I privilegi degli insegnati di religione nella scuola italiana
- Scritto il 14 ottobre 2008 in Politica
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Gli italiani non sanno che la Commissione dell'Unione Europea ha in corso due indagini istruttorie sulla situazione politica e religiosa nel nostro paese. La prima, in corso da oltre un anno, riguarda i privilegi fiscali di cui gode la Chiesa cattolica e su cui varrebbe la pena, per avere un'idea più precisa, consultare i dati contenuti nell'ultimo libro di Curzio Maltese su"La questua". La seconda, iniziata nei giorni scorsi dopo la denuncia del deputato radicale Maurizio Turco, riguarda il reclutamento e il trattamento degli insegnanti di religione nelle scuole italiane. In particolare, l'autorizzazione obbligatoria del vescovo per insegnare la religione cattolica, fissata dal fascismo nei Patti Lateranensi del 1929 ed inserita nel Concordato, anche in quello vigente del 1985, configura una discriminazione in ragione del credo religioso.
Una simile discriminazione è in contrasto con l'art.3 della costituzione repubblicana e, in particolare, con la Dichiarazione universale dell'ONU, richiamata dal Trattato di Maastricht, e dalla Convenzione europea sui diritti dell'uomo, approvata a Nizza nel 2000, che costituiscono principi fondamentali della normativa europea. Inoltre una specifica direttiva dell'Unione emanata nel 2000, dopo la conferenza di Nizza, contro la discriminazione, ha stabilito che un lavoratore non può essere discriminato per ragioni fondate "sulla religione". La seconda denuncia appare particolarmente eloquente nel momento in cui, pur a prescindere dalla crisi economica e finanziaria che ha investito il mondo e l'Italia, è ormai chiaro che il governo Berlusconi ha fatto della scuola un terreno privilegiato di tagli economici (espellendo da essa quasi centomila precari che insegnano da molti anni) e un ministro come Brunetta, in aperto dispregio dei dati europei reali, (i nostri guadagnano meno - ha ricordato Veltroni - di solito il 20 per cento in meno degli stipendi della media OCSE e il 40 per cento in meno dei tedeschi) attacca gli insegnanti parlando di una retribuzione eccessiva rispetto al lavoro svolto e alla sua qualità. Ma quale è la ragione in base alla quale gli insegnanti di religione, immessi con un decreto berlusconiano qualche anno fa in massa nei ruoli dello Stato, godono di un trattamento economico migliore di quello attribuito a tutti gli insegnanti? E come si giustifica l'avallo vescovile che esclude, senza dubbio, tutti gli insegnanti che non dimostrano di essere, dal punto di vista confessionale, cattolici ma sottopone soltanto all'arbitrio personale di un ecclesiastico la scelta dell'insegnante di religione? Sarà difficile, o meglio impossibile, al governo italiano presentare argomenti che siano in grado di convincere sul piano oggettivo i commissari europei.
Staremo a vedere ma resta il fatto che di un simile argomento, denunciato qualche giorno fa dal quotidiano "La Repubblica" nessuno parla, né i telegiornali delle reti Rai e Mediaset, né gli altri quotidiani più diffusi. Eppure la laicità dello Stato è fissata dalla Costituzione e, almeno a parole, nessuna forza politica né di maggioranza né di opposizione osa metterla in dubbio. Come si fa a parlare di Stato di diritto quando i lavoratori sono discriminati in una funzione fondamentale, come quella di insegnare nella scuola, in base al credo religioso e si dà ai vescovi, cioè ai ministri di una tra le religioni permesse dallo Stato ma, come afferma l'articolo 13 della nostra costituzione, in tutto eguale alle altre, il potere assoluto di scegliere gli insegnanti e si dà a questi, così selezionati, condizioni di stabilità e di guadagno migliori di quelle fornite a tutti gli altri insegnanti? Qualcuno dirà, a questo punto, che tutto nasce dai Patti Lateranensi accolti nell'articolo 7 della nostra costituzione. Ma si tratta di un ragionamento capzioso giacchè nulla vieterebbe allo Stato italiano e al Vaticano di firmare un nuovo concordato e di modificare in esso una norma così chiaramente in contrasto con il principio di eguaglianza dell'articolo 3 e con la normativa europea. O meglio ancora di affermare con forza maggiore il principio di laicità dello Stato, già accolto, regolando in altro modo i rapporti con la Chiesa cattolica. Ci rendiamo conto, certo, che gode della maggioranza parlamentare una forza politica - il PDL guidato da Berlusconi - che mai metterebbe in discussione i buoni rapporti con l'attuale pontificato di Joseph Ratsinger per affermare principi di uguaglianza che non applica, almeno finora, in nessun altro aspetto della sua politica generale. Ci aspetteremmo peraltro che almeno l'opposizione di centro-sinistra, nelle sue varie articolazioni, prendesse a cuore la difesa di un principio così importante del nostro Stato di diritto e della costituzione repubblicana. Sarebbe davvero il colmo se fosse l'Unione Europea a doverci imporre il rispetto di una normativa europea che per l'Italia era stata dettata già sessant'anni fa e, ancor prima, nell'Italia liberale di Giolitti. Ma preferiamo un simile colmo di fronte alla china attuale che rischia di far ritenere che gli italiani non graditi ai vescovi siano cittadini di serie B, almeno di fronte all'insegnamento nelle scuole.
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#1 · pina
19 ottobre 2008, 15:57vorrei ricordare che l’insegnamento della religione cattolica non equivale a catechismo ma alla conoscenza della cultura cristiana cattolica e che laicità significa rispetto della diversità.Spesso anche gli atei scelgono di avvalersi di questo insegnamento,proprio per creare confronto.Questa è la vera laicità:rispetto per tutti e non oscurare una cultura che esiste da 2000 anni.