IdV, da Flores critiche astratte

Il dibattito dei giorni scorsi su questo giornale sul futuro dell'Italia dei Valori e del centro-sinistra merita attenzione perché il disagio  diffuso negli ultimi mesi per il dominio incontrastato di Berlusconi e del suo regime populistico è sempre più esteso. Anche se fare le pulci all'unico partito che fa una seria opposizione a questo governo a me sembra inopportuno e sproporzionato. 

Il sistema delle comunicazioni televisive e giornalistiche-questo è innegabile- dà troppo spazio a chi governa e quasi nessuno  a chi non è d'accordo e si oppone. La carta costituzionale è sempre più sotto un attacco concentrico e le sortite di un ministro come Brunetta dicono, con qualche anticipo, quale è lo stato d'animo effettivo  di un governo che si prepara a smantellare la costituzione del 1948 nel campo della giustizia e della residua presenza parlamentare. Il presidenzialismo alla Berlusconi ha molto del modello peronista e troppo poco di quello francese o americano:e questo avviene appena  quattro anni  dopo un referendum

(2006) che ha visto la maggioranza degli italiani difendere la repubblica parlamentare e rifiutare modifiche radicali, come quelle volute dal Cavaliere e dai suoi seguaci. Intanto la trattativa tra Stato e mafie sembra ancora aperta e la bomba della ‘ndrangheta a Reggio Calabria rivela l'aggressività di mafiosi abituati da troppo tempo a trattare politicamente con i poteri costituiti.

In questa situazione, di cui una parte dell'opposizione parlamentare continua, a mio avviso, a sottovalutare la crescente  gravità, è di fondamentale importanza che l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro possa crescere ancora, dopo il grande e imprevisto  successo delle elezioni europee, e diventi a tutti gli effetti uno dei partiti principali dell'alternativa di governo a Berlusconi.

Le polemiche che Paolo Flores d'Arcais ha condotto negli ultimi mesi verso Di Pietro muovono dalla sua preoccupazione che il prossimo congresso dell'Italia dei Valori, previsto per il 5-6-7 febbraio 2010, non rappresenti l'innovazione radicale che lui vorrebbe, il rinnovamento profondo del partito e propone al leader molisano una sorta di vero e proprio scioglimento del partito nella società civile e nelle associazioni di base che hanno organizzato il 5 dicembre scorso la manifestazione nazionale delle bandiere viola.

Capisco le preoccupazioni del direttore di Micromega ma le trovo-lo dico con franchezza- pericolosamente astratte.

Ricordo che quando agli inizi del ventunesimo secolo (o degli anni zero, come ha scritto Sergio Romano) si diffusero ed ebbero un certo successo i girotondi di protesta contro Berlusconi, proprio Paolo Flores sostenne che bisognava sciogliersi nella società civile e non pensare a nessuna forma di organizzazione.

Ma proprio quella linea condusse in pochi mesi alla fine dell'attenzione dei media per il fenomeno e all'eclissi dei girotondi che non avevano acquisito nel frattempo  nessuna forma di organizzazione.

Ora se l'Italia dei Valori si trasformasse in un generico partito per la costituzione e mettesse da parte un programma nato a poco a poco in questi ultimi dieci anni e sperimentato nelle elezioni e nel lavoro parlamentare correbbe, a mio avviso, un analogo rischio.

Nella sua risposta a Paolo  Flores, Di Pietro ha annunciato  che in futuro il suo nome sarà dissociato da quello del partito e che attraverso il congresso i gruppi dirigenti del partito includeranno persone che provengono dalla società civile o che hanno già esperienza politica ma che hanno dimostrato la propria onestà e capacità di rappresentare la parte migliore di quella società.

Ora a me questa posizione appare aperta allo spirito di rinnovamento sostenuto da Flores ma, nello stesso tempo, preoccupata della necessità di far crescere il partito attraverso l'esperienza concreta delle battaglie e delle elaborazioni ideali maturate negli ultimi anni.

Del resto, anche la mia esperienza politica mi convince sulla saggezza della linea politica perseguita dal leader dell'Italia dei Valori e del gruppo dirigente del partito dove persone come Massimo Donadi e Felice Belisario ma anche Stefano Pedica e molti altri come Pancho Pardi perseguono con chiarezza il medesimo percorso che è nello stesso tempo aperto alla società civile ma consapevole della necessità di far crescere gradualmente il partito.

Personalmente chi scrive ha sperimentato anche a sinistra metodi assai diversi. Faccio due esempi significativi di  comportamenti diffusi tuttora nella classe politica. In passato mi son sentito apostrofare da uno dei massimi dirigenti della sinistra con la frase: "Hai un grave difetto. Non sei ricattabile."E, di fronte al mio stupore per quell'affermazione, quel leader ha mostrato di apprezzare di più la ricattabilità che le mie competenze politiche e culturale.

Il secondo esempio riguarda proprio la competenza culturale. Nella mia recente esperienza parlamentare ho dovuto verificare che non mi venne concesso dal partito che mi aveva eletto di far parte della commissione antimafia, nonostante le mie competenze specifiche in materia collaudate in molti decenni di studio e di libri dedicati proprio al fenomeno mafioso. Di fronte a simili comportamenti, la linea di Di Pietro e dell'Italia dei valori rappresenta un indubbio cambiamento che valorizza le competenze ed accoglie il meglio che proviene dall'esterno. Ma questo significa, mi pare, un cammino concreto nella direzione di quel che auspica anche il direttore di Micromega. Sarebbe ora che Flores sostenesse lo sforzo che si sta facendo piuttosto che continuare a criticarlo.

 

 

 

 

  

  

 

 

 

 

 

 

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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Il libro: LA COLPA - Come e perche' siamo arrivati alla notte della repubblica

In una situazione politica di stallo in cui il berlusconismo sembra definitivamente in crisi e gli scenari futuri del Paese appaiono quantomai incerti, Nicola Tranfaglia e Anna Petrozzi propongono una riflessione dialogica sulla storia italiana dal 1943 a oggi. La loro puntuale disamina mette in luce come settori della classe dirigente italiana, degli apparati dello Stato e dell'establishment economico - spesso responsabili di stragi e delitti eccellenti - abbiano condizionato l'alternanza democratica dei governi per mantenere il più possibile inalterati gli equilibri di una società conservatrice e talvolta reazionaria. (continua)

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