La mafia fattura una Finanziaria ma il governo punisce i giudici

Tra i pericoli entrati nell'universo del terrore di cui la cronaca ci investe ogni giorno c'è sicuramente quello che deriva dalle mafie che controllano quattro regioni italiane e sono presenti in tutto il territorio nazionale come in Europa e nel mondo. Con una peculiarità determinata dall'attuale situazione dei mezzi di comunicazione in Italia: se l'attacco proviene dal terrorismo internazionale o interno, se ne occupano in prima pagina telegiornali e quotidiani. Ma, se si tratta invece di attacchi mafiosi, anche quando aggrediscono le istituzioni pubbliche, come è avvenuto nei giorni scorsi a Reggio Calabria,

(dove una bomba delle cosche della ‘ndrangheta calabrese è esplosa sugli uffici della Procura generale) televisioni e giornali si allarmano assai meno e la politica, soprattutto quella del governo, ne parla molto poco. Eppure basta guardare le cifre e la realtà per rendersi conto che la differenza in Italia non ha senso. Secondo le analisi di vari istituti di ricerca come l'Eurispes e l'ultimo rapporto annuale di Sos Impresa, la struttura antiracket della Confersecenti, mafia siciliana, ndrangheta e camorra registrano oggi un fatturato annuo che oscilla tra i 120 e i 180 miliardi annui di euro. Praticamente l'entità di una manovra finanziaria  pari a quella che il parlamento approva ogni anno per l'assestamento del bilancio.

Questo significa che soltanto il 40-50 per cento viene reinvestita negli affari criminali, il resto entra nell'economia legale e la inquina in maniera sempre maggiore. Tra poco saranno le mafie a decidere direttamente il bilancio pubblico del nostro paese. Con questi dati è evidente non solo che le mafie italiane rappresentano una delle principali holding economico-finanziarie del pianeta ma anche che registrano un giro d'affari superiore alla somma del PIL di ben tre paesi diventati da poco membri dell'Unione europea: la Slovenia (30 miliardi), l'Estonia (25 miliardi) e la Croazia (30 miliardi).

Se poi si guarda ai principali paesi d'Europa e del mondo si ha la sensazione di una grande differenza tra le capacità di espansione e colonizzazione delle mafie e l'arretratezza degli strumenti delle polizie e delle magistrature contro l'attacco delle mafie.

La presenza dei gruppi criminali delle nostre mafie in Spagna e Portogallo, in Germania e in Francia, in Gran Bretagna e in Irlanda, nei Balcani e in Austria, in Svizzera, Belgio e Olanda è attestata dalle polizie e dai ministeri di tutti quei paesi ma, in molti di essi, mancano strumenti legislativi adeguati a combattere il pericolo. Analogo discorso vale per il continente americano, per l'Africa e l'Australia.

Ma c'è una differenza importante tra l'Italia e gli altri paesi cui ho accennato: il nostro è il solo paese in cui un ministro che fa parte dell'attuale coalizione politica al potere ha dichiarato ufficialmente che "con la mafia si può convivere" (on. Lunardi,

2004) ed è anche il solo paese rispetto al quale il governo non intende mobilitare i giovani contro il pericolo mafioso attraverso una campagna culturale nelle scuole e nelle università, al contrario ritiene che bisogna limitare le indagini dei giudici e magari punirli per la loro attuale indipendenza. 

 

 

 

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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