Il presente e il futuro della RAI
- Scritto il 24 agosto 2008 in Politica
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Qualche giorno fa chi scrive ha reso una lunga intervista - ed è stata la prima volta, posso assicurarlo - alla più importante televisione della Corea del Sud. I giornalisti volevano sapere una cosa precisa: come vivevamo in Italia l'ennesimo ritorno al potere di Silvio Berlusconi e come era cambiato il rapporto tra i media e la politica. Non era un semplice interesse teorico. Nel loro paese e' appena diventato presidente l'uomo più ricco, il padrone della casa automobilistica Hundaj, che ha già dichiarato di voler seguire l'esempio del Cavaliere di Arcore. Vede, mi diceva il giornalista che mi intervistava, l'Italia è un paese assai avanzato dal punto di vista economico ma, per quanto riguarda l'uso delle televisioni e dei giornali, ricorda al peggio i nostri paesi.
Se il nostro presidente imiterà Berlusconi che cosa succederà a Seul? Rispondendo ai sud coreani, mi accorgevo del bilancio negativo che istintivamente emergeva dalle mie parole: abbiamo una legge sul conflitto di interessi che non impedisce a Berlusconi di continuare a controllare sei canali televisivi su sette, di avere dalla sua parte, con diverse sfumature, tutti i grandi quotidiani se si esclude la Repubblica, un servizio pubblico televisivo che, dopo la vicenda Saccà e il suo grottesco trasferimento interno alla direzione commerciale, l'atteggiamento antidemocratico della coalizione di destra che impedisce l'elezione del presidente della Commissione di Vigilanza, (malgrado l'occupazione dei radicali) sta diventando un ben povera cosa. Eppure, se si mettono insieme i voti rappresentati in parlamento e quelli non rappresentati, la differenza tra i due schieramenti, di maggioranza e di opposizione, la differenza è piccola e non si capisce perché il servizio pubblico televisivo non si preoccupi di rispondere alle regole fissate dalla costituzione, dalle leggi e dal contratto di servizio tuttora in vigore. Nè perché i maggiori organi costituzionali interessati, a cominciare dalla presidenza della repubblica, si astengano da ogni intervento. Certo, nelle ultime settimane, abbiamo appreso che, approfittando delle nuove tecnologie, ha incominciato le trasmissioni la televisione satellitare RED che fa capo alla Fondazione Italiani ed Europei e che, proprio oggi, annunciano un'analoga iniziativa, sempre sul satellite, gli onorevoli Veltroni e Gentiloni per il Partito democratico, ma l'una e l'altra televisione non saranno in grado di competere sia per il mercato pubblicitario che per il pubblico disponibile, con i due colossi, la Rai e Mediaset, che occupano praticamente da soli il terreno analogico.
Per far questo, ci vorrebbero i mezzi finanziari che ha mostrato di avere negli ultimi anni Sky TV di William Murdoch a livello pubblicitario e di palinsesti, inserendosi in maniera sempre più prepotente tra i due maggiori contendenti. Resta la forte anomalia che in Europa ci rende simile alle autocrazie asiatiche piuttosto che ai paesi democratici europei e occidentali. E si tratta di una caratteristica che mutila in maniera decisiva la democrazia repubblicana, nata proprio con il preciso obbiettivo di sancire una netta divisione tra i tre poteri fondamentali (legislativo, esecutivo e giudiziario) e di garantire una giustizia effettiva e la più ampia libertà di espressione di tutti e di ogni cittadino. Colpisce il fatto che, soltanto due anni fa, un referendum popolare effettuato con tutte le regole ha confermato ancora una volta il mantenimento del testo costituzionale del 1948 con una maggioranza che va molto oltre lo schieramento politico dei partiti così come si è precisato negli ultimi anni e che manifesta una volontà profonda di difendere le regole essenziali della nostra convivenza civile. Come si fa da una parte a volere che quelle regole continuino ad essere mantenute e, dall'altra, ad accettare senza reagire quello che sta accadendo nel campo dell'informazione.
Registrare che perfino dagli ultimi sondaggi, come quello di Mannhaimer sul "Corriere della Sera", risulti con chiarezza che non più di due milioni di italiani su 56 è informato su quello che succede nel nostro paese e non avvertire nessuna sensibile reazione nei mezzi di comunicazione di massa. Eppure gli esempi di disinformazione che nascono dall'attuale assetto televisivo e giornalistico non mancano, anzi tendono a moltiplicarsi. Se si ha l'occasione di andare solo in Francia, per non andar lontani, si ha modo, ad esempio, di verificare che si è parlato molto qualche anno fa del sottomarino nucleare che è andato a cozzare contro una secca nell'isola della Maddalena, in Sardegna. Vista la scarsità di notizie, l'unica certezza è che sono aumentati, nella zona, i tumori della tiroide, e che i volontari di Greenpeace hanno trovato valori radioattivi molto al di sopra della soglia di sicurezza. Che un simile incidente ha provocato un inquinamento assai forte destinato a durare per anni in quella parte dell'isola. Ma nessuno ne ha parlato in Italia né in televisione né in campo giornalistico e non si può dire che gli italiani abbiano quindi visto rispettato il proprio diritto all'informazione su una questione che li riguarda direttamente. La difesa del servizio pubblico non è una parola d'ordine in grado di mobilitare una società che soltanto due anni fa si è battuta per difendere la costituzione repubblicana? Noi crediamo di sì.
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