dalle indagini
sull'attività dell'associazione segreta di cui l'on. Verdini appariva, con il senatore Dell'Utri, sicuramente  una delle personalità più importanti e politicamente significative.
E cioè le pressioni sul Consiglio Superiore della Magistratura e sulla Corte Costituzionale per decidere le cariche direttive a livello nazionale o per influenzare la pronuncia sul lodo Alfano e su altricasi di straordinaria importanza. (continua)

Una Fiat senza operai

E' facile di questi tempi trovare chi pensa che le scelte  della Fiat a Pomigliano, a Termoli e negli altri stabilimenti della penisola siano espressione di una politica capitalistica moderna e adeguata alla crisi economica europea.

Oppure che la scelta, solo in apparenza estemporanea, di portare la produzione della nuova monovolume in Serbia piuttosto che a Torino Mirafiori, rappresenti soltanto una variazione sul tema e non il perseguimento coerente del progetto di Marchionne di smantellare dopo la chiusura già decisa di Termini Imerese nel 2012, tutte le produzioni italiane. Per fortuna il nuovo attacco della Fiat ai lavoratori italiani non ha colto di sorpresa né la CGIL né il comune di Torino.

Ma questo fraintendimento politico è possibile soltanto perché il nostro è un paese senza memoria: le classi dirigenti delle generazioni più anziane non sono riuscite a comunicare alle nuove la vicenda centrale dell'industrializzazione italiana, delle lotte operaie e contadine, delle conquiste che hanno cambiato il nostro paese negli anni sessanta ed hanno proposto un modello di capitalismo, almeno in parte, rispettoso dei principi costituzionali e dei diritti dei lavoratori. (continua)

La politica ai tempi di Cesare

Ancora una volta si ripropone l'interrogativo che emerge di fronte al degrado ormai eccezionale della nostra politica: Silvio Berlusconi è vicino alla fine del suo regno? E quale è il modo, se c'è, per uscire da un'egemonia ormai ventennale?

L'ultimo atto che contraddistingue il tramonto dell'era berlusconiana è l'inchiesta giudiziaria, tuttora in corso sulla così detta P3, una sorta di ennesima reincarnazione di una società, solo per modo di dire segreta, che chiama Cesare il capo carismatico e che include magistrati di alto grado, sottosegretari o ministri, politici del PDL in libera uscita o meglio in affannosa corsa verso affari più o meno illeciti.

Bisogna dirlo con chiarezza: quando la politica visibile non funziona a causa della fragilità di chi governa, o dei suoi  problemi interni, il ruolo della politica invisibile diventa preponderante e i più potenti, o quelli più vicini al capo supremo, raccontano nelle loro telefonate compromettenti e immaginose che cosa succede all'interno dell'oligarchia dominante. (continua)

Prendi la Carta e scappa

La nostra Costituzione, dicono Scalfaro e Caselli è ancora robusta ma è in atto una pericolosa aggressione che punta a svuotarne i contenuti 
Quando il 25 giugno 1946, ventuno donne varcarono la soglia di Montecitorio,gli italiani ebbero qualche difficoltà a rendersi conto che qualcosa era cambiato e non di piccolo conto nella storia d'Italia. Certo erano poche su 556 eletti e i partiti ne avevano presentato 226 per eleggerne meno del dieci per cento. Ma quel risultato, pur con tutti i suoi limiti, segnava la fine di una odiosa discriminazione che aveva sempre confinato, nella storia politica postunitaria, più di metà del genere umano nel privato, riservando soltanto agli uomini la sfera pubblica e, in particolare, quella parlamentare.

Nel 1921, nel pieno della crisi postbellica, il presidente del Consiglio Bonomi aveva fatto un timido tentativo nella direzione di allargare alle donne il suffragio universale ma il tentativo era stato agevolmente respinto dalla maggioranza ancor più che dalle opposizioni. E l'instaurazione, qualche anno dopo, della dittatura fascista aveva accantonato completamente un discorso che contrastava con i miti e gli idoli del regime. (continua)

La trattativa è storia

Una sentenza diplomatica si può definire, senza dubbio alcuno, quella che ha condannato in secondo grado il senatore Dell'Utri alla corte di Appello di Palermo e  che si è preoccupata, subito dopo, di concludere sul piano storico (ma quando mai i giudizi storici si possono delegare ai magistrati?) che la trattativa tra Stato e mafia non sia mai avvenuta.

Come se ancora credessimo che la collaborazione accertata per oltre quarant'anni tra Cosa Nostra e il pluripresidente del Consiglio senatore Andreotti fosse terminata proprio nell'anno 1980, termine necessario per applicare la prescrizione e che, dopo quella data, fosse sicuramente terminata proprio quell'anno.

E, se per Andreotti la successiva nomina a senatore a vita ha  reso impossibile qualsiasi ulteriore procedimento penale, almeno per il senatore dell'Utri, non c'è dubbio che un minimo di decenza istituzionale dovrebbe spingere il co-fondatore di Forza Italia a dimettersi e a lasciare la politica per una tranquilla pensione. (continua)

Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

Agenda

Il libro: Vita di Alberto Pirelli (1882-1971) La politica attraverso l'economia

La vocazione di fine diplomatico e le doti di accorto economista fanno di Alberto Pirelli una figura emblematica nel panorama imprenditoriale del novecento, in Italia e nel mondo. La sua vita e la sua opera, tra politica e finanza. In diciotto anni di ricerche e attraverso la consultazione di sedici grandi archivi in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, l'autore ha ricostruito - con un linguaggio accessibile non soltanto agli storici ma a tutti gli appassionati della storia contemporanea - la lunga e avventurosa vicenda esistenziale di Alberto Pirelli, che è stato sicuramente uno dei maggiori industriali e uomini di finanza dell'Italia post-unitaria, dagli inizi del Novecento al miracolo economico degli anni Sessanta. (continua)

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Nicola Tranfaglia

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