Le radici del presente: L'anno più lungo

Ci sono due avvenimenti che, in queste settimane, sono al centro di convegni e di discussioni in Europa e in Italia perché hanno avuto una grande influenza sulla storia recente e sui cambiamenti intervenuti nel periodo seguito alla seconda guerra mondiale: il primo è la guerra fredda che è durata dagli anni quaranta agli anni novanta e che in Italia qualcuno vuole far durare ancora per mantenere il potere, e il secondo è la rottura del 1989, di cui cerchiamo ancora di valutare le conseguenze.

Proprio in questi giorni sono apparsi nel nostro paese due saggi che parlano dell'uno e dell'altro avvenimento e che ci aiutano ad analizzare quello che è successo. Del 1989 ha discusso uno storico del pensiero come Angelo d'Orsi nel suo libro con lo stesso titolo, pubblicato da Ponte alle Grazie, di guerra fredda ha parlato Federico Romero in un denso  volume che si chiama Storia della guerra fredda, apparso presso le edizioni Einaudi. Il giudizio storico  sull'89 è di necessità contraddittorio. La caduta del muro di Berlino e il crollo dell'impero sovietico sono stati la fine di un regime come quello del comunismo di Mosca, a lungo una dittatura oppressiva, che  non ha rappresentato un'alternativa accettabile alla democrazia parlamentare o presidenziale affermatasi nello stesso periodo in Occidente. Questo è il significato prevalente di quell'anno e, non a caso, all'inizio liberali e democratici hanno inneggiato alla rivoluzione pacifica di quel momento, ma oggi sono trascorsi vent'anni da quell'avvenimento ed è necessario tener conto in maniera adeguata di quello che di negativo è accaduto nell'ultimo ventennio in Europa come in tutto il mondo.

Secondo Angelo d'Orsi nel suo saggio intitolato, 1989, occorre tener conto di un fallimento che si estende ai principali fattori e che è sfociato nella grave crisi economica di questi ultimi anni. "I processi di trasformazione mondiale post Ottantanove - scrive lo studioso - investirono innanzitutto l'economia e in quanto tali dobbiamo darne conto...Si dovette attendere qualche tempo prima che sparuti analisti,via via seguiti da altri,cominciassero a porre in luce i drammi e le diverse problematiche della globalizzazione, con le "conseguenze sulle persone", i costi sociali, l'omologazione culturale, rischi ambientali, a lungo sottovalutati e da poco oggetto di contestazione e di studio...Occorre appunto interrogarsi sulle varie ragioni, spesso impensate, del nuovo disordine mondiale, succeduto alla fine del mondo bipolare, che a suo modo aveva un ordine e delle regole interne.. Non di mera economia, dunque, si tratta, ma di una gestione dell'economia a vantaggio dei più forti: Paesi, classi, lobby."

d'Orsi mette in luce la conflittualità che ha caratterizzato il ventennio e che ha diffuso guerre in ogni dove, massacri e incapacità degli organismi internazionali come delle grandi potenze a intervenire e a portare la pace, il predominio di piccole oligarchie e in molti  paesi occidentali, la crisi dei governi democratici e l'affermarsi, in Italia ad esempio, di un populismo che ha evidenti segni autoritari. C' è un forte pessimismo nella diagnosi dello storico torinese ma è difficile dargli torto in un mondo che oggi non riesce a trovare un ordine che si informi alla democrazia moderna.

Assai diverso sul piano dell'interpretazione complessiva e attento a un'analisi distaccata  che tiene conto, passo per passo, degli ultimi  risultati della storiografia americana, ancor più che di quella europea e italiana, è la storia della guerra fredda tracciata per tappe essenziali da Romero che ricostruisce nei suoi capitoli: Le origini della guerra fredda 1944-49 (ma io direi 1943 secondo le carte americane che ho visto nel 2004 a Washington), Il bipolarismo militarizzato 1950-56, Un antagonismo bloccato 1957-63, il disordine bipolare 1964-1971, Apogeo e disfatta della distensione 1972-1980, Il cerchio si chiude con 1981-1990.

"Non avrebbe senso - osserva a ragione lo studioso - dire che la guerra fredda ha generato la globalizzazione, alla quale concorrono cause molteplici e ben più ampie, anche se l'ha indubbiamente facilitata e canalizzata. E' invece giusto argomentare che le dinamiche della globalizzazione siano state decisive nel porre fine alla guerra fredda e all'esperimento sovietico. E lì, più ancora che nel contenimento e la deterrenza strategica che la cultura e l'organizzazione dell'Occidente a guida statunitense hanno logorato e infine sconfitto un avversario più debole,sovraccarico di impegni e aspettative insostenibili e,soprattutto statico."

Sottoscrivo il ragionamento ma aggiungo che il capitalismo occidentale non si è evoluto come sarebbe stato necessario dopo il 1989.

 

 

 

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Commenti

#1 · Franco
4 novembre 2009, 11:29

Il Papa polacco, all’indomani della caduta del muro, lui, che ne era stato uno dei principali e determinanti fautori, cosa disse? Richiamò subito i vincenti al dovere e alla responsabilità di un corrispondente cambiamento del loro sistema. Pia o pietosa illusione? La storia lo deve ancora dire.Ma sta di fatto che il sistema capitalistico, che aveva voluto e perseguito quell’evento,non è che non si sia evoluto. Anzi secondo la sua genetica natura onnivora, è riuscito a liberare a proprio uso e consumo la grande massa di forza di lavoro di cui aveva ed ha continuamente bisogno per la sua nuova evoluzione comprimendo vieppiù l’intera classe operaia e procurandosi il necessario esercito di riserva per affondare meglio i suoi colpi. Mi rattrista vedere che ci sia ancora qualche studioso alla ricerca di una evoluzione umanitaria del sistema capitalistico.

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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In una situazione politica di stallo in cui il berlusconismo sembra definitivamente in crisi e gli scenari futuri del Paese appaiono quantomai incerti, Nicola Tranfaglia e Anna Petrozzi propongono una riflessione dialogica sulla storia italiana dal 1943 a oggi. La loro puntuale disamina mette in luce come settori della classe dirigente italiana, degli apparati dello Stato e dell'establishment economico - spesso responsabili di stragi e delitti eccellenti - abbiano condizionato l'alternanza democratica dei governi per mantenere il più possibile inalterati gli equilibri di una società conservatrice e talvolta reazionaria. (continua)

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