Il Sud pedali senza doping

C'è qualcosa di paradossale nel dibattito che sembra riaccendersi, dopo alcuni anni di eclisse, sul destino delle nostre regioni meridionali: quando siamo ormai vicini alla scadenza dei centocinquant'anni di unità nazionale, diventa più importante il nodo delle modalità storiche con cui avvenne l'unificazione del paese e, nello stesso tempo, la discussione sulla strategia necessaria per superare l'antico divario tra le varie regioni italiane, in particolare tra il Nord e il Sud.

Per quanto riguarda il primo aspetto, c'è il rischio che si riproduca ancora una volta lo scontro anacronistico tra i nostalgici del regno borbonico e i difensori della conquista piemontese piuttosto che l'analisi storica degli errori compiuti dalla classe dirigente nazionale negli anni decisivi dell'unificazione, in cui il nuovo Stato si volse a spogliare il tesoro finanziario del regno appena caduto, sottoponendo le regioni meridionali a un forte sfruttamento economico e alleandosi con la parte più arretrata delle classi dirigenti meridionali e così via.

Per quanto concerne il secondo aspetto, che riguarda un problema insieme politico ed economico. C'è da chiedersi se è possibile risolvere il problema del divario economico tra Nord e Sud senza modificare complessivamente la politica economica nazionale. A questo interrogativo rispondono all'unisono di no economisti e studiosi che pur provengono da formazioni ed esperienze diverse e, del resto, a questa constatazione di fondo erano arrivati a modo loro anche quelli che, nella seconda metà dell'Ottocento o nella prima metà del Novecento, si erano  dedicati allo studio di quella che si chiamava allora la questione meridionale.

Le osservazioni di fondo sono essenzialmente due. La prima è che i principali elementi che ostacolano, ed hanno ostacolato, lo sviluppo del Mezzogiorno stanno nel tentativo perseguito per più di un secolo di applicare al Mezzogiorno il modello di modernizzazione adeguato alle regioni centrali e settentrionali piuttosto che quello applicabile naturalmente alle regioni meridionali.

La seconda osservazione riguarda il fatto che ostacoli allo sviluppo meridionale sono, senza dubbio alcuno, il pessimo funzionamento delle istituzioni pubbliche, dello stato, della giustizia, dell'amministrazione e che, senza compiere riforme efficaci di questi settori, non sarà possibile rimediare al divario che separa le regioni meridionali dalle altre nel nostro paese.

In questa direzione, chiara e stringente, vanno due libri che sono usciti negli ultimi mesi e che vorrei raccomandare ai nostri lettori.

Da una parte il saggio - agile e assai chiaro - di Gianfranco Viesti che già alcuni anni fa con il suo  il Mezzogiorno a tradimento (Laterza, 2003) aveva sollevato una serie di interrogativi di grande importanza e ora, con un provocatorio Abolire il Mezzogiorno (Laterza, 2009), dall'altra il volume collettivo intitolato I Sud. Conoscere, capire, cambiare a cura di Marta Petrusevitz, Jane e Peter Schneider (edito dal Mulino).

In particolare, nel volume I Sud, Fabrizio Barca sottolinea con chiarezza che "i principali fattori dai quali dipende lo sviluppo bloccato dell'intero paese - scarsa concorrenza dei mercati; inefficienza e inefficacia dell'amministrazione pubblica; fallimento del sistema di governo societario; scarsa qualità della scuola per responsabilità prevalente del governo centrale (Quaderno bianco, 2007) - sono aggravati nel Mezzogiorno da tre peculiari circostanze:

1) Una politica economica di sussidi e compensazioni.

2) La debolezza delle relazioni fiduciarie fra privati e, soprattutto, fra privati e stato.

3) La degenerazione  in quattro delle otto regioni del Mezzogiorno (Calabria, Sicilia, Campania e Puglia) della concorrenza nella loro forma ultima di criminalità organizzata."

E Gianfranco Viesti, a sua volta, concludendo una disamina analitica della politica economica italiana negli ultimi cinquant'anni, scrive: " Non serve dunque più nessuna politica speciale per il Sud, né tanto meno istituzioni speciali che la mettano in atto. Serve mettere in atto più intensamente nelle regioni più deboli le grandi politiche di investimento che servono, e tanto, all'intera Italia: farlo con le stesse regole e le stesse modalità che valgono in tutto il paese; attraverso il raccordo, faticoso ma indispensabile, fra amministrazioni centrali e periferiche."

Ma subito dopo aggiunge: "Una nuova regolazione macroeconomica e riparti ragionevoli delle risorse aiutano mettono a disposizione dei territori  una bicicletta; bisogna che qualcuno pedali." Emerge, insomma, come sempre il problema centrale della nostra storia. Il protagonismo necessario dei meridionali, e delle classi dirigenti che si scelgono, per uscire dalla crisi e adeguarsi alle regole necessarie per lo sviluppo.

C'è da sperare che sia arrivato il tempo del cambiamento.

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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In una situazione politica di stallo in cui il berlusconismo sembra definitivamente in crisi e gli scenari futuri del Paese appaiono quantomai incerti, Nicola Tranfaglia e Anna Petrozzi propongono una riflessione dialogica sulla storia italiana dal 1943 a oggi. La loro puntuale disamina mette in luce come settori della classe dirigente italiana, degli apparati dello Stato e dell'establishment economico - spesso responsabili di stragi e delitti eccellenti - abbiano condizionato l'alternanza democratica dei governi per mantenere il più possibile inalterati gli equilibri di una società conservatrice e talvolta reazionaria. (continua)

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