I privilegi degli insegnati di religione nella scuola italiana

Gli italiani non sanno che la Commissione dell'Unione Europea ha in corso due indagini istruttorie sulla situazione politica e religiosa nel nostro paese. La prima, in corso da oltre un anno, riguarda i privilegi fiscali di cui gode la Chiesa cattolica e su cui varrebbe la pena, per avere un'idea più precisa, consultare i dati contenuti nell'ultimo libro di Curzio Maltese su"La questua". La seconda, iniziata nei giorni scorsi dopo la denuncia del deputato radicale Maurizio Turco, riguarda il reclutamento e il trattamento degli insegnanti di religione nelle scuole italiane. In particolare, l'autorizzazione obbligatoria del vescovo per insegnare la religione cattolica, fissata dal fascismo nei Patti Lateranensi del 1929 ed  inserita nel Concordato, anche in quello  vigente del 1985, configura una discriminazione in ragione del credo religioso.

Una simile discriminazione è in contrasto con l'art.3 della costituzione repubblicana e, in particolare, con la Dichiarazione universale dell'ONU, richiamata dal Trattato di Maastricht, e dalla Convenzione europea sui diritti dell'uomo, approvata a Nizza nel 2000, che costituiscono principi fondamentali della normativa europea. Inoltre una specifica direttiva dell'Unione emanata nel 2000, dopo la conferenza di Nizza, contro la discriminazione, ha stabilito che un lavoratore non può essere discriminato per ragioni fondate "sulla religione". La  seconda denuncia appare particolarmente eloquente nel momento in cui, pur a prescindere dalla crisi economica e finanziaria che ha investito il mondo e l'Italia, è ormai chiaro che il governo Berlusconi ha fatto della scuola un terreno privilegiato di tagli economici (espellendo da essa quasi centomila precari che insegnano da molti anni) e un ministro come Brunetta, in aperto dispregio dei dati europei reali, (i nostri guadagnano meno - ha ricordato Veltroni - di solito il 20 per cento in meno degli stipendi della media OCSE e il 40 per cento in meno dei tedeschi) attacca gli insegnanti parlando di una retribuzione eccessiva rispetto al lavoro svolto e alla sua qualità. Ma quale è la ragione in base alla quale gli insegnanti di religione, immessi con un decreto berlusconiano qualche anno fa in massa nei ruoli dello Stato, godono di un trattamento economico migliore di quello attribuito a tutti gli insegnanti? E come si giustifica l'avallo vescovile che esclude, senza dubbio, tutti gli insegnanti che non dimostrano di essere, dal punto di vista confessionale, cattolici ma sottopone soltanto all'arbitrio personale di un ecclesiastico la scelta dell'insegnante di religione? Sarà difficile, o meglio impossibile, al governo italiano presentare argomenti che siano in grado di convincere sul piano oggettivo i commissari europei.

Staremo a vedere ma resta il fatto che di un simile argomento, denunciato qualche giorno fa dal quotidiano "La Repubblica" nessuno parla, né i telegiornali delle reti Rai e Mediaset, né gli altri quotidiani più diffusi. Eppure la laicità dello Stato è fissata dalla Costituzione e, almeno a parole, nessuna forza politica né di maggioranza né di opposizione  osa metterla in dubbio. Come si fa a parlare di Stato di diritto quando i lavoratori sono discriminati in una funzione fondamentale, come quella di insegnare nella scuola, in base al credo religioso e si dà ai vescovi, cioè ai ministri di una tra le religioni permesse dallo Stato ma, come afferma l'articolo 13 della nostra costituzione, in tutto eguale alle altre, il potere assoluto di scegliere gli insegnanti e si dà a questi, così selezionati, condizioni di stabilità e di guadagno migliori di quelle fornite a tutti gli altri insegnanti? Qualcuno dirà, a questo punto, che tutto nasce dai Patti Lateranensi accolti nell'articolo 7 della nostra costituzione.  Ma si tratta di un ragionamento capzioso giacchè nulla vieterebbe allo Stato italiano e al Vaticano di firmare un nuovo concordato e di modificare in esso una norma così chiaramente in contrasto con il principio di eguaglianza dell'articolo 3 e con la normativa europea. O meglio ancora di affermare con forza maggiore il principio di laicità dello Stato, già accolto, regolando in altro modo i rapporti con la Chiesa cattolica. Ci rendiamo conto, certo, che gode della maggioranza parlamentare una forza politica - il PDL guidato da Berlusconi -  che mai metterebbe in discussione i buoni rapporti con l'attuale pontificato di Joseph Ratsinger per affermare principi di uguaglianza che non applica, almeno finora, in nessun altro  aspetto della sua politica generale. Ci aspetteremmo peraltro che almeno l'opposizione di centro-sinistra, nelle sue varie articolazioni, prendesse a cuore la difesa di un principio così importante del nostro Stato di diritto e della costituzione repubblicana. Sarebbe davvero il colmo se fosse l'Unione Europea a doverci imporre il rispetto di una normativa europea che per l'Italia era stata dettata già sessant'anni fa e, ancor prima, nell'Italia liberale di Giolitti. Ma preferiamo un simile colmo di fronte alla china attuale che rischia di far ritenere che gli italiani non graditi ai vescovi siano cittadini di serie B, almeno di fronte all'insegnamento nelle scuole.      

Segnala questo articolo sui Social Network:



Commenti

#1 · pina
19 ottobre 2008, 15:57

vorrei ricordare che l’insegnamento della religione cattolica non equivale a catechismo ma alla conoscenza della cultura cristiana cattolica e che laicità significa rispetto della diversità.Spesso anche gli atei scelgono di avvalersi di questo insegnamento,proprio per creare confronto.Questa è la vera laicità:rispetto per tutti e non oscurare una cultura che esiste da 2000 anni.

#2 · Arturo
20 ottobre 2008, 19:26

Questa è bella. Certo è vero che mentre la vera e propria catechesi “è un’educazione della fede dei fanciulli, dei giovani e degli adulti, la quale comprende in special modo un insegnamento della dottrina cristiana, generalmente dato in modo organico e sistematico, al fine di iniziarli alla pienezza della vita cristiana.” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 5) l’IRC è “solo” “impartito in conformità alla dottrina della Chiesa e nel rispetto della libertà di coscienza degli alunni da insegnanti che siano riconosciuti idonei dall’autorità ecclesiastica” (Protocollo Addizionale in relazione all’art. 9 del Concordato). Ma, come ognun vede – ammesso e non concesso che si voglia trovare una differenza tra le due espressioni (che è reale perché il secondo documento è interpretato dallo Stato italiano; per la CC, visto il significato di coscienza attribuito dal Magistero, c‘è da dubitare parecchio di poter rinvenire qualche reale distinzione) – si tratta comunque di un insegnamento confessionale, cioè non laico. Tra l’altro è interessate sostenere che negare il sostegno statale alla dottrina cattolica equivarrebbe ad oscurarla; se è così, perché dovrebbe essere tollerabile che tra tutte le dottrine, i credi e le filosofie sia solo quella della Chiesa cattolica a beneficiare di questo non oscuramento? Così, tanto per chiedere.

#3 · mario
26 ottobre 2008, 07:29

dire che l’insegnamento del cattolicesimo nelle ore di religione vada contro la laicità dell’italia è come dire che l’insegnamento del comunismo durante le ore di storia vada contro la democrazia dell’italia…

#4 · Arturo
26 ottobre 2008, 13:20

Perché durante le ore di storia si insegna solo il comunismo, naturalmente da una prospettiva comunista, vero?

#5 · Viviana
30 ottobre 2008, 12:32

I contenuti di alcuni commenti rivela una seria difficoltà nella decodifica di un testo – quale è quello di Tranfaglia – o, quantomeno, la necessità di tirar fuori il proprio risentimento campanilistico in modo scomposto. Entrambi i difetti non si addicono ad un insegnante; ecco che una vera riforma della scuola potrebbe partire proprio da qui!!!

Aiuto Textile

Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

Agenda

Il libro: Vita di Alberto Pirelli (1882-1971) La politica attraverso l'economia

La vocazione di fine diplomatico e le doti di accorto economista fanno di Alberto Pirelli una figura emblematica nel panorama imprenditoriale del novecento, in Italia e nel mondo. La sua vita e la sua opera, tra politica e finanza. In diciotto anni di ricerche e attraverso la consultazione di sedici grandi archivi in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, l'autore ha ricostruito - con un linguaggio accessibile non soltanto agli storici ma a tutti gli appassionati della storia contemporanea - la lunga e avventurosa vicenda esistenziale di Alberto Pirelli, che è stato sicuramente uno dei maggiori industriali e uomini di finanza dell'Italia post-unitaria, dagli inizi del Novecento al miracolo economico degli anni Sessanta. (continua)

Cerca


Feed

Feed Rss icon


AddThis Feed Button AddThis Social Bookmark Button

Leggi il blog via email
lascia il tuo indirizzo:



(fornito da FeedBurner)

Facebook

Nicola Tranfaglia

Categorie

Ultim'ora (Ansa)

Diventa Fan di NicolaTranfaglia.com

Il blog di Nicola Tranfaglia on Facebook