C'era una volta il PCI
- Scritto il 17 febbraio 2010 in Articoli Unità
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In un saggio di notevole chiarezza affronta il problema Guido Liguori con il suo La morte del PCI pubblicato da Manifesto Libri (pp.191, venti euro) e per chi ha vissuto con passione quella scelta e le discussioni che si protrassero per più di un anno all'interno, ma anche all'esterno del grande partito comunista, ripercorrere il periodo che provocò molti film e documentari (tra i quali La cosa di Nanni Moretti) e infiniti articoli di tanti giornali, a cominciare dall'Unità.
Il racconto restituisce l'atmosfera di un'Italia assai diversa da quella attuale, più vicina alla politica (se non al parlamento) appassionata, non soltanto tra gli addetti ai lavori, al problema del che fare per cambiare la sinistra, qui e altrove.
L'autore ricostruisce con precisione come Achille Occhetto, giunto dal giugno 1988, dopo un lieve attacco cardiaco di Alessandro Natta, alla segreteria del partito, abbia incominciato a parlare di "un nuovo partito comunista" nella seconda metà di quell'anno e nei primi mesi del fatale 1989. Paolo Liguori ricorda il discorso di Civitavecchia dell'8 luglio 1989 in cui il segretario del PCI, rispondendo a un attacco che Craxi aveva portato a Togliatti, aveva affermato che questi era stato "inevitabilmente corresponsabile di scelte e atti di epoca staliniana".
Come a dire che egli era disposto a riesaminare con occhio critico il passato del partito comunista e in particolare le scelte che il segretario del PCI negli anni decisivi del fascismo, e soprattutto del periodo repubblicano, aveva compiuto. E qualche mese dopo in un'intervista al giornalista Ferdinando Adornato, passato da poco dall'Unità all'Espresso, aveva sottolineato l'adesione ai grandi principi espressi dalla Rivoluzione francese soprattutto nella prima fase, al momento della dichiarazione democratica sui diritti dell'uomo.
C'era, insomma, da parte di Occhetto l'intento di adottare un "revisionismo politico-culturale" che investiva la storia del partito e che richiedeva ora un "nuovo inizio" come apparve con chiarezza nei mesi seguenti di quell'anno e particolarmente nei giorni precedenti e successivi alla caduta del muro di Berlino. Fu quest'ultimo avvenimento, così pare proprio, che spinse Occhetto a decidere, senza consultare nessuno, nemmeno la segreteria che aveva nominato, ad aderire all'idea di cambiare il nome del partito, di togliere l'attributo "comunista" e di adottarne un altro, fuori della tradizione socialista, come quello di "Partito democratico della sinistra."
Ma quel che apparve già allora con una certa chiarezza è che, da parte di Occhetto e dei suoi più stretti collaboratori (come Fassino,Veltroni e D'Alema), non ci fosse un disegno chiaro sulla strategia che avrebbe dovuto sostituire quella che il partito aveva condotto con Togliatti per non buttare via l'eredità assai grande che il PCI lasciava, per compiere l'atto necessario di recidere il legame di ferro con l'Unione Sovietica ma nello stesso tempo mantenere la funzione decisiva nella politica italiana ed europea. Questa incertezza di fondo, non solo sul piano culturale ma anche su quello politico, appare con chiarezza nelle pagine che l'autore dedica alla narrazione del dibattito che si svolse dal discorso della Bolognina al congresso dell'anno successivo. Il dibattito si intensificò ancora allo scioglimento del Pci seguito immediatamente nel '91 alla tormentata nascita del PDS e, alla sua sinistra, del Partito della rifondazione comunista, guidato da Sergio Garavini e da Armando Cossutta.
Non è un caso che, nei due congressi, non si riesca a discutere sul tema fondamentale che riguarda l'organizzazione e la riforma del "partito nuovo". L'atteggiamento di fondo del gruppo dirigente, uscito dai due congressi, è quello di accantonare il passato e anche la personalità centrale di Enrico Berlinguer e di puntare piuttosto su un "nuovismo" superficiale destinato a rendere il partito più omogeneo agli altri partiti italiani, piuttosto che a salvaguardare l'originalità, pur con le sue indubbie contraddizioni, dell'esperienza comunista italiana. Di qui le conseguenze negative della "morte" di cui parla l'autore e i problemi ereditati oggi dal partito democratico che pure resta la forza più grande dell'opposizione a Berlusconi.
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#1 · giovanni grasso
1 marzo 2010, 14:57Sulla scomparsa del DS e la nascita del PD vedi:
FUSIONE FREDDA
http://www.youtube.com/watch?v=lRpQNW-dFCQ