Fini ha un futuro solo senza Berlusconi

L'attesa, quasi spasmodica, sul discorso che l'attuale presidente della Camera Gianfranco Fini terrà domani a Mirabello nella festa Tricolore è legata, senza dubbio, alle conseguenze che l'eventuale rottura definitiva tra Berlusconi e Fini possa accelerare la rapida fine della legislatura in corso ma anche al fatto che il nostro paese non ha mai avuto nella sua storia - se si esclude il sessantennio liberale - una destra democratica e moderna.

Sappiamo  che questa caratteristica ha influito negativamente anche sullo sviluppo della sinistra e ci ha condotto già negli anni venti a una lunga involuzione autoritaria che molti mostrano di aver dimenticato. Negli ultimi quindici anni, abbiamo visto - con l'ascesa di Silvio Berlusconi - profilarsi  un pericoloso ritorno, pur con  modalità differenti dall'avventura mussoliniana. Di qui l'interesse notevole per la svolta di Fini e l'attesa di una conferma del mutamento già avvenuto o invece di una sosta temporanea o, addirittura di una ricomposizione, tra i due co-fondatori del Popolo della Libertà.

A poche ore da quel discorso è  chiaro che la partita è soprattutto tattica in questo momento. Fini ha bisogno di costruire un nuovo partito della destra europea e, per questo, alcuni mesi sarebbero preziosi ma non può accollarsi personalmente la rottura immediata della sedicesima legislatura e, nello stesso tempo, non può neppure accettare che il presidente del Consiglio, invece di ricorrere a un nuovo lodo Alfano in salsa costituzionale, vada avanti con il processo breve e con l'annessa norma transitoria che manderebbe all'aria molte centinaia di processi in corso.

Qui si gioca la partita decisiva per Gianfranco Fini e ritornare indietro non appare agevole. Basta leggere il suo ultimo libro indirizzato ai giovani e intitolato  Il futuro della libertà per rendersi conto che il presidente della Camera ha accettato (sembra, fino in fondo) le regole fondamentali della democrazia moderna e della nostra costituzione repubblicana.

Sicché diventa difficile far marcia indietro, mentre le indagini giudiziarie sulla P3 e sulla cricca degli appalti mostrano, con sempre maggior chiarezza, la diffusione del metodo mafioso nella gestione dell'esecutivo e delle lobbies cresciute  intorno al nucleo centrale della classe dirigente oggi al governo. Questo non significa, come è ovvio, che Fini possa diventare un uomo della sinistra e neppure del centro-sinistra e  simili confusioni nascono in un periodo di grande crisi delle forze politiche e, in particolare, di quelle che non sono riuscite a maturare finora una forte identità.

Resta il problema di fondo: si può arrivare forse a un compromesso temporaneo ma due destre così profondamente diverse potranno convivere per qualche mese, non per un triennio come quello che manca ancora alla conclusione fisiologica della legislatura. Pena il suicidio politico di Fini e dei suoi uomini e l'ascesa della Lega alla funzione decisiva nel partito voluto da Berlusconi con il discorso del predellino.  

 

 

 

 

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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In una situazione politica di stallo in cui il berlusconismo sembra definitivamente in crisi e gli scenari futuri del Paese appaiono quantomai incerti, Nicola Tranfaglia e Anna Petrozzi propongono una riflessione dialogica sulla storia italiana dal 1943 a oggi. La loro puntuale disamina mette in luce come settori della classe dirigente italiana, degli apparati dello Stato e dell'establishment economico - spesso responsabili di stragi e delitti eccellenti - abbiano condizionato l'alternanza democratica dei governi per mantenere il più possibile inalterati gli equilibri di una società conservatrice e talvolta reazionaria. (continua)

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