Giulio De Benedetti, un grande direttore

Se c'è in Italia un direttore di giornali  che ha rappresentato, dal punto di vista storico, l'emblema del giornalismo democratico nell'età repubblicana,  capace di esercitare una non piccola autonomia dalla proprietà, il nome è quello di Giulio De Benedetti, direttore de La Stampa di Torino per un ventennio, dal 1948 al 1968. Meno compromesso di tutti gli altri direttori con il regime fascista come ebreo, in un primo tempo "discriminato" in quanto non oppositore, ma in seguito costretto a lasciare il giornale "la Gazzetta del Popolo" in cui lavorava come "direttore tecnico" e, dopo l'8 settembre 1943 in Svizzera, per sfuggire alla persecuzione nazista.

E soprattutto autore di un progetto di quotidiano "popolare" che aveva già in parte sperimentato negli anni trenta e che riuscirà ad attuare poco dopo la Liberazione del 1945. Non quando l'antifascista Franco Antonicelli, letterato liberaldemocratico, gli offre di diventare con lui vice-direttore del quotidiano "L'Opinione" a Torino, che però cessa le pubblicazioni subito dopo il referendum monarchia-repubblica del giugno 1946 ma, due anni dopo, quando Filippo Burzio, direttore de "La Stampa" muore improvvisamente e De Benedetti, già assunto come capo-redattore, viene nominato da Vittorio Valletta per la Fiat  direttore del quotidiano. L'anno in cui Giulio De Benedetti esordisce come direttore di uno dei grandi quotidiani italiani è cruciale per la vita  repubblicana.

E affronta la prova delle elezioni del 18 aprile 1948 con grande abilità sostenendo di fatto il punto di vista della Fiat e degli industriali italiani ma con un certo distacco dalla disputa elettorale alternando corsivi anonimi ad editoriali non firmati che orientano i lettori senza stargli addosso. Si distingue in questo dai giornali di partito come dai giornali confindustriali che si pronunciano più o meno apertamente per la Democrazia cristiana e contro il PCI. E sarà questa una delle ragioni del successo piemontese, e poi nazionale, del quotidiano torinese negli anni cinquanta e sessanta. L'altra peculiarità del quotidiano, rispetto al "Corriere della Sera" rimasto assai più vecchio e tradizionale fino agli anni settanta e alla direzione di Piero Ottone, è proprio il carattere popolare che De Benedetti imprime al suo giornale.

Questo carattere popolare è costituito dal primato della cronaca nera e giudiziaria rispetto alla cronaca politica. "Le pagine della "Stampa" di De Benedetti-scrivono Alberto Papuzzi e Annalisa Magone, autori di una bella biografia appena uscita dall'editore Donzelli ("Giulio De Benedetti. Il potere e il fascisno del giornalismo", pp.168, 25 euro) - straripano, nei vent'anni della sua direzione di assassini, strangolatrici, incidenti mortali, casi pietosi o strampalati, fortune inaspettate; le storie più interessanti perché rappresentano frammenti di realtà in forma originale, sono seguite passo passo e frequentemente finiscono in prima pagina. In altri termini De Benedetti anticipa e sollecita quel processo di "settimanalizzazione" dei quotidiani che interverrà nel decennio successivo e per molti negli anni settanta, sull'onda del successo dei settimanali e particolarmente di formule come quelle de "l'Espresso" e poi di "Panorama".

Ma il successo del quotidiano torinese si nutre anche dell'ottima qualità dei testi, dell'attenzione alla politica estera occidentale come alla politica interna con un punto di vista, accettato dalla proprietà che dopo la metà degli anni cinquanta vira nettamente verso la prospettiva del centro-sinistra. Per "la Stampa" una simile scelta va incontro a due necessità complementari: quella di farsi accettare dalle masse operaie torinesi che magari la criticano (chiamandola "la busiarda") ma la comprano e di farsi leggere anche dai comunisti e socialisti, assai numerosi nell'Italia del Nord. Naturalmente contò molto in quegli anni la qualità complessiva del giornale che ebbe firme importanti come Enzo Forcella, Vittorio Gorresio, Nicola AdelfiGuido Piovene, Corrado Alvaro (per citarne solo alcuni) e giovani redattori assai bravi (come Gian Paolo Pansa, per fermarsi a un nome).

Chi scrive può dire di aver imparato a Torino con De Benedetti non solo i fondamenti del mestiere giornalistico ma anche il gusto per la scrittura chiara e accessibile a tutti i lettori, preoccupazione costante di quel direttore. Si poteva notare anche la precisione della fattura tecnica del giornale che si distingueva rispetto agli altri quotidiani perché era più moderna e convincente. "Il punto - concludono Papuzzi e Magone - è come Gdb sia riuscito a conciliare la sua idea, tecnica e morale, del quotidiano italiano, con le ambizioni e le peculiarità individuali di una èlite di professionisti della notizia e del reportage.

In ciò soprattutto è stato un maestro."

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Commenti

#1 · giancarlo
14 dicembre 2008, 01:09

Ho un amico che è figlio del giornalista Manca che ha lavorato con De Benededdi come capo redattore della cronaca di torino per La Stampa.
poichè non conosco come lavorasse e che articoli scrivesse, vorrei fare un regalo a questo mio amico , che penso farebbe piacerericevre un ricordo di suo padre.
grazie se potete darmi alcune info.
Saluti
Giancarlo

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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In una situazione politica di stallo in cui il berlusconismo sembra definitivamente in crisi e gli scenari futuri del Paese appaiono quantomai incerti, Nicola Tranfaglia e Anna Petrozzi propongono una riflessione dialogica sulla storia italiana dal 1943 a oggi. La loro puntuale disamina mette in luce come settori della classe dirigente italiana, degli apparati dello Stato e dell'establishment economico - spesso responsabili di stragi e delitti eccellenti - abbiano condizionato l'alternanza democratica dei governi per mantenere il più possibile inalterati gli equilibri di una società conservatrice e talvolta reazionaria. (continua)

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