Sul disprezzo del sapere

Ci  sono due dati tra i tanti che emergono dall'ultimo rapporto, il dodicesimo, sulla condizione occupazionale dei laureati in Italia che il consorzio Alma Laurea pubblica ora  con le edizioni del Mulino: nel nostro paese la spesa pubblica per l'istruzione universitaria è la più bassa tra quella degli stati sviluppati.

L'0,80 per cento del Pil contro l'1,2 in Gran Bretagna, Francia e Germania e l'1,45 negli Stati Uniti. Per quanto riguarda la ricerca scientifica la situazione e ancora peggiore: la spesa pubblica italiana è pari all'1,2 per cento del Pil contro il 2 per cento circa negli altri paesi sviluppati. E questo avviene in un momento nel quale la disoccupazione giovanile europea è vicina al trenta per cento a causa della crisi economica ancora in corso.

I due dati si sommano a un terzo, ancora più preoccupante: le politiche di disinvestimento pubblico nei confronti della scuola e dell'università si stanno realizzando in Italia con un acme impressionante di circa 10 miliardi in meno nel triennio 2009-2011 che, per le scuole di ogni ordine e grado, implicherà una contrazione di oltre 130mila insegnanti e personale tecnico e ausiliario.

Siamo in un tempo - questo è ormai noto - in cui gli economisti e gli studiosi dello sviluppo economico e sociale sono in gran maggioranza d'accordo sul fatto che l'investimento nel capitale umano è decisivo nel progresso di ogni paese. E noi siamo ancora indietro, rispetto ai principali paesi europei, nel numero dei diplomati e dei laureati.

"La globalizzazione della produzione e degli scambi - ha sottolineato Domenico Cersosimo nella Introduzione al Dodicesimo Rapporto - l'uso pervasivo di tecnologie dell'informazione e della comunicazione e il progressivo invecchiamento della popolazione contribuiscono ad accrescere l'importanza del capitale umano, in particolare per il nostro paese."

"Gli italiani tra i venticinque e i sessantaquattro anni -ricorda il Rapporto - in possesso di un diploma di scuola secondaria sono ancora oggi poco più della metà del totale (appena il 44 per cento nel Mezzogiorno) a fronte di una media dei paesi OCSE del 70 per cento circa: sono appena 19 su cento i laureati nella popolazione italiana tra i 25 e i 34 anni contro una media nei paesi sviluppati di 34."

Potremmo continuare, citando altri dati che mettono in luce con chiarezza l'estendersi di situazioni caratterizzate dalla frequente disoccupazione dei giovani laureati oppure dal loro impiego in aziende e uffici che non utilizzano appieno  le loro conoscenze e competenze acquisite durante gli studi ma il problema centrale è costituito, senza dubbio, dalla scarsa attenzione sulla crescita economica e socioculturale che le classi dirigenti hanno mostrato nell'ultimo decennio.

E, nello stesso tempo, dai calcoli miopi di una maggioranza parlamentare che non sembra avere nessun interesse a misurarsi con un'opinione pubblica informata e competente, come è dimostrato peraltro dalla inesistente  volontà di riformare, una buona volta, l'informazione radiotelevisiva e risolvere i conflitti di interesse che, negli ultimi anni, si sono ulteriormente diffusi a macchia d'olio nella società italiana, soprattutto nella classe politica e nelle istituzioni rappresentative .

Insomma siamo l'unico paese dell'Occidente che ha assunto la direzione inversa a quella presa da tutti i paesi sviluppati: invece di potenziare la ricerca scientifica pubblica e privata come la scuola e l'università, agenzie fondamentali per l'acculturazione delle nuove generazioni, l'Italia berlusconiana ha deciso di sottrarre risorse a questi settori favorendo abbandoni e dispersioni dell'impegno scolastico e universitario.

Quanto alla ricerca, posso dire per mia esperienza personale, che il Ministero dell'Università e dell'Istruzione Pubblica non ha mostrato negli ultimi anni nessun interesse alle ricerche dei suoi studiosi che hanno dovuto arrangiarsi con i propri mezzi personali, quando c'erano, per consultare archivi e biblioteche almeno nel caso della ricerca umanistica. E lo stesso ha fatto per le ricerche scientifiche di gruppo.

E questo è forse il fenomeno più preoccupante della situazione attuale.  

 

 

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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Nel 1991, un anno prima delle stragi di Capaci e di via d'Amelio, era già chiaro, per chi avesse la lucidità necessaria, che la mafia o, meglio, le mafie italiane avevano un metodo di comportamento che si stava espandendo nelle istituzioni politiche e nella società civile dell'Italia contemporanea e che la reazione dello Stato si era dimostrata, fino a quel momento, debole e inefficace. Quello che sta accadendo ora appare come la conseguenza di una lunga coabitazione tra mafia e politica che è destinata a durare ancora fino a quando lo Stato non debellerà il fenomeno mafioso. (continua)

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