Caso Riolo, due opposte idee di libertà

Il caso Riolo si avvicina alla conclusione. Riassumo per i lettori i dati essenziali di questa incredibile storia che, dopo quattordici anni, ha visto la Corte Europea dei diritti dell'uomo, stabilire che Claudio Riolo ha esercitato soltanto la libertà di stampa prevista dalla costituzione repubblicana e dalla Convenzione europea e che l'Italia, condannandolo al risarcimento dei danni nei confronti del presidente della provincia di Palermo Francesco Musotto, ha violato l'articolo 10 (libertà di espressione) della Convenzione europea. Tutto nasce dall'articolo che appare nel novembre 1994 su Narcomafie la rivista del gruppo Abele diretta da don Luigi Ciotti intitolato "Mafia e diritto. Palermo: la provincia contro sé stessa del processo Falcone. Lo strano caso dell'avvocato Musotto e di Mister Hyde.

Si tratta di un commento critico alla decisione di Francesco Musotto, presidente della provincia di Palermo e avvocato penalista, di mantenere la difesa di un suo cliente, imputato nel processo per la strage di Capaci, mentre l'ente locale si costituiva parte civile nello stesso processo. Dopo cinque mesi (aprile 1995) Musotto avvia nei confronti di Riolo, senza tirare in ballo la rivista, un procedimento civile per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa, chiedendo 700 milioni di risarcimento (500 per danno patrimoniale e 200 per danno morale). L'articolo viene ripubblicato da Narcomafie nel maggio 1995 e questo giornale lo ripubblica il 3 maggio con l'aggiunta della firma di 28 esponenti del mondo politico e culturale palermitano "che lo fanno proprio condividendone i contenuti e ritenendolo legittima espressione dell'esercizio della libertà di stampa,di opinione e di critica politica."

Ma la giustizia italiana procede. Dopo quasi sei anni l'autore viene condannato in primo grado a Palermo a pagare 80 milioni per danni morali che con gli interessi pregressi diventano circa 118 e con quelli futuri 140. Dal giugno 2001 subisce il pignoramento di un quinto dello stipendio e l'atto di pignoramento prevede  anche  l'indennità di fine rapporto. Riolo ricorre in appello e nell'aprile 2003 la prima sezione civile della Corte d'Appello di Palermo conferma la sentenza di primo grado. L'autore ricorre in Cassazione nel luglio 2003 e dopo 3 anni e otto mesi (marzo 2007) la III sezione civile della  Corte di Cassazione respinge il ricorso e conferma le precedenti sentenze.

Nel settembre 2007 Riolo presenta un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo attraverso l'avvocata Alessandra Ballerini del Foro di Genova e la Corte accoglie il ricorso e condanna l'Italia per violazione dell'articolo 10, ritenendo l'articolo su Musotto non diffamatorio ma fondato su fatti veri e legittima espressione della libertà d'opinione in una società democratica. Lo stato italiano, secondo la sentenza, dovrà risarcire  Riolo con 60.000 euro e 12.000 euro per le spese legali. La vicenda è per aspetti esemplare. La giustizia italiana ha impiegato dodici anni per affermare una visione anticostituzionale della libertà d'espressione e ha condannato Riolo per un articolo che si limitava a ripercorrere fatti veri esprimendo un proprio parere. La Corte Europea in pochi mesi ha ristabilito i principi richiamati dal ricorrente.

Siamo di fronte a due concezioni dello Stato e del diritto: quella dei giudici italiani che hanno privilegiato il supposto diritto del presidente Musotto a non subire critiche, pur fondate su fatti veri, per il suo contraddittorio comportamento come avvocato penalista e rappresentante di una istituzione pubblica. E quella della Corte Europea che, come è ovvio, ha posto al centro della sua pronuncia, il rispetto del principio sancito dalla Convenzione della libertà di espressione(articolo 10). E' agevole concludere che la concezione dei giudici italiani porta alla vittoria dei potenti (sembra un'anticipazione del lodo Alfano esteso alle cariche locali!) e quella europea ci riporta allo stato di diritto ma, a quanto pare, i mezzi di comunicazione in Italia preferiscono non parlare di questi casi. Insomma siamo in una situazione complessa che vede finalmente l'inversione di un processo italiano che non ha voluto applicare leggi e costituzione secondo le regole dello stato di diritto ma sarà necessario ancora lottare per attuare la sentenza europea.

Riolo dovrà ancora combattere per far accogliere la pronuncia della Corte europea dalla giustizia italiana attraverso la revoca dei giudizi finora pronunciati, la revoca dell'esecuzione di quelle sentenze e l'accoglimento della sentenza europea. Ci vorranno altri anni o si tratterà di un procedimento rapido? E' difficile rispondere a una simile domanda ma, se ci fosse una campagna dei giornalisti e della Federazione Nazionale della Stampa in questa direzione, si potrebbe sperare in un esito rapido e positivo della procedura. E' quello che ci auguriamo dopo dodici anni di una vicenda che ha visto l'Italia scendere, per quanto riguarda la giustizia dei cittadini, agli ultimi posti dell'Europa contemporanea.

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Commenti

#1 · lucia lasciarrea
28 luglio 2008, 18:32

On Tranfaglia, da poco ho scoperto il suo sito. Il problema ora è far conoscere tutto questo alla gente. Solo pochi hanno la possibilità e la voglia di accedere alle notizie vere. Nel mio piccolo Teatro Betti a Roma organizzo ogni tanto incontri su informazione e democrazia. Sarei molto lieta se una volta potesse venire a parlare lei. Il teatro è molto piccolo (solo 28 posti) ma da alcuni anni porto avanti in solitudine questo discorso come ho scritto nel post sul suo articolo precedente (sui clandestini.)Sono nipote di Ugo Betti e dirigo il Centro Studi Ugo Betti Roma riconosciuto dalla Regione Lazio. Ho lavorato all’Unione Europea come consulente guridica presso il Com. Economico e Sociale. Grazie! Lucia

#2 · Massimiliano
10 agosto 2008, 15:53

Tutto perfetto, a mio avviso,eccetto una cosa:riferendosi ai giudici pare che il problema siano i giudici.i giudici applicano le leggi e le interpretano e un potere giudiziario debole, puo’ anche essere portato a mal interpretare e favorire gli altri 2 poteri fondamentali. Il problema e’ la classe politica

#3 · Antonio De Franco
6 settembre 2008, 16:57

Non penso che i giudici italiani di merito e la Cassazione, abbiano applicato male la legge interna vigente.
Il fatto è che in base al codice penale il diritto di critica è tutelato solo se si svolge l’attività di giornalista ed invece non è ammesso – per cui se si critica è facile consumare una diffamazione – per il semplice cittadino.
Ritengo, pertanto, che la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non abbia cassato un errore dei Giudici bensì abbia cassato la norma interna che vìola la libertà di espressione della persona (della persona, appunto: diritto primigenio che costituisce la persona, unica e irripetibile, che deve poter essere garantito non in quanto cittadini cioè in base al corpo delle leggi che si pratica in uno Stato ma in quanto diritto inalienabile della persona).
Se così stanno le cose, la sentenza Riolo c/ Stato Italiano è fondamentale in quanto aggiorna il codice penale italiano introducendo il diritto di critica anche per i cittadini italiani.

E se il fatto sentenza Riolo c/ Stato Italia, la si pone nei termini suddetti penso che avrà una enorme eco sui mezzi di informazione non dovendosi più lamentare del fatto che sta avvenendo il contrario.

PERTANTO QUALCUNO DEVE PRENDERSI LA BRIGA DI STUDIARE LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE CHE CONFERMA LA CONDANNA E METTERLA A CONFRONTO CON LA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA. PENSO CHE TALE LAVORO L’AVV.SSA BALLERINI L’ABBIA GIAFATTO. OCCORRE, PERTANTO, INFORMARSI DA LEI.
Infine è altrettanto interessante capire come mai questo difetto imperdonabile del codice penale non sia mai stato passato sotto la mannaia del giudizio di costituzionalità.

Il motivo di questa carenza non sarà lo stesso per cui al mondo della informazione frega poco della sentenza Riolo c/ Stato Italiano?

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

Agenda

Il libro: LA COLPA - Come e perche' siamo arrivati alla notte della repubblica

In una situazione politica di stallo in cui il berlusconismo sembra definitivamente in crisi e gli scenari futuri del Paese appaiono quantomai incerti, Nicola Tranfaglia e Anna Petrozzi propongono una riflessione dialogica sulla storia italiana dal 1943 a oggi. La loro puntuale disamina mette in luce come settori della classe dirigente italiana, degli apparati dello Stato e dell'establishment economico - spesso responsabili di stragi e delitti eccellenti - abbiano condizionato l'alternanza democratica dei governi per mantenere il più possibile inalterati gli equilibri di una società conservatrice e talvolta reazionaria. (continua)

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