L'eterno trasformismo italiano
- Scritto il 30 aprile 2011 in Il Fatto Quotidiano
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C'è un giudizio storico nel libro che l'editore Einaudi ha pubblicato di nuovo, dopo alcuni anni ( L'Italiano.Il carattere nazionale come storia e invenzione) di Giulio Bollati (duecentoquindicipagine, diciotto euro) che mi sento di condividere fino in fondo (la prima edizione è stata nel 1993, diciotto anni fa) e vorrei spiegare ai lettori perché.
L'autore scrive a pagina 116-117: " In conclusione il Risorgimento tramanda alla nazione unita un patrimonio di principi morali e spirituali, una delega di missione civile, una rinverdita idea di primato, insomma un "retaggio ideale", che, a guardarlo spassionatamente e riconosciutagli la sua parte di funzione patriottica e i suoi momenti di decoro culturale e decidersi a considerare per quello che è una riserva di fondo nei confronti della civiltà moderna.
Il passivo dello spirito di conservazione e della tendenza evolutiva, di cui quella eredità è impregnata, supera di gran lunga l'eventuale attivo di un contributo alla critica della civiltà industriale borghese, quale Marx ed Engels potevano apprezzare in un Sismondi."
Giulio Bollati (di cui fui a Torino, negli ultimi anni, un amico assiduo) scrive un limpido, documentato saggio- scritto con la penna magistrale di cui era dotato - sul carattere nazionale degli italiani e pone al centro della sua originale riflessione tre personaggi importanti nella nostra storia e innanzitutto Alessandro Manzoni, il grande scrittore che, con I promessi sposi, ha lasciato agli italiani il romanzo più importante del diciannovesimo secolo, un affresco straordinario dell'Italia del Seicento da cui emergono antichi caratteri storici del nostro popolo, da don Rodrigo e i suoi "bravi" prepotenti e illegali al vecchio sacerdote dominato dalla paura, l'indimenticabile figura di don Abbondio, alla personalità misteriosa dell'Innominato e ai tanti altri che non è il caso di ricordare qui.
Quello di Bollati " è' uno schema - ricorda Davide Bidussa nella sua Introduzione - che fa della società contadina un luogo della lunga storia italiana, intravvedendola come un cosmo ordinato, gerarchicamente ordinato, controllabile in cui la nobiltà si candida a esercitare il ruolo di guida. Un mondo in trasformazione nella prima metà dell'Ottocento e che, nel passaggio dalla società di ancien régime alla costruzione dell'Italia unita, obbliga a connettere "governo dell'economia", tenuta della società, definizione del comando.
Ovvero formazione di una classe dirigente espressione del ceto nobiliare e dell'imprenditoria terriera...di cui Bollati analizza l'ideologia sociale, le culture e le letture su cui si forma....un tema che, nel profilo di Giulio Bollati, significa indagare come prenda forma e come si costruiscano una retorica e una cultura del moderatismo. Laddove il moderatismo... è una forza politica omogenea e consapevole di sé che testimonia di una continuità fin dal momento in cui si affaccia alla ribalta come tale all'arrivo degli eserciti francesi in Italia."
Di qui le pagine dedicate nel libro al vice presidente della repubblica napoleonica Francesco Melzi d'Eril e a Federico Confalonieri su "il Conciliatore" che ne continua il pensiero e al "Giornale italiano" dello storico meridionale Vincenzo Cuoco. Quindi a Manzoni, che diventa a poco a poco centrale, nella costruzione di quel libro sulla "ideologia italica" che aspettavamo e che Bollati, alla fine (purtroppo per chi lo aspettava con grande interesse) non scriverà.
Ma i temi essenziali del libro attuale, quello che ne fanno ancora oggi un punto di riferimento obbligato, una sorta di straordinario punto di partenza per qualsiasi futuro lavoro in questa direzione, sono chiari e spiattellati con chiarezza nel saggio che abbiamo di fronte.
Prima di tutto, il problema del confronto politico che si è perduto ormai da alcuni decenni come rapporto sano tra la politica e la cultura, viste come facce distinte e indipendenti, ma necessariamente legate tra loro, di una lotta che non diventi (come di fatto è diventata) rissa scomposta alla conquista del potere e del denaro, soprattutto a causa dell'ignoranza del mondo e del passato da parte di molti tra i maggiori esponenti della classe politica.
E quindi il tema del trasformismo che per Bollati " non è una tara, né un vizio né uno scandalo ma la necessaria modalità del governo a fronte di una condizione di ritardo. Una condizione che non è stata superata con l'industrializzazione e che chiama in causa la cultura della modernizzazione.
In questo senso il trasformismo non è solo una prassi di governo in una data congiuntura storica, ma si ripresenta periodicamente ogni qualvolta la modernizzazione obbliga, in relazione al ritardo, a produrre "una manipolazione onnipotente".
In altre parole, la retorica e il trasformismo la fanno da padroni nella modernizzazione, lenta e contraddittoria, che caratterizza il nostro paese. Sono elementi non marginali ma centrali e ricorrenti nella nostra storia nel periodo liberale, in quello fascista e nel lungo settantennio repubblicano.
In questo senso vorrei ricordare ( il saggio di Bollati conforta una simile affermazione) che è soprattutto da questi caratteri storici degli italiani che occorre, anche oggi, difendersi.
Bandire la retorica e il trasformismo mi sembrano essenziali, nella cultura come in politica, se si vuol uscire dal buio attuale e riguadagnare i momenti migliori della storia nazionale: verrebbe da pensare alle speranze della resistenza, all'elaborazione della costituzione, alle riforme importanti soprattutto negli anni sessanta.
Ma, per raggiungere obbiettivi degni di questo nome, è necessario prima di tutto battere il populismo autoritario che ci governa da troppo tempo.
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