Montanelli: diario di un anarchico borghese

Sulla personalità e sull'opera di Indro Montanelli,  che è stato per molti anni il giornalista più noto e popolare nell'Italia repubblicana, c'è per fortuna  da quest'anno una biografia documentata ed esauriente, scritta da Sandro Gerbi e Raffaele Liucci pubblicata da Einaudi tra il 2006 e il 2009 (Vol. I Lo stregone vol. II L'anarchico borghese). Chi leggerà la biografia di Gerbi e Liucci, potrà farsi un'idea più precisa del ruolo singolare e  significativo che ha esercitato il grande giornalista toscano di Fucecchio  nella politica, e più ancora nella cultura e nel costume degli italiani, usciti dalla seconda guerra mondiale. A quell'opera si aggiunge  il saggio a più voci pubblicato dall'Antologia Viesseux nel 2002 (Capire il presente. Montanelli, il giornalismo e la storia)

che riproduce un intenso  dibattito che si tenne a Firenze l'anno precedente, quando  si era  appena conclusa la vicenda terrena di Montanelli. Ora quattro mesi fa, nel marzo 2009, l'editore Rizzoli ha pubblicato, a cura di Sergio Romano, suo successore nelle Stanze del Corriere, i Diari 1957-1978 che aggiungono a quella biografia e a molti altri libri come Montanelli e il Cavaliere  di Marco Travaglio, pubblicato qualche anno fa da Garzanti, i pensieri che il giornalista scrisse per sé in quattro momenti importanti della sua attività: settembre 1957-gennaio 1958; settembre-dicembre 1966; maggio 1969-aprile 1972; maggio 1978. Montanelli, quando incominciò a scriverli, aveva 49 anni e più di settanta quando lì terminò. Questi diari che Romano giudica a ragione "documenti segreti scritti per diventare pubblici" sono di notevole interesse da due punti di vista. Il pensiero e la mentalità del protagonista in primo luogo, quindi i rapporti intensi, e a volte non facili, tra i giornalisti e la classe politica italiana del tempo. Romano, nella sua acuta prefazione, nota che vi sono in queste pagine "non meno di un centinaio di personaggi, da Leo Longanesi, da Giuseppe Prezzolini a Eugenio Montale, da Ugo La Malfa a Leo Valiani, da Giovanni Agnelli a Bruno Visentini, da Mariano Rumor ad Amintore Fanfani, da Vittorio Cini a Guido Carli, da Wally Toscanini a Josephine Baker, da Giovanni Spadolini a Silvio Berlusconi, da Henry Kissinger a Raymond Aron."

A questi personaggi  della politica, dell'imprenditoria, della cultura, della mondanità si aggiunge una galleria di giornalisti assai noti frequentati dal protagonista: Eugenio Scalfari, Piero Ottone, Giorgio Bocca, Gaetano Afeltra, Michele Mottola, Enzo Bettiza, Dino Buzzati, Alberto Ronchey, Giovanni Russo. L'una e l'altra indicazione fanno capire al lettore che Montanelli era, in quegli anni, al centro del giornalismo italiano e aveva rapporti frequenti con alcuni tra gli esponenti più importanti della Democrazia Cristiana e dei partiti laici di centro, alleati  tradizionali del partito cattolico di governo. L'altro punto di vista interessante riguarda sicuramente il peso crescente che i mezzi di comunicazione esercitano da alcuni anni sulla classe politica di governo e questo aspetto emerge con  particolare chiarezza nell'ultimo brano dei diari, durante il biennio 1977-78, quando Montanelli dirige un quotidiano "il Giornale" che è diventato - ricorda Romano - per certi aspetti il partito dell'Italia liberal - conservatrice". La nostra classe politica, di solito, non ama i giornalisti perché non è abituata a ricevere critiche e vorrebbe che i giornali, come le televisioni, fossero in primo luogo gentili e ossequiose verso chi detiene il potere.

Un simile atteggiamento profondamente antidemocratico è proprio, pur con diverse sfumature, a tutta la classe politica ma, come è noto, raggiunge i suoi vertici nei gruppi dirigenti berlusconiani che fanno del controllo mediatico un requisito  di fondo per il loro modo di governare (di qui la loro netta opposizione ad ogni riforma del sistema televisivo come a una legge efficace sui conflitti di interessi). Ai giornalisti che credono nella necessità che il "quarto potere" sia, come nei paesi democratici anglosassoni, un organo di controllo del potere e di creatore della pubblica opinione democratica, quegli atteggiamenti non piacciono e Montanelli al ruolo democratico della pubblica opinione negli anni della sua maturità ha sempre creduto. Nei  Diari  un simile ruolo si immagina e non si racconta, giacché queste pagine parlano soprattutto di Montanelli e del suo modo personale di fare il direttore di quel quotidiano. "Molte pagine - osserva Romano - sono dedicate alla ricerca di aiuti finanziari: un esercizio che comporta generalmente patteggiamenti e compromessi. Ma gli incontri servono, come negli anni precedenti, a descrivere caratteri e a disegnare bozzetti.

" In effetti, se si vuol ricostruire quello che il grande giornalista pensava sulla politica italiana, bisogna leggere piuttosto quello che Montanelli avrebbe scritto nei suoi nuovi volumi di Storia d'Italia, scritta  prima con Roberto Gervaso e quindi con Mario Cervi e pubblicata sempre in alcuni anni da Rizzoli. Sarebbe un confronto interessante da ricostruire che neppure Gerbi e Liuzzi hanno potuto a loro volta tentare, non avendo letto i Diari, usciti soltanto qualche mese fa e prima non disponibili. In questi ultimi ci sono soltanto due temi politicamente rilevanti, che riguardano la disastrosa alluvione di Firenze del 1966 e i seguiti di quella di Venezia nello stesso anno. Montanelli è particolarmente sensibile all'una e all'altra e scrive anche nei Diari pagine di notevole interesse. Emergono, in queste pagine, le critiche che il giornalista avanza alle classi dirigenti nazionali e locali, la difficoltà costante di arrivare a decisioni rapide e tempestive, la corruzione pubblica assai diffusa, insomma i difetti gravi e permanenti del vecchio sistema politico italiano che avrebbero aperto la strada, negli anni successivi, alla grande crisi politica e morale dei primi anni novanta e poi, in definitiva, all'avvento di un leader populista. Forse l'aspetto più interessante e nuovo dei Diari, al di là delle diagnosi politiche generali, sono i commenti di Montanelli alle azioni o alle proteste di alcuni uomini politici, anche di vertice, di fronte ai suoi articoli critici.

Il 14 novembre del 1966 è sferzante, ad esempio, il suo attacco sul "Corriere della Sera" al Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi: "Gronchi ha replicato con una inviperita lettera al "Corriere" a un mio trafiletto contro l'Aventino, di cui egli ha voluto commemorare in Senato il quarantennio. Questo povero (per modo di dire) ladro di polli non immaginerà mai che tripudiante domenica mi ha fatto passare a rispondergli. Ho rinunciato perfino alla partita di calcio. Attacchi come il suo, io sono pronto a pagarli, tanto mi stimolano e mi ispirano. Ho per bersaglio uno degli uomini più impopolari d'Italia. Ho dalla mia gli argomenti più sentiti e condivisi dalla pubblica opinione. E, rifacendomela con un "potente" che non può nulla, passo anche per un eroe. Domani sarò cresciuto di parecchi palmi nella considerazione dei lettori, i quali non sapranno mai quanto calcolo c'è nella mia audacia, quanta "bottega" nella mia spavalderia."(Diari cit. p.60) L'altra battaglia, per  cui Montanelli entra in rotta di collisione con la classe politica democristiana del Veneto, è appunto la lotta  per salvare Venezia in cui non risparmia fendenti contro i "padroni" democristiani delle città venete. In questo caso Montanelli abbraccia la causa che un leader del PRI, Bruno Visentini, porta avanti per arrivare" alla costituzione di un ‘Alta Autorità o un Alto commissariato per Venezia di cui Visentini dovrebbe assumere la direzione". "L'idea - ricorda Montanelli il 21 settembre 1969 - l'ho lanciata io alcuni mesi fa alcuni mesi fa sul "Corriere" e Visentini mi sembra proprio l'uomo giusto: è veneto, ricco, disinteressato, ha dato eccellenti prove imprenditoriali sia all'IRI che all'OLIVETTI...

Si tratta di agire sul piano politico, cioè indurre i quattro partiti a includere il problema di Venezia nel programma di governo."(Diari, p.104)Ma regolarmente né l'una né l'altra battaglia saranno  vinte dal grande giornalista. Ancora una volta la nostra classe politica resta comunque impermeabile alle iniziative che vengono dalla società civile o dal giornalismo. Potremmo continuare a fare esempi eloquenti  del testo montanelliano che è di notevole interesse per chi vuole ripercorrere criticamente (sia pure da parte di un uomo che non sopporta la sinistra e ha come ideale costante la Destra storica che governò dopo l'unità d'Italia) la storia dell'Italia repubblicana in anni cruciali dell'ultimo cinquantennio. C'è, tuttavia, una cosa che vale la pena aggiungere per i nostri lettori e riguarda Ugo La Malfa, il leader del PRI  che Montanelli frequenta in modo irregolare ma costante, che a volte critica ma del quale lascia scritto, parlando degli uomini politici del centro-sinistra: "La Malfa è di gran lunga il migliore."(Diari, p.127) Leggendo i Diari con attenzione si coglie, insomma, con maggior chiarezza la posizione politica che Montanelli matura negli anni sessanta e settanta e che lo porterà negli ultimi anni della propria vita, nel 1994, a lasciare "Il Giornale" quando Berlusconi entrerà in politica e pretenderà dal giornalista toscano una linea politica schiacciata sulla coalizione  di centro-destra, arrivata al governo con le elezioni vittoriose del 28 marzo di quell'anno. Montanelli, negli anni della sua maturità, appare piuttosto  favorevole a una linea di riformismo moderato di cui La Malfa è il vero protagonista nei governi di centro-sinistra e appare indisponibile  da tempo al populismo mediatico di Silvio Berlusconi.

Non si tratta, insomma (come pure molti hanno scritto) del colpo di testa finale  di un uomo anziano che non aveva più le idee chiare sul quel che conveniva fare nella crisi politica dell'Italia repubblicana. L'immagine di destra che coltiva Montanelli, dopo la delusione del fascismo in cui da giovane aveva creduto, ha poco a che fare, potremmo dire nulla, con l'eterogenea coalizione che ha portato Berlusconi al potere, nel 1994, nel 2001 e di nuovo sette anni dopo, nel 2008. Montanelli pensa a una destra liberale che è composta dalle classi produttive del paese, che non mira alla concentrazione dei poteri e delle testate giornalistiche e televisive, che non dà spazio a minacce secessioniste o a nostalgie poco democratiche del passato. Insomma si sente assai lontano da Berlusconi, da Forza Italia e dai suoi alleati ex fascisti. Non fa finta di credere che nel nostro paese ci siano ancora pericolosi comunisti. Il suo divorzio dal Cavaliere nel 1994 è definitivo. Morirà da giornalista come battitore libero che critica di volta in volta chi, a suo potere, va criticato. E non si stanca di ripetere fino all'ultimo che Berlusconi va provato per più di sette mesi perché è l'unico modo degli italiani per liberarsene una volta per tutte. Ma, in questo ormai lo sappiamo era indubbiamente ottimista sul carattere degli italiani. 

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Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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