Moro: le parole per non dirlo

 A distanza di più di trent'anni dal rapimento e dall'uccisione di Aldo Moro - uno degli uomini più importanti della storia repubblicana - mancano ancora molti tasselli alla verità sulle motivazioni di quella azione, sui veri mandanti e su quello che disse il prigioniero nei cinquantacinque giorni del rapimento.

Questa è la conclusione, condivisibile dello storico spagnolo Miguel Gotor che insegna all'università di Torino Già tre anni fa, ci aveva dato un'edizione molto accurata delle Lettere dalla prigionia (400 pagine, euro 17,50, Einaudi editori) e che  pubblica ora  Il memoriale della repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l'anatomia del potere italiano, (622 pagine, 25 euro, Einaudi editori).

La lettura - attenta e contemporanea - delle Lettere e del Memoriale consente allo storico di stabilire, in maniera ormai sicura, alcuni elementi che irrompono con forza nell'attuale crisi italiana e le danno un senso più chiaro, per molti aspetti meno enigmatico e misterioso di quello che si osserva  ogni giorno nelle cronache politiche di questo periodo buio della crisi repubblicana. 

Procediamo con ordine. La questione del testo è, ovviamente, importante. Dall'esame di Gotor risulta chiaramente che non possediamo tutto quello che ha scritto Moro nella prigionia: mettendo insieme quello che le Brigate Rosse resero pubblico durante i giorni del sequestro (il documento di otto pagine costituito dall'attacco contro il compagno di partito Emilio Taviani) e quelle ritrovate in due diverse perquisizioni a Milano, nel covo BR di via Montenevoso, cioè i dattiloscritti presenti il primo ottobre 1978 e le fotocopie dei manoscritti individuati dietro il pannello di una finestra il 9 ottobre 1990.

Ci furono, secondo Gotor, due interventi censori sul testo integrale del Memoriale: il primo del gruppo antiterrorismo guidato dal generale Dalla Chiesa, il secondo da altri apparati di sicurezza  che hanno fatto ritrovare le fotocopie dei manoscritti che si posseggono oggi. Dall'analisi del testo è possibile arrivare meglio alla conclusione che già Francesco M. Biscione aveva in parte  individuato nel 1993, in una sua analisi critica  del Memoriale rinvenuto in via Montenevoso a Milano (pagine 193, euro 14, Nuova Coletti editori) e che si può riassumere in poche parole: in molti punti decisivi lo scritto di Moro si interrompe e frasi iniziate si interrompono nelle fotocopie dei manoscritti o nei dattiloscritti. Non è dato sapere dove siano i pezzi mancanti del testo e chi li possieda.

Ci sono testimoni citati dallo storico (il giornalista Pecorelli, l'uomo della P2 Gelli, la terrorista Nadia Mantovani, il giornalista dell'Espresso Mario Scialoja ) che hanno letto, o hanno avuto notizia, di brani del documento che oggi non sono disponibili. Non lo Stato italiano, visto che questi pezzi mancano dove viene ancora custodito l'archivio raccolto a suo tempo  sulla vicenda Moro e custodito tuttora  nei locali del Tribunale di Roma.

Con ogni probabilità, quella parte del Memoriale è andato a finire - secondo quel che risponde Moro ai suoi carcerieri -presso servizi stranieri occidentali," con propaggini operative in due paesi fascisti come la Grecia e la Spagna che si erano avvalsi del contributo dei servizi italiani con "il ruolo (preminente) del Sid e quello ( pure esistente) delle forze di Polizia. L'obbiettivo era quello di compiere una serie di attentati attribuiti alla sinistra, per creare una sicura destabilizzazione del paese attraverso una serie di oculati depistaggi." 

Aldo Moro cerca di rispondere ai brigatisti (Non è ancora certo ma è probabile che sia stato Moretti, il capo dei terroristi), a condurre l'interrogatorio, basato su diciassette domande da cui altre scaturivano nel seguito del dialogo) e centellina le proprie rivelazioni per convincere i carcerieri di essere figura centrale per la sicurezza dello Stato ma questi ultimi non si accontentano di quello che rivela il prigioniero perché, con ogni probabilità, sono guidati da motivazioni che non prevedono la trattativa che Moro chiede e che il Vaticano, a quanto pare, condusse  segretamente, né la salvezza finale del prigioniero.

L'uomo politico democristiano - vale la pena sottolinearlo - pronunciò un giudizio storico netto sulla "strategia della tensione" che la destra italiana allora respinse e che ancora oggi forze politiche diverse, alcune delle quali collocate attualmente all'opposizione, ancora non vogliono accettare, perché implicano un giudizio critico sugli equilibri internazionali che si erano affermati negli anni della guerra  fredda.

Quel tempo - disse Moro - fu "un periodo di autentica e alta pericolosità con il rischio di una deviazione costituzionale che la vigilanza delle masse popolari fortunatamente non permise. "E, rispetto al tentativo De Lorenzo-Segni dell'estate 1964, il presidente della D.C. affermò che il complotto era fallito, senza riuscire a minare la democrazia italiana nelle sue intenzioni, aggiungendo: "La così detta strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamente non conseguì il suo obbiettivo, di rimettere l'Italia nei binari della "normalità" dopo le vicende del '68 e il così detto autunno caldo."

Secondo il prigioniero, i servizi segreti italiani non commisero occasionali deviazioni, bensì una sistematica opera destabilizzante allo scopo di "bloccare certi sviluppi politici che si erano fatti evidenti a partire dall'autunno caldo e di ricondurre le cose, attraverso il morso della paura, a una gestione moderata del potere."

Le parole di Moro, rilette dopo più di trent'anni, dovrebbero spingere le nuove generazioni di italiani ad impegnarsi di più non soltanto nella ricostruzione storica  della nostra tormentata repubblica ma anche, e soprattutto, nella partecipazione disinteressata alle vicende della penisola, alla sfida oggi aperta per liberarsi del dominio populistico e riportare il gioco democratico al centro della disputa per il potere.       

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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Nel 1991, un anno prima delle stragi di Capaci e di via d'Amelio, era già chiaro, per chi avesse la lucidità necessaria, che la mafia o, meglio, le mafie italiane avevano un metodo di comportamento che si stava espandendo nelle istituzioni politiche e nella società civile dell'Italia contemporanea e che la reazione dello Stato si era dimostrata, fino a quel momento, debole e inefficace. Quello che sta accadendo ora appare come la conseguenza di una lunga coabitazione tra mafia e politica che è destinata a durare ancora fino a quando lo Stato non debellerà il fenomeno mafioso. (continua)

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