Italia contro Italia
- Scritto il 12 febbraio 2010 in Articoli Unità
- Invia per e-mail
- Segnala questo articolo
Gli anni che portano l'Italia dalla guerra al fascismo restano decisivi nella nostra storia sotto moli aspetti. Il nostro è il primo Paese in Europa a precipitare nella dittatura fascista dopo il trauma del conflitto mondiale e a veder crollare un regime liberale in un ordinamento autoritario in cui le libertà fondamentali degli individui, come dei gruppi sociali, sono negate e in cui lo Stato regola tutto, senza distinzioni.
Fabio Fabbri, che a queste vicende ha dedicato numerosi lavori, ricostruisce in maniera analitica quegli anni per cogliere gli elementi economici, politici e culturali che preparano questo esito e lo generano in un cammino che ha inizio con la fine della guerra e si conclude un anno prima della marcia su Roma e della vittoria formale del movimento di Mussolini (Le origini della guerra civile.
L'Italia dalla grande guerra al fascismo 1918-1921, Utet editori, pp. 712, euro 28). Nella nostra storiografia, diversamente da quanto videro in quegli anni i contemporanei a cominciare dallo stesso Mussolini e da un pensatore come Antonio Gramsci, si è sempre parlato di guerra civile per il periodo 1943-45 in cui si contrapposero in uno scontro mortale i partigiani da una parte e i nazisti con i fascisti della Repubblica sociale dall'altra. Come Fabbri dimostra in maniera convincente, invece, le origini della guerra civile emersero molto prima, percorrendo poi tutta la prima parte del secolo ventesimo e vedendo scendere in campo gli industriali, la Chiesa cattolica, la monarchia e il movimento fascista contro operai e contadini che in quel momento rappresentavano con la piccola borghesia la maggioranza dei lavoratori.
Fabbri individua nel fallimento delle agitazioni terriere e operaie del 1919, come nella paura della rivoluzione bolscevica che aveva vinto in Russia, le cause profonde di quella rivoluzione preventiva che trovò in Mussolini e nel suo movimento, caratterizzato dalla violenza di strada, gli strumenti necessari per opprimere la maggioranza della popolazione italiana uscita dalla guerra con lutti e rovine e già dominata dalle regole del latifondo e della fabbrica, senza nessun potere e capacità di contare nel governo del Paese.
Ma il movimento fascista ebbe, in quegli anni, la capacità di seguire un doppio binario: quello parlamentare sostenuto dai liberali nelle elezioni dell'aprile 1921 e quello della violenza, nelle campagne della pianura padana come nelle città del centro-nord, per conquistare l'egemonia politica e culturale, sotterrare l'alternativa democratica e socialista e avvicinarsi al potere nell'Italia liberale. A proposito della violenza, basta ricordare, per rendersene conto, le cifre dello scontro riportate da Fabbri. Nel '21, dal 1° gennaio al 31 maggio, risultavano 202 vittime per opera dei fascisti e 1144 feriti mentre da parte della forza pubblica erano state uccise 44 persone e ferite 259: un totale dunque di 246 morti e 1402 feriti.
Infine era evidente la sproporzione tra i 2240 socialisti e comunisti e i 102 fascisti. Lo aiutarono i comportamenti dei prefetti come dei giudici che si dimostrarono più sensibili alla difesa dello statu quo che a quella della giustizia sociale e dei principi dello Statuto Albertino. In quella crisi naufragò l'esperimento nittiano per molti aspetti contraddittorio ma anche quello giolittiano che cercò di addomesticare i fascisti e inserirli nel gioco parlamentare come se potessero diventare una forza normale, fallendo clamorosamente.
L'ora del fascio cadde nell'estate del 1920 e i fatti di Sarzana mostrarono che lo scontro tra le squadre dei fascisti e le forze dell'ordine non si risolveva sul piano militare ma su quello politico. In questo senso l'occupazione delle fabbriche, nel triangolo industriale del Nord, fu la goccia che fece traboccare il vaso e spingere gli industriali e le principali istituzioni a sferrare l'attacco decisivo contro le classi subalterne colpite dalla guerra. Lo scontro vide forze contrapposte tra la difesa della legalità e la sua violazione e armò le forze decise a un vero e proprio "colpo di Stato" che si sarebbe realizzato con la commedia della marcia su Roma.
Non si trattò di un assalto al palazzo ma di una manifestazione folcloristica che coprì, per così dire, l'intensa trattativa tra il movimento armato e la monarchia che alla fine negò il decreto sullo stato d'assedio al Governo Facta e consegnò il potere al duce del fascismo. Si dipanò così la fragorosa caduta dello Stato liberale in Italia, che altri Paesi, a cominciare dalla Germania di Weimar e all'Austria avrebbero seguito negli anni successivi, e di sicuro fu la guerra, come aveva intuito Sigmund Freud, l'agente fondamentale del trauma e della successiva crisi sociale e culturale.
Segnala questo articolo sui Social Network:













