Editoriale: Saldi di giustizia

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La notizia è di poche ore fa. Giuseppe Graviano boss mafioso del quartiere Brancaccio a Palermo, condannato all'ergastolo per numerosi assassini, ha avuto una rilevante riduzione di pena nell'applicazione dell'art.41 bis non dovendo più sottostare all'isolamento diurno. Graviano, interrogato l'11 dicembre scorso al processo Dell'Utri, aveva rifiutato di deporre ed aveva chiesto che non gli fosse più applicato il regime previsto dall'articolo 41 bis.

La misura, come è noto, è discrezionale spettando al  Ministro della Giustizia ed è avvenuto (secondo quanto è stato comunicato) su richiesta degli avvocati che hanno verificato la scadenza di un triennio di applicazione. Ma la questione è assai più complessa di come la si vuol fare apparire. Basta fare, in maniera sintetica, la storia di quel regime carcerario per rendersi conto che l'art.41 bis approvato nel 1975 per i reati di terrorismo, è stato esteso nel 1992 ai reati di mafia come misura provvisoria e successivamente nel 2002, nel decennale della strage di Capaci, è stato regolarmente prorogato come misura di carcere duro e segno di volontà dello Stato di non venire a patti con le associazioni mafiose e mettere i detenuti in condizione di non poter comunicare più con l'esterno e tanto meno con i propri seguaci e compagni di mafia.

L'unico caso precedente è l'abolizione dell'isolamento diurno concessa nel 2001 a Totò Riina che suscitò allora forti polemiche. L'attuale normativa prevede in termini generali " che dopo la stabilizzazione del 41 bis il detenuto può presentare, più volte nel tempo, richiesta di sospensione perché non sussistono più le condizioni, mentre a seguito di una sospensione non può essere nuovamente sottoposto a questo regime carcerario. Il giudice di merito deve valutare se la persona sia ancora socialmente pericolosa, collegata con l'organizzazione mafiosa. La valutazione, difficilmente dimostrabile, si traduce facilmente nella revoca del 41 bis senza alcun rischio e senza alcuna formale irregolarità."

Ora la decisione di concedere a un boss tutt'altro che pentito e anzi deciso a non parlare almeno fino ad ora, la misura di alleggerimento della pena, non può non preoccupare l'opinione pubblica. C'è un legame tra la concessione proprio a Graviano e la sua scelta di non testimoniare al processo Dell'Utri? Con una simile scelta si vuol mandare un messaggio sul mutato atteggiamento dello Stato rispetto al carcere duro impersonato dall'applicazione dell'articolo 41 bis? In un caso, come nell'altro, si tratta di segnali preoccupanti che si verificano proprio mentre sono  in corso il processo contro il senatore Dell'Utri e l'indagine della procura di Palermo per l'individuazione dei mandanti delle stragi mafiose del '92 e del '93.La situazione è, per così dire, molto delicata.

Perché chi ha seguito le vicende del rapporto tra mafia e politica ricorda che, tra le richieste che Cosa Nostra - guidata in quel momento, almeno formalmente, da Riina e Provenzano - presentò a chi conduceva le trattative per lo Stato (sicuramente i ROS dei Carabinieri  ma non sappiamo  per conto di chi), quella dell'abolizione del 41 bis, o di una sua consistente attenuazione, era tra le più importanti che l'associazione mafiosa aveva elaborato. Sta forse scoppiando la pace tra Cosa Nostra e i poteri attuali?

 

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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