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Nicola Tranfaglia: Mattioli un Keynesiano a sinistra

Mattioli un Keynesiano a sinistra

Non c'è paese in Europa che, come l'Italia, conservi ancora segreti così importanti e numerosi sulle proprie vicende e li custodisca con così grande riserbo e accanimento. E, nello stesso tempo, non c'è paese nel quale, di fronte a quel che dicono le carte ufficiali custodite negli archivi, tante vicende abbiano bisogno di essere meglio illuminate   attraverso l'analisi di rapporti personali e di amicizia che caratterizzano la società italiana e, ancor più, i comportamenti delle nostre classi dirigenti. Di qui la necessità, per ricostruire quel che è veramente avvenuto, di portare la nostra attenzione su personaggi che  a volte non amano i riflettori  ma che pure  hanno avuto un ruolo significativo nella nostra vita  istituzionale.

Capita così che un libro prezioso come quello che ha scritto ora  Sandro Gerbi su Mattioli e Cuccia. Due banchieri del Novecento (Einaudi, pp.213,17,50 euro) contenga il racconto  di episodi e particolari di notevole rilievo per ricostruire momenti e svolte molto significative della nostra storia recente. Innanzi tutto Gerbi ricostruisce con  precisione un momento cruciale della storia politica ed economica del nostro paese che si svolge all'inizio degli anni trenta quando la grave crisi economica, partita - come quella attuale - dagli Stati Uniti nel venerdì nero di Wall Street, costringe il governo fascista italiano a creare l'IRI e l'IMI per salvare la grande industria vicina al fallimento e le tre banche legate a quelle aziende e ad accollare allo Stato le perdite intervenute, effettuando paradossalmente, sull'onda delle teorie di Keynes, un'operazione non tanto dissimile dal new deal americano.

Quell'intervento massiccio dello Stato nell'economia italiana sarebbe durato più di quarant'anni e avrebbe permesso tra l'altro  la ricostruzione postbellica e il cosiddetto miracolo italiano degli anni sessanta secondo quanto lo stesso Mattioli prevede lucidamente in un promemoria del 1931 intitolato Per la regolamentazione dell'economia italiana che l'amministratore delegato della Banca Commerciale presenta a Mussolini l'11 settembre 1931 e che, secondo le parole scritte  dal giovane banchiere, era la creazione di un sistema "non contrario all'iniziativa privata, ma in cui lo Stato contribuisse a creare l'ambiente più favorevole a un armonioso sviluppo dell'economia". Un grande poeta del Novecento come Eugenio Montale definì una volta Mattioli come "un keynesiano bordeggiante a sinistra" ma bisogna intendersi sul significato del termine.

Quel suo "essere a sinistra" non determinava nessuna appartenenza di partito e un rifiuto costante da parte sua, di entrare in politica o farsi coinvolgere dall'una o dall'altra forza politica, se si esclude il fatto  di aver guardato con speranza, negli anni della crisi del fascismo e della lotta di Liberazione, a quel Partito d'Azione che sarebbe passato   come una veloce meteora nel firmamento politico italiano. Quel che ha guidato Raffaele Mattioli, prima nel suo lavoro di banchiere, quindi in quello benemerito di editore con la casa editrice Ricciardi che pubblicherà (in alcuni decenni dopo il fascismo) una straordinaria collana di poeti e prosatori italiani destinato a restare come un vero monumento della nostra editoria di cultura, è stata senza dubbio l'attenzione centrale all'interesse generale. Il che ha riconosciuto un uomo, che fu legato alla destra liberale come Giovanni Malagodi che di Mattioli ha scritto un Profilo Biografico di notevole acume e interesse e che ha  ripercorso con intelligenza la sua ascesa nella Banca di piazza della Scala come il  difficile rapporto con la politica come con gli industriali italiani."Gli mancava - ha osservato Malagodi - forse, per la politica politicamente praticata, la pur necessaria dose di unilateralità, per non dire di faziosità; l'ambizione che è per forza, almeno in una certa misura, affermazione di sé contro gli altri e anche vanità della propria persona. C'era in lui una vena di illuminismo ma senza freddezza, direi quasi di candore riscaldato da una grande umanità."

Quanto agli imprenditori italiani, la sua sfiducia è costante e Gerbi riporta un giudizio di Mattioli del 1962 che si ripete con  variazioni negli anni successivi: "Molti imprenditori, preoccupati del nuovo indirizzo governativo ("i primi vagiti del centro-sinistra") e comunque impensieriti della mutevolezza della congiuntura, postergarono e diluirono nel tempo i nuovi investimenti progettati sebbene l'andamento obiettivo dell'economia di tutto il paese non giustificasse quelle titubanze, e le sue necessità di sviluppo le condannassero decisamente." Diverso, e per certi aspetti più critico, il giudizio complessivo che l'autore del libro ha creduto di dover dare dell'altro grande banchiere del Novecento, Enrico Cuccia.

Del quale Gerbi traccia un ritratto molto somigliante che mette in luce le grandi qualità intellettuali, come la forte preparazione culturale, dell'enigmatico presidente di Mediobanca ma, nello stesso tempo, segnala (e come avrebbe potuto farne a meno?) il suo discutibile comportamento durante il caso Ambrosoli-Sindona che avrebbe portato, nel 1979, all'omicidio del curatore fallimentari  delle banche sindoniane tramite il sicario americano Aricò e alla probabile responsabilità di Cuccia nel non aver segnalato in tempo ai magistrati il forte pericolo rappresentato dalla condanna emessa negli Stati Uniti dal bancarottiere siciliano.

 

  

 

       

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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