L'ennesimo ritorno dei forconi siciliani

La rivolta che è scoppiata da alcune settimane in Sicilia e che si è imposta con prepotenza nei mezzi di comunicazione meno vincolati dagli attuali centri di potere è, nello stesso tempo, l'espressione evidente delle condizioni di disagio e di miseria che toccano una parte notevole della popolazione siciliana, come di quella di tutte le altre regioni non solo meridionali. In particolare degli agricoltori e degli autotrasportatori, ridotti allo stremo dalla mancanza di carburanti e di generi alimentari che si fa ormai sentire nell'isola.

Parlare per questo - come pure si è fatto - di reviviscenza del separatismo del ‘43-'47, non serve ad aiutare la comprensione del fenomeno di oggi. La grave crisi economica che ha colpito l'Italia, ma anche l'Europa e gran parte dell'Occidente, senza che i governi siano stati in grado di elaborare e attuare adeguate misure per l'inversione del cammino e per la crescita economica della maggioranza della popolazione, è alla base anzitutto di quello che sta succedendo in Sicilia. Se a questo si aggiunge la crisi politica e morale che attanaglia la penisola, soprattutto per i quasi vent'anni di  berlusconismo e l'incapacità del partito democratico e dei suoi alleati di reagire adeguatamente all'egemonia culturale della destra, si può comprendere la difficile condizione dei siciliani, come degli italiani.

Certo, a leggere da vicino le parole d'ordine dei manifestanti, come del cosiddetto "movimento dei Forconi", che lo capeggia e il fuoco che soffia sul movimento da parte di uno dei peggiori aggregati politici della destra italiana ed europea come "Forza Nuova" di Roberto Fiore, non nuova a questi abbracci mortali, c'è da rabbrividire. In un paese come l'Italia nel quale la mafia, con le sue varie articolazioni regionali, è molto forte e strettamente connessa con la vita economica e politica della comunità nazionale, come di quelle regionali, il diffondersi di un ribellismo, presente in molte classi sociali e non portatore di un programma operativo, se non quello della critica - peraltro giustificata - a classi politiche e dirigenti incapaci di affrontare i problemi sul tappeto, appare come una miccia potente in grado di accendere un fuoco che potrebbe estendersi rapidamente in altre regioni meridionali.

C'è più di uno tra gli osservatori del nostro paese, a loro volta espressione di una informazione malata in quanto  troppo legata a robusti  interessi proprietari e ai due partiti politici che continuano a dominare la società italiana, che forse dimentica che stiamo vivendo una sorta di strana parentesi tra il disastroso, ultimo governo Berlusconi e le elezioni politiche generali di cui non sappiamo ancora né quando avverranno né quale esito avranno, anche se possiamo prevedere che non potranno condurre - o almeno noi speriamo che sia così - alla stanca e inutile ripetizione degli anni precedenti. Ma la verità è che il governo Monti non potrà risolvere di colpo i problemi atavici del nostro paese, quelli che determinano l'eterna sopravvivenza di tanto populismo, diffuso a destra come a sinistra e del forte clientelismo e personalismo che albergano nella politica italiana, e che dunque non sarà in grado di intervenire in Sicilia o in altre regioni italiane, dettando regole che possano risolvere gli enormi problemi di vita che spingono tanti cittadini a protestare, come ad andare nelle piazze.

L'aspetto più grave, e tale da coinvolgere in possibili proteste non soltanto quelli che seguono una forza razzista ed eversiva, di impronta neofascista, come Forza Nuova ma anche cittadini democratici e legati alla nostra costituzione repubblicana del 1948, è il fatto che la politica economica di Monti finora non ha identificato nei possessori di grandi patrimoni, o comunque dei maggiori redditi, i destinatari delle necessarie manovre economiche adottate per mettere ordine nei conti pubblici e portare l'Italia fuori da una situazione pericolosa come quella degli ultimi trent'anni.

Parlare di equità sociale concentrando le misure impositive soltanto a svantaggio dei lavoratori e dei pensionati non è lecito in una democrazia parlamentare quale è tuttora la nostra. Servirebbe finalmente una politica economica capace di spezzare la grande disparità che separa ancora gli italiani a dispetto dell'eguaglianza proclamata dall'articolo 3 della Costituzione.

 

 

       

 

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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Il libro: La mafia come metodo

Nel 1991, un anno prima delle stragi di Capaci e di via d'Amelio, era già chiaro, per chi avesse la lucidità necessaria, che la mafia o, meglio, le mafie italiane avevano un metodo di comportamento che si stava espandendo nelle istituzioni politiche e nella società civile dell'Italia contemporanea e che la reazione dello Stato si era dimostrata, fino a quel momento, debole e inefficace. Quello che sta accadendo ora appare come la conseguenza di una lunga coabitazione tra mafia e politica che è destinata a durare ancora fino a quando lo Stato non debellerà il fenomeno mafioso. (continua)

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