A vent'anni da mani pulite

Dall'inchiesta giudiziaria che portò gran parte della classe dirigente e politica italiana di fronte ai tribunali e molti esponenti dei partiti e del parlamento di fronte alla condanna penale, o alla prescrizione per mancata definizione nei termini fissati dalla legge, sono trascorsi già due interi decenni  e, in questi giorni, se ne riparla in lungo e in largo sui giornali e nelle trasmissioni televisive. I numeri di quella inchiesta giudiziaria  fanno impressione perché ben tremiladuecento persone vennero indagate in quegli anni, milleduecentottantuno vennero condannate e settecento posizioni processuali furono prescritte, quattrocento novantotto imputati vennero assolti e  altri settecento prescritti.

Si trattò di un periodo per molti aspetti terribile perché è come se si fosse scoperchiato un vero vaso di Pandora e alcuni tra i personaggi più noti della società politica - basta pensare per un verso a Giulio Andreotti (processato nel 1993 a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e ritenuto colpevole fino al 1980) o di Arnaldo Forlani, a lungo segretario della Democrazia Cristiana - per rendersi conto del clima che si impadronì del nostro paese e della separazione che in quei mesi si stabilì tra la magistratura e la classe politica e dirigente.

Lo scoppio della crisi fu quasi improvviso e occupò subito le prime pagine dei giornali per quanto, negli ambienti meglio informati, l'uso abituale e prolungato delle tangenti e l'arricchimento di molti esponenti della classe politica e dirigente fossero ormai noti e da molto tempo.

Ma la sorpresa nacque dal carattere di massa che assunse l'inchiesta di Milano, dagli arresti a ripetizione che si succedevano ogni giorno, dalle rivelazioni che nascevano negli interrogatori e che venivano immediatamente diffuse attraverso la cronaca giudiziaria dei maggiori quotidiani di ogni parte dello schieramento politico.

Gli italiani ebbero la sensazione che nulla avrebbe potuto continuare ad andare come prima e che si fosse alla vigilia di un cambiamento necessario e radicale.

E le prime elezioni politiche decretarono, senza dubbio, la fine della formula del pentapartito e il tramonto inevitabile di due uomini politici, Andreotti e Craxi, che erano stati per molti anni i veri protagonisti della politica italiana.

Qualcuno parlò, del tutto a torto a mio avviso, di una "rivoluzione giudiziaria" italiana e di un punto di non ritorno nelle vicende politiche e culturali dell'Italia repubblicana, quella che nel linguaggio giornalistico era diventata la prima repubblica.

Mai profezia fu tuttavia più facile e sbagliata di quella perché, al di là delle conseguenze giudiziarie di quegli anni e l'eliminazione di alcuni cavalli ormai stagionati, quella inchiesta condotta da personaggi come Gherardo Colombo, Francesco Saverio Borrelli e Antonio Di Pietro (l'unico che sarebbe emerso negli anni successivi come uomo politico e addirittura come fondatore di un nuovo partito) fermò per un periodo molto ristretto la corruzione pubblica e imprenditoriale che ha caratterizzato per un secolo e mezzo le nostre classi dirigenti nazionali e locali e condusse allo scioglimento poco dopo dei partiti storici più importanti come la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano e il Partito Comunista Italiano ma non impedì che, subito dopo, con le nuove forze politiche, i metodi usati fino a quel momento riprendessero tutta la loro  forza e si arrivasse infine l'anno scorso alla celebrazione ufficiale dei 150 anni dall'Unità in un clima di corruzione e di smarrimento ancora maggiore di quello che aveva caratterizzato il periodo precedente.

Un simile risultato non mette in discussione le ragioni valide dell'inchiesta giudiziaria milanese ma dimostra ancora una volta che non sono i magistrati che possono cambiare il destino di un paese. Che è necessario al contrario un'iniziativa politica che spinga la popolazione più attiva a prendere in mano il proprio destino e a cambiare le regole dei comportamenti politici e morali che devono avere quelli che fanno parte delle classi dirigenti e delle assemblee elettive del paese. Ma per ora i segni di questo mutamento non si vedono ancora né in parlamento che nel paese.

 

 

 

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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Nel 1991, un anno prima delle stragi di Capaci e di via d'Amelio, era già chiaro, per chi avesse la lucidità necessaria, che la mafia o, meglio, le mafie italiane avevano un metodo di comportamento che si stava espandendo nelle istituzioni politiche e nella società civile dell'Italia contemporanea e che la reazione dello Stato si era dimostrata, fino a quel momento, debole e inefficace. Quello che sta accadendo ora appare come la conseguenza di una lunga coabitazione tra mafia e politica che è destinata a durare ancora fino a quando lo Stato non debellerà il fenomeno mafioso. (continua)

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