L'accento padano delle mafie
- Scritto il 25 dicembre 2010 in Articoli Unità
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Peccato che, come la mia antologia Mafia, politica e affari 1943-2008 edita da Laterza, e riedita ogni anno in questo ultimo sedicennio berlusconiano, attesta nelle sue pagine che da cinquant'anni esatti, come dicono i documenti, esattamente il contrario e semmai si tratta di seguire passo passo quello che è successo negli ultimi vent'anni per capire come il fenomeno, già presente, si è evoluto nell'Italia del Nord.
Da questo punto di vista due libri significativi ci consentono di ricostruire l'accaduto e di indicare le caratteristiche della grande espansione della mafia calabrese in tutta la pianura padana e vale la pena di segnalarli subito ai nostri lettori prima di procedere nel racconto delle sue imprese. Mi riferisco a Ndrangheta padana di Enzo Ciconte (Rubbettino editore, pp.250, euro 14) che da oltre un ventennio dedica un'attenzione particolare a tutte le mafie contemporanee e che aveva pubblicato all'inizio degli anni novanta una storia fondamentale dei mafiosi calabresi e al recentissimo Metastasi a cura di Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli (Chiarelettere, pp.200, euro 14.60) che squaderna la confessione del pentito Giuseppe Di Bella sulle imprese, gli affari e i patti segreti dell'associazione mafiosa nel Veneto di Zaja come nella Lombardia di Formigoni.
Nel libro di Ciconte la polemica con chi nega la presenza della mafia calabrese nelle ricche pianure padane e prima di tutto con la Lega Nord è esplicita e poggia su dati di fatto difficili da negare.
Le pesanti responsabilità di una parte dell'imprenditoria settentrionale negli appalti pubblici degli ultimi decenni a cominciare da quelli sull'autostrada Salerno-Reggio Calabria e quelli per la costruzione del quinto centro siderurgico di Gioia Tauro, che hanno aperto la strada a imprese mafiose che si sono via via impadronite del controllo dell'affare, sono alla base della presenza sempre maggiore dell'associazione calabrese sul piano finanziario e quindi di comando effettivo.
Ormai le due sedi centrali della ‘Ndrangheta in Italia sono Milano e Reggio Calabria. L'autore ricorda un rapporto del giudice Caterina Interlandi che sottolinea il modo di penetrare nell'affare da parte delle imprese mafiose legate o espressione diretta della ‘Ndrangheta: "Le indagini hanno offerto la dimostrazione inquietante di come fosse possibile aggirare la normativa antimafia dettata proprio per le grandi opere e come di fatto i lavori di movimento terra fossero controllati dalla ‘ndrangheta. E' risultato in particolare che nei contratti, nei progetti esecutivi dell'opera, nei cantieri e nella cosiddetta filiera del cemento poco o nulla si documenta e si regolamenta quanto all'esecuzione dei lavori di movimento terra. E' come se si trattasse di opere che per la loro relativa semplicità non richiedono specifiche competenze tecniche e che conseguentemente non meritano rilievo nei piani dell'opera da realizzare. Si crea così di fatto una sorta di zona d'ombra in cui si inserisce il "cancro" della criminalità organizzata che finisce per dettare regole ferree, a cominciare da quella sulla distribuzione del lavoro."
Ciconte fornisce, nelle pagine successive del libro, un vademecum prezioso per individuare gli strumenti adottati dall'associazione calabrese per dominare nei cantieri e raggiungere i propri obbiettivi di lucro e di comando.
I racconti del pentito Di Bella aggiungono al quadro complessivo delineato nel suo libro dallo studioso calabrese vicende particolari che non erano note all'opinione pubblica e che ricostruiscono l'incontro di un capo con il sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti, i rapporti tra l'associazione mafiosa calabrese e il traffico d'armi delle Brigate Rosse negli anni ottanta, i patti stipulati con i cinesi e molti altri episodi sfuggiti all'attenzione dei mezzi di comunicazione.
Sono pagine di storia degli ultimi trent'anni che danno un ritratto somigliante della crisi italiana e della presenza indubbiamente troppo forte delle associazioni mafiose.
Non è presente soltanto la ‘Ndrangheta ma sullo sfondo si intravvedono le altre due sorelle, Cosa Nostra e la Camorra che continuano ad agire nell'economia come nella politica senza che lo Stato italiano sembri in grado di limitarne l'azione.
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