La trattativa è storia

Una sentenza diplomatica si può definire, senza dubbio alcuno, quella che ha condannato in secondo grado il senatore Dell'Utri alla corte di Appello di Palermo e  che si è preoccupata, subito dopo, di concludere sul piano storico (ma quando mai i giudizi storici si possono delegare ai magistrati?) che la trattativa tra Stato e mafia non sia mai avvenuta.

Come se ancora credessimo che la collaborazione accertata per oltre quarant'anni tra Cosa Nostra e il pluripresidente del Consiglio senatore Andreotti fosse terminata proprio nell'anno 1980, termine necessario per applicare la prescrizione e che, dopo quella data, fosse sicuramente terminata proprio quell'anno.

E, se per Andreotti la successiva nomina a senatore a vita ha  reso impossibile qualsiasi ulteriore procedimento penale, almeno per il senatore dell'Utri, non c'è dubbio che un minimo di decenza istituzionale dovrebbe spingere il co-fondatore di Forza Italia a dimettersi e a lasciare la politica per una tranquilla pensione.

Ma gesti di questo genere non appartengono alla forza politica fondata dal senatore siciliano e c'è da giurare che egli attenda con trepidazione  il giudizio della Corte di Cassazione per chiedersi se non è il caso ormai di lasciare le armi e darsi a più sollazzevoli occupazioni.

Del resto Dell'Utri ha commentato la sentenza, ripetendo il  giudizio lusinghiero sul boss mafioso Mangano  già  definito, d'accordo con Berlusconi,  un "eroe".

Meno male che, su quel piano, le cose sono molto più complicate di quanto possa apparire a livello giudiziario.

E che gli storici hanno a disposizione indizi consistenti che fanno concludere la questione in maniera diversa. Se così fosse, infatti, che senso avrebbe avuto la mancata perquisizione del covo di Riina subito dopo la conquista del capo militare di Cosa Nostra e il successivo procedimento penale contro l'ex comandante dei Ros colonnello Mori che è ancora in corso?

Gli interrogativi su quella trattativa sono ancora in piedi non soltanto a livello giudiziario, visto che dopo le stragi del 1992 è difficile dubitare che l'associazione mafiosa siciliana sia rimasta con le mani in mano dopo una lunga carriera di collusione con le forze politiche.

Testimonianze importanti anche se tardive, come quelle dell'ex presidente della repubblica Ciampi e dell'onorevole Veltroni e giudizi attuali come quelli pronunciati durante il recente processo dal procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso, fanno pensare che l'ipotesi di una trattativa, confermata di recente anche dal collaborante Spatuzza, abbiano più di un  fondamento.

Ma bisogna ricordare ancora l'ultima testimonianza resa dal giudice Borsellino pochi giorni prima di morire e quella precedente di Giovanni Falcone sulle "menti raffinatissime", come quelle che avrebbero presieduto all'attentato dell'Addaura, che confermano qualcosa di più dei sospetti su quella trattativa.

Non si tratta, in questo caso, di dietrologia ma di un ragionamento storico che è fondato su precise circostanze accertato in altri casi giudiziari.

E' provato ormai storicamente che c'è stata una lunga collusione tra le associazioni mafiose e la classe politica di governo ed è praticamente certo che, nel 1992, la fine della guerra fredda e la crisi dei partiti storici della repubblica abbiano aperto la strada a nuovi equilibri politici cui, con ogni probabilità, Cosa Nostra era, come sempre, molto interessata.

Ma, se questo è vero, è difficile pensare che una trattativa non ci sia stata e che i nuovi referenti non debbano collocarsi proprio tra le nuove forze che si stavano accingendo a raggiungere il potere.

Se questo è ormai accertato, è difficile dubitare di un avvenimento come quello di cui hanno parlato i giudici che stanno perseguendo il colonnello Mori.      

Insomma siamo ancora una volta  nel "porto delle nebbie" che più volte la magistratura, a Roma e altrove, ha presentato di fronte agli italiani su problemi cruciali  che appartengono alla nostra storia recente.   

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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In una situazione politica di stallo in cui il berlusconismo sembra definitivamente in crisi e gli scenari futuri del Paese appaiono quantomai incerti, Nicola Tranfaglia e Anna Petrozzi propongono una riflessione dialogica sulla storia italiana dal 1943 a oggi. La loro puntuale disamina mette in luce come settori della classe dirigente italiana, degli apparati dello Stato e dell'establishment economico - spesso responsabili di stragi e delitti eccellenti - abbiano condizionato l'alternanza democratica dei governi per mantenere il più possibile inalterati gli equilibri di una società conservatrice e talvolta reazionaria. (continua)

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