Don Minzoni. Memorie contro la guerra

Tra i delitti più odiosi che il fascismo ha compiuto nei primi anni della sua tempestosa storia c'è, senza dubbio, quello di don Giovanni Minzoni giovane arciprete di Argenta, un borgo agricolo non lontano da Ferrara e da Ravenna, vicino al partito popolare di don Luigi Sturzo. Il delitto aveva una doppia motivazione: religiosa e politica.

Religiosa perché al movimento mussoliniano non stava bene che i cattolici democratici si organizzassero in maniera autonoma e antagonistica rispetto al movimento nato in piazza San Sepolcro a Milano il 23 marzo 1919 che gli agrari avevano peraltro  adottato e finanziavano largamente.

Politica perché il movimento fascista romagnolo aveva  manifestato una netta ostilità contro quei cattolici che, da una parte, avevano partecipato con impegno e valore alla dura esperienza della prima guerra mondiale (ed era il caso di don Minzoni che era stato dal 1917 cappellano militare) e, dall'altra, si erano schierati dall'inizio nella battaglia per un'Italia democratica e, si direbbe oggi, non populistica né dominata politicamente da un leader demagogico e carismatico come l'ex socialista Benito Mussolini.

L'assassinio avvenne nella notte del 23 agosto 1923 quando don Minzoni e un giovane amico che si accompagnava a lui furono aggrediti nell'oscurità  da due sconosciuti che a bastonate uccisero il sacerdote e si diedero subito alla fuga. Mettono in luce il contesto storico in cui si svolge la violenta aggressione i due curatori, Rocco Cerrato e Gian Luigi Melandri, che hanno appena curato per le edizioni Diabasis  (pp.490,30 euro) le Memorie 1909-1919 del prete di Argenta.

"L'arditismo squadrista - sottolineano a ragione gli autori -si incontra con i reduci della guerra 1915-1918. Il contesto sociale è quello espresso da giovani borghesi che, promossi ufficiali di complemento per guidare le masse nella prima guerra mondiale e congedati, ora, dopo la vittoria, si sentono abbandonati senza arte né parte, nella provincia italiana. Figli di una classe media che disprezza se stessa, sono trascinati da un'ondata antidemocratica. L'euforia postbellica va in cerca di eroi che sappiano esaltare il ruolo del reducismo. Seguendo una suggestione di Gobetti si è portati a pensare che il primo fascismo si sviluppi in Italia come espressione di un movimento immaturo, per nulla coinvolto nelle esigenze del processo democratico, ma erede solo della funzione che la forza e la violenza avevano esercitato nella situazione bellica."

Gli omicidi restarono a lungo sconosciuti ma l'istruttoria giudiziaria accertò in pochi giorni che l'aggressione  era stata decisa dal fascismo ferrarese per richiesta e su istigazione di quello argentano. L'uccisione forse non era prevista,come altre volte avvenne in quella aspra guerra di strada, ma l'obbiettivo era di dare una forte lezione al giovane e attivo sacerdote che riscuoteva il consenso di tanti giovani di Argenta. Non c'è dubbio peraltro che, al di là delle intenzioni dei mandanti, la responsabilità morale e politica dell'aggressione non poteva essere messa in dubbio da chi fosse in buona fede. Basta pensare, peraltro, all'aggressione avvenuta  il 10 giugno 1924 sul Lungotevere Arnaldo da Brescia  del deputato socialista  Giacomo Matteotti, sfociata qualche ora dopo nel brutale assassinio o alla lunga persecuzione  praticata contro Antonio Gramsci , arrestato e custodito, malgrado le sue condizioni di salute, in carceri fatiscenti come quello di Turi fino al 1935.

Le Memorie, che soltanto ora si pubblicano complete per i ritrovamenti successivi delle carte, già  ritrovate in parte e pubblicate dallo storico romagnolo  Bedeschi che fu autore molti anni fa della prima biografia dedicata al sacerdote di Argenta, sono ricche di pagine scritte con grande limpidezza e  immediatezza che ritraggono le sensazioni del prete romagnolo di fronte alla ferocia della guerra che porta alla morte in qualche anno centinaia di migliaia di giovani vite.

Giovanni Minzoni assiste fino all'ultimo i condannati a morte che chiedono l'intervento di un sacerdote  come il soldato calabrese Francesco Rocco padre di tre figli piccoli  e partecipa al dolore e ai timori dei soldati italiani nelle battaglie dell'Isonzo, come in quella di grande importanza che porta nel 1917 alla ritirata di Caporetto in cui i morti italiani furono undicimila o quella ancora più grave di Gorizia in cui si arrivò sempre per la parte italiana a quarantamila caduti. Così il Diario, letto dopo più di mezzo secolo dalla sua scrittura, costituisce uno straordinario documento di un giovane e intelligente cattolico democratico che ha dato la vita per un'Italia moderna, assassinato da una barbarie che porta il nome noto ormai in tutto il mondo del fascista Benito Mussolini, nato e cresciuto non lontano da Argenta e da Ferrara  

 

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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