Il partito che voleva volare
- Scritto il 20 ottobre 2009 in Articoli Unità
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La conclusione di Brecht era ottimistica. Erano passati alcuni secoli ma poi gli uomini erano riusciti effettivamente a volare. Da un'utopia così realizzata, parte Lucio Magri che, dopo aver fatto politica per oltre mezzo secolo nella sua vita, ha scritto una lunga riflessione insieme storica e autobiografica sulla storia del partito comunista in Italia. In fondo Magri segue a modo suo la strada che più di trent'anni fa un grande leader del PCI, Giorgio Amendola, oggi un po' dimenticato, aveva già seguito in un suo interessante saggio che, ricordo, avevano pubblicato Editori Riuniti, risorti per fortuna da poco a una nuova stagione.
Il libro di Lucio Magri è di quasi cinquecento pagine e ripercorre analiticamente le vicende del suo partito, dedicando particolare attenzione al "partito nuovo" fondato da Palmiro Togliatti con la svolta di Salerno nel 1944, realizzando un'idea decisiva per la fortuna di quel movimento.
"Al centro della nuova strategia abbozzata da Togliatti -osserva Magri - era il nesso tra rivoluzione e riforme, tra autonomia e unità, conflitto sociale e politica istituzionale, come un lungo processo, un'avanzata per tappe....Ed era presente nel pensiero di Marx, in quello della Seconda Internazionale, nella sua fase migliore, ancor più in Gramsci, e Togliatti non esitava a riconoscerlo." Ma alcune contraddizioni - l'autore deve riconoscerlo - minavano una soluzione che pure era quella giusta. Vale la pena elencarle: mancava una visione un po' più precisa del tipo di società alla quale nel lungo periodo si aspirava. Occorreva inoltre trasformare le masse subalterne in una classe dirigente alternativa capace di organizzare la lotta sociale e di gestire i parziali spazi di potere via via conquistati.
E questo secondo aspetto, malgrado il numero assai alto di iscritti raggiunti un anno dopo la Liberazione, due milioni di persone, donne, uomini e giovani, che ne fecero subito il primo partito comunista dell'Europa, era particolarmente evidente. E questa riguardava anche gli intellettuali, così importanti in una simile strategia, erano provinciali e ai margini delle grandi controversie che avevano animato la prima metà del secolo in Europa e negli Stati Uniti. Nessuno aveva potuto leggere Gramsci e anche pensatori come Pareto, Michels o Sraffa o Carlo Rosselli non erano noti ai più.
Ma, soprattutto, si profilava quello che sarebbe stato il vero ostacolo, vero e proprio macigno contrario alla realizzazione di quella strategia: la divisione dell'Europa in due blocchi contrapposti da un'aspra guerra fredda e la collocazione dell'Italia repubblicana nel blocco filoamericano mentre il pci era per la sua storia legato strettamente, da quello che venne a ragione definito un vincolo di ferro all'Unione Sovietica. Una simile contraddizione, bisogna sottolinearlo, avrebbe caratterizzato la storia del primo quarantennio repubblicano. Il partito cattolico non a caso avrebbe privilegiato, nella prima fase dopo la rottura postbellica dei governi di unità nazionale e la scissione del movimento sindacale, l'alleanza con i partiti della destra.
Avrebbe, quindi, compiuto l'apertura a sinistra con i governi DC-PSI negli anni sessanta, ma si sarebbe fermata di fronte alla prospettiva di una nuova unità nazionale contro i terrorismi e la crisi economica, fallendo di fatto, in meno di tre anni, quel difficile "compromesso storico" che un leader centrista come Enrico Berlinguer aveva annunciato di fronte al colpo di stato appoggiato dalla Cia in Cile contro Allende . Magri ricostruisce, con notevole chiarezza, l'evoluzione pur contraddittoria del partito comunista, l'indubbia creatività di Togliatti e la sua morte precoce di fronte alla crisi di Ungheria, alla destalinizzazione parziale di Kruscev e al successivo irrigidimento del modello sovietico.
Le grandi novità, maturate nella Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II che coincidono con la sconfitta di Pietro Ingrao nel PCI (1966) ma quello scontro non apre la strada alla segreteria di Giorgio Amendola e favorisce piuttosto l'avvento prima di Longo, continuatore di Togliatti, e poi di Enrico Berlinguer candidatura di mediazione e di compromesso, all'interno di un gruppo dirigente diviso e incerto sulla strada da intraprendere e sull'atteggiamento da tenere di fronte al colosso sovietico.
Magri dedica la sua attenzione - ed è giusto che sia così per una storia concreta di quella vicenda - ai mutamenti del conflitto sociale provocati dal cosiddetto miracolo economico, alle conseguenze del lungo sessantotto prima studentesco, poi anche operaio, che sono in qualche modo anche all'origine dell'oscura nascita, prima del terrorismo nero fomentato dall'appoggio sotterraneo degli apparati dello Stato legati alla destra, poi della nascita di quello "rosso" , ancor più influenzato dal gioco grande dei servizi segreti italiani e stranieri che sfociano nell'ancor misterioso delitto di Aldo Moro.
Quali sono le conclusioni che un politico di così grande esperienza, ma anche un intellettuale preparato, quale è Lucio Magri trae dal suo lungo racconto? L'autore le affida a un saggio scritto vent'anni fa quando nel PCI si formava una corrente che venne definita del "no" e che fu alla base delle forze interne al partito che diedero vita nel '91 al partito della Rifondazione comunista. Leggendo con attenzione quelle pagine, Magri insiste su due aspetti della battaglia politica attuale che, anche a mio avviso, sarebbero ancor oggi fondamentali per un'opposizione al populismo autoritario che sia degna di questo nome: un profondo rinnovamento dell'istruzione in Italia che ne faccia una istituzione creativa delle nuove generazioni; un partito che si affacci a quella "funzione pedagogica", così centrale nella riflessione di Antonio Gramsci.
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