L'800 e il secolo mondo

E' curioso il  rapporto che si è creato oggi particolarmente in Italia tra la storia e il presente. Non sto parlando del futuro: quello riguarda non tanto gli storici quanto i costruttori del nuovo, i politici o ancora quelli che si illudono di innovare, anche se sono a volte i ripetitori di forme vecchie e consunte. Ma riuscire a rendersi conto di quello che sta succedendo è impresa interessante che dovrebbe coinvolgere gli studiosi, come quelli che si dedicano all'azione, politica e culturale.

Così escono, e dovrebbero (ma non è detto che accada) suscitare un indubbio interesse nelle università ma anche nella società, libri come quello di Alberto Banti che vuole analizzare le Questioni dell'età contemporanea (Laterza editore, pp. 360, 24 euro) e di Alberto De Bernardi (Da mondiale a globale. Storia del XX secolo, pp. 365,19 euro) che registra il passaggio fondamentale intervenuto nel secolo scorso, quella che tanti chiamano "globalizzazione".

Il libro di Banti è ambizioso giacché vuole fornire introduzioni brevi ma sostanziose ai grandi problemi dell'età contemporanea e un inizio di guida bibliografica ai futuri, necessari approfondimenti. I problemi scelti dall'autore sono quindici e qui c'è un'indubbia arbitrarietà nella scelta che riguarda più di due secoli e vanno dal classico Risorgimento alla globalizzazione appunto tra ventesimo e ventunesimo secolo.

L'autore dice che cercherà di non dare giudizi sugli autori di cui parla e di far tacere le sue preferenze personali ma basta leggere i primi capitoli (scritti con chiarezza, per fortuna) per rendersi conto che si tratta forse di un proposito non attuato e che lo studioso toscano mostra non soltanto nette preferenze tra una generazione e l'altra ma anche una diversa conoscenza dei secoli e dei problemi, adottando criteri diversi: in certi casi parla di pochi, pochissimi autori e soltanto fino a un certo anno, in altri casi, invece, arriva fino ad oggi ed enumera un ampio numero di opere e di studiosi .

Ma questo non è un gran problema, o almeno non lo sarebbe, se la conoscenza della storia contemporanea fosse nell'autore pari per i due secoli, l'Ottocento e il Novecento e questo sicuramente non succede leggendo con attenzione il volume. Facciamo due casi significativi per il lettore. Le introduzioni che riguardano il Risorgimento e il Fascismo.

Per quanto riguarda il primo, il saggio di Banti è sicuramente informato e interessante ma, a mio avviso, non mette adeguatamente in evidenza le falle clamorose che ancora caratterizzano la nostra storiografia risorgimentale che ha dedicato troppo scarso interesse negli ultimi quarant'anni  alla guerra contadina dei briganti come alla politica della seconda metà dell'Ottocento e non ha ancora affrontato neppure questioni di grande importanza del primo sessantennio come l'analisi del trasformismo e dell'offensiva antiparlamentare.

Per il fascismo, Banti adotta, con una certa disinvoltura, la vulgata che è passata sui mass media che sembra concentrare il dibattito tra l'opera di De Felice e quella di Vivarelli, non citando neppure tutto quello che altri studiosi, a cominciare da Enzo Collotti, hanno scritto per approfondire aspetti fondamentali del dominio fascista che negli ultimi anni ha apportato novità importanti sulla partecipazione della dittatura alla deportazione e al massacro degli oppositori, oltre che degli ebrei.

Qui c'è, forse, una conoscenza insufficiente del dibattito che ha caratterizzato le nostre discussioni  negli anni sessanta, settanta e ottanta ed ha aperto nuovi punti di vista che non si riassumono tutti nel lavoro, peraltro importante e significativo, del migliore allievo di Renzo De Felice, Emilio Gentile. Sembra di cogliere, insomma, una troppa netta preferenza dell'autore nella storia culturale e del pensiero rispetto alla storia economico-sociale e politica. Assai diverso il discorso di Alberto De Bernardi nel suo saggio sulla storia del ventesimo secolo.

Qui lo storico ha concentrato la sua attenzione nella definizione del ventesimo secolo che a livello di mass media è rimasto fermo per molti aspetti alla precoce e brillante definizione che ne diede molti anni fa Eric J. Hobsbawm di "secolo breve" e che allora fece il paio con la proclamazione del giapponese Fukuyama di "fine della storia" ma negli anni successivi è emerso con sempre maggior chiarezza che la storia non è finita e neppure il secolo ventesimo è finito con il 1989 e la caduta del comunismo sovietico.

Nella realtà altre definizioni si sono affermate in maniera più convincente a cominciare da quella di due altri storici, Charles Mayer e Giovanni Arrighi, che hanno parlato invece de "il lungo ventesimo secolo. Danaro, potere e le origini del nostro tempo"(1996) oppure di "secolo-mondo" che appare per molti aspetti la definizione più convincente perché è proprio allora che la dimensione globale si afferma nel pianeta e non l'abbandona più. "Alla fine dell'Ottocento - scrive De Bernardi - l'intreccio tra nuovo slancio industrialista, nuove tecnologie e imperialismo ha rimodellato lo spazio storico, nella misura in cui il sistema-mondo del capitalismo ha inglobato al suo interno il mondo intero."

 

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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