Una Fiat senza operai

E' facile di questi tempi trovare chi pensa che le scelte  della Fiat a Pomigliano, a Termoli e negli altri stabilimenti della penisola siano espressione di una politica capitalistica moderna e adeguata alla crisi economica europea.

Oppure che la scelta, solo in apparenza estemporanea, di portare la produzione della nuova monovolume in Serbia piuttosto che a Torino Mirafiori, rappresenti soltanto una variazione sul tema e non il perseguimento coerente del progetto di Marchionne di smantellare dopo la chiusura già decisa di Termini Imerese nel 2012, tutte le produzioni italiane. Per fortuna il nuovo attacco della Fiat ai lavoratori italiani non ha colto di sorpresa né la CGIL né il comune di Torino.

Ma questo fraintendimento politico è possibile soltanto perché il nostro è un paese senza memoria: le classi dirigenti delle generazioni più anziane non sono riuscite a comunicare alle nuove la vicenda centrale dell'industrializzazione italiana, delle lotte operaie e contadine, delle conquiste che hanno cambiato il nostro paese negli anni sessanta ed hanno proposto un modello di capitalismo, almeno in parte, rispettoso dei principi costituzionali e dei diritti dei lavoratori.

E' quel capitalismo che ha recepito lo Statuto dei lavoratori e ha ottenuto che le imprese, come afferma la costituzione, tenessero conto delle esigenze poste dagli interessi generali della comunità sociale nella nostra economia. Non è un caso che oggi l'attacco della destra berlusconiana cerca di  intervenire contro lo Statuto dei Lavoratori e gli articoli della costituzione 40-43 che si occupano dei limiti alle imprese economiche.

In altri termini la Fiat vuole approfittare della crisi europea e italiana per ritornare a un capitalismo che mette da parte ogni limite e ha un dominio assoluto sui lavoratori come sulla gestione delle imprese. Lo scorporo, appena avvenuto, del settore auto dalle altre aziende contribuisce a un simile obbiettivo. E' necessario poter licenziare gli operai che non accettano il ritorno a quel modello di capitalismo e l'esempio, appena dato,  di cinque operai licenziati nell'ultima settimana va nella stessa direzione. Ma questo serve in primo luogo per accrescere il profitto dell'impresa, per ritornare all'utile dopo alcuni anni, come dicono oggi i portavoce della Fiat o è piuttosto  un aspetto centrale del modello di capitalismo che si vuole restaurare?

Credo che si tratti della seconda ipotesi: senza operai che accettano l'accantonamento della costituzione e delle leggi repubblicane approvate nei decenni delle lotte sociali è impossibile ritornare a quel capitalismo degli anni cinquanta che ora riemerge dalla politica Fiat.

Quel capitalismo prevede i licenziamenti operai e la fine dell'ordinamento costituzionale del 1948. E questo, come direbbero Quagliariello o Gasparri, rientra appieno  nel programma elettorale della coalizione formata da Berlusconi nel 2008 come in quella del 1994 e del 2001. Un modello che ha come precedente decisivo il piano di rinascita democratica della P2 e che riemerge tutte le volte che l'imprenditore di Arcore raggiunge il potere.

Fino a quando le opposizioni non comprendono il legame di fondo che tiene unite la questione sociale e quella politico-costituzionale, sarà sempre Berlusconi a tenere il bandolo della matassa e a mantenere la sua egemonia  culturale nel nostro paese. E intanto la distanza economica tra Nord e Sud aumenta anche se l'impoverimento degli italiani riguarda tutto il paese che avrà sempre di più, i pochi soliti sempre più ricchi, e la drammatica discesa nella povertà di tutti gli altri.

Il partito democratico, che continua ad essere la forza maggiore del centro-sinistra, non ha ancora fatto una scelta chiara a questo proposito, o almeno non la ha esplicitata. Ma bisogna invece farla con chiarezza. Soltanto se ci si batte, nello stesso tempo, per la difesa della costituzione repubblicana e per i principi della democrazia moderna e per una soluzione della questione sociale che porti in primo piano i diritti delle masse lavoratrici e la difesa dello Statuto dei lavoratori come dei principi costituzionali potremo  pensare di sconfiggere il modello piduista e convincere gli italiani a scegliere il centro-sinistra come alternativa effettiva  al populismo autoritario impersonato  da Berlusconi e dalle forze che lo sostengono.

Non esistono  possibilità di  accordi stabili  con chi, come Casini, cerca disperatamente di essere al centro di uno schieramento politico scompaginato dal populismo e sostenuto dalla Confindustria di Emma Marcegaglia  senza esitazioni. Ma gli elettori della destra oggi sono divisi e possono essere convinti - tanti anche se non tutti - a ripudiare finalmente  un modello come quello berlusconiano che è profondamente antidemocratico e si pone esplicitamente contro le tradizioni democratiche e repubblicane che hanno percorso, in tanti momenti importanti, la storia repubblicana e ne hanno fatto il paese che, malgrado tutto, amiamo.

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Commenti

#1 · Louise Bonzoni
28 luglio 2010, 18:38

Concordo in toto con l’ottima analisi. Mi stupisce che pochi vedano questo pericoloso futuro.

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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Il libro: LA COLPA - Come e perche' siamo arrivati alla notte della repubblica

In una situazione politica di stallo in cui il berlusconismo sembra definitivamente in crisi e gli scenari futuri del Paese appaiono quantomai incerti, Nicola Tranfaglia e Anna Petrozzi propongono una riflessione dialogica sulla storia italiana dal 1943 a oggi. La loro puntuale disamina mette in luce come settori della classe dirigente italiana, degli apparati dello Stato e dell'establishment economico - spesso responsabili di stragi e delitti eccellenti - abbiano condizionato l'alternanza democratica dei governi per mantenere il più possibile inalterati gli equilibri di una società conservatrice e talvolta reazionaria. (continua)

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