Tutti i segreti del Presidente
- Scritto il 20 agosto 2010 in Articoli Unità
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Così sembra passato un tempo ancora più lungo da quando ministro degli Interni durante il rapimento di Aldo Moro aveva nominato nel comitato di emergenza, formato dal Viminale per la ricerca del prigioniero, dieci alti funzionari ed era stato facile verificare che quasi tutti (otto su dieci, per la precisione) erano affiliati alla loggia massonica segreta P2, sciolta qualche anno dopo dall'apposita commissione parlamentare istituita dal governo Spadolini come avversa alla repubblica e contraria alla costituzione e alle leggi della repubblica.
E ancora il fatto che era stato proprio Cossiga a schierare i carri armati della polizia contro i manifestanti a Bologna nel 1976, provocando la morte dello studente Lorusso e l'anno dopo l'uccisione della studentessa Giorgiana Masi nella capitale.
Questi aspetti della carriera politica di Cossiga sembrano svaniti nel nulla, così come i suoi evasivi giudizi sulla lunga storia di presenza di poteri occulti che hanno sicuramente agito nella nostra storia repubblicana e rispetto ai quali l'uomo politico sardo, una volta divenuto ex presidente della Repubblica, si è più volte espresso, attribuendo al missile di un aereo francese la strage di Ustica, alla Cia americana quella di piazza Fontana a Milano, a un errore di guerriglieri palestinesi l'eccidio di oltre ottanta persone alla stazione di Bologna.
Ma senza spiegare mai agli italiani quanto ha contato in quella lunga scia di sangue la presenza, in un primo tempo, di gruppi neofascisti legati agli apparati dello Stato ex fascista e, in un secondo tempo, di sedicenti comunisti legati a servizi italiani e stranieri, come alla fine avrebbe argomentato la Commissione Stragi del nostro Parlamento.
Insomma, fino all'ultimo, Francesco Cossiga ha tenuto per sé i segreti importanti conosciuti negli anni in cui, prima come sottosegretario alla difesa con delega ai servizi segreti, poi ministro dell'Interno e infine come presidente del Consiglio, aveva retto per un lungo periodo le sorti difficili del paese.
In particolare nulla ha fatto sapere del momento cruciale della sua vita politica, quando dovette gestire in prima persona il rapimento del suo compagno di partito Moro ed assistere fino all'ultimo a quella "strategia della fermezza", voluta allo stesso tempo dai democristiani e dai comunisti che significò di fatto il rifiuto di ogni richiesta dei terroristi e, alla fine, la morte brutale del grande leader cattolico.
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