Caso Riolo, due opposte idee di libertà
- Scritto il 28 luglio 2008 in Articoli Manifesto
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Il caso Riolo si avvicina alla conclusione. Riassumo per i lettori i dati essenziali di questa incredibile storia che, dopo quattordici anni, ha visto la Corte Europea dei diritti dell'uomo, stabilire che Claudio Riolo ha esercitato soltanto la libertà di stampa prevista dalla costituzione repubblicana e dalla Convenzione europea e che l'Italia, condannandolo al risarcimento dei danni nei confronti del presidente della provincia di Palermo Francesco Musotto, ha violato l'articolo 10 (libertà di espressione) della Convenzione europea. Tutto nasce dall'articolo che appare nel novembre 1994 su Narcomafie la rivista del gruppo Abele diretta da don Luigi Ciotti intitolato "Mafia e diritto. Palermo: la provincia contro sé stessa del processo Falcone. Lo strano caso dell'avvocato Musotto e di Mister Hyde.
Si tratta di un commento critico alla decisione di Francesco Musotto, presidente della provincia di Palermo e avvocato penalista, di mantenere la difesa di un suo cliente, imputato nel processo per la strage di Capaci, mentre l'ente locale si costituiva parte civile nello stesso processo. Dopo cinque mesi (aprile 1995) Musotto avvia nei confronti di Riolo, senza tirare in ballo la rivista, un procedimento civile per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa, chiedendo 700 milioni di risarcimento (500 per danno patrimoniale e 200 per danno morale). L'articolo viene ripubblicato da Narcomafie nel maggio 1995 e questo giornale lo ripubblica il 3 maggio con l'aggiunta della firma di 28 esponenti del mondo politico e culturale palermitano "che lo fanno proprio condividendone i contenuti e ritenendolo legittima espressione dell'esercizio della libertà di stampa,di opinione e di critica politica."
Ma la giustizia italiana procede. Dopo quasi sei anni l'autore viene condannato in primo grado a Palermo a pagare 80 milioni per danni morali che con gli interessi pregressi diventano circa 118 e con quelli futuri 140. Dal giugno 2001 subisce il pignoramento di un quinto dello stipendio e l'atto di pignoramento prevede anche l'indennità di fine rapporto. Riolo ricorre in appello e nell'aprile 2003 la prima sezione civile della Corte d'Appello di Palermo conferma la sentenza di primo grado. L'autore ricorre in Cassazione nel luglio 2003 e dopo 3 anni e otto mesi (marzo 2007) la III sezione civile della Corte di Cassazione respinge il ricorso e conferma le precedenti sentenze.
Nel settembre 2007 Riolo presenta un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo attraverso l'avvocata Alessandra Ballerini del Foro di Genova e la Corte accoglie il ricorso e condanna l'Italia per violazione dell'articolo 10, ritenendo l'articolo su Musotto non diffamatorio ma fondato su fatti veri e legittima espressione della libertà d'opinione in una società democratica. Lo stato italiano, secondo la sentenza, dovrà risarcire Riolo con 60.000 euro e 12.000 euro per le spese legali. La vicenda è per aspetti esemplare. La giustizia italiana ha impiegato dodici anni per affermare una visione anticostituzionale della libertà d'espressione e ha condannato Riolo per un articolo che si limitava a ripercorrere fatti veri esprimendo un proprio parere. La Corte Europea in pochi mesi ha ristabilito i principi richiamati dal ricorrente.
Siamo di fronte a due concezioni dello Stato e del diritto: quella dei giudici italiani che hanno privilegiato il supposto diritto del presidente Musotto a non subire critiche, pur fondate su fatti veri, per il suo contraddittorio comportamento come avvocato penalista e rappresentante di una istituzione pubblica. E quella della Corte Europea che, come è ovvio, ha posto al centro della sua pronuncia, il rispetto del principio sancito dalla Convenzione della libertà di espressione(articolo 10). E' agevole concludere che la concezione dei giudici italiani porta alla vittoria dei potenti (sembra un'anticipazione del lodo Alfano esteso alle cariche locali!) e quella europea ci riporta allo stato di diritto ma, a quanto pare, i mezzi di comunicazione in Italia preferiscono non parlare di questi casi. Insomma siamo in una situazione complessa che vede finalmente l'inversione di un processo italiano che non ha voluto applicare leggi e costituzione secondo le regole dello stato di diritto ma sarà necessario ancora lottare per attuare la sentenza europea.
Riolo dovrà ancora combattere per far accogliere la pronuncia della Corte europea dalla giustizia italiana attraverso la revoca dei giudizi finora pronunciati, la revoca dell'esecuzione di quelle sentenze e l'accoglimento della sentenza europea. Ci vorranno altri anni o si tratterà di un procedimento rapido? E' difficile rispondere a una simile domanda ma, se ci fosse una campagna dei giornalisti e della Federazione Nazionale della Stampa in questa direzione, si potrebbe sperare in un esito rapido e positivo della procedura. E' quello che ci auguriamo dopo dodici anni di una vicenda che ha visto l'Italia scendere, per quanto riguarda la giustizia dei cittadini, agli ultimi posti dell'Europa contemporanea.
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#1 · lucia lasciarrea
28 luglio 2008, 18:32On Tranfaglia, da poco ho scoperto il suo sito. Il problema ora è far conoscere tutto questo alla gente. Solo pochi hanno la possibilità e la voglia di accedere alle notizie vere. Nel mio piccolo Teatro Betti a Roma organizzo ogni tanto incontri su informazione e democrazia. Sarei molto lieta se una volta potesse venire a parlare lei. Il teatro è molto piccolo (solo 28 posti) ma da alcuni anni porto avanti in solitudine questo discorso come ho scritto nel post sul suo articolo precedente (sui clandestini.)Sono nipote di Ugo Betti e dirigo il Centro Studi Ugo Betti Roma riconosciuto dalla Regione Lazio. Ho lavorato all’Unione Europea come consulente guridica presso il Com. Economico e Sociale. Grazie! Lucia