Perchè lascio il pdci
- Scritto il 21 giugno 2008 in Articoli Unità
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Dopo poco più di due anni ho lasciato il partito dei comunisti italiani. Mi è dispiaciuto doverlo comunicare al segretario dopo una discussione che ci ha visti su posizioni diverse e, per certi versi opposte, sulla strategia da intraprendere dopo la disfatta elettorale e politica del 14-15 aprile. E vorrei spiegarlo ai lettori dell'Unità che più volte mi hanno scritto anche in queste ultime settimane, consentendo di solito o rare volte polemizzando con miei articoli su questo giornale. Nel 2005 accettai l'ipotesi di una candidatura nel PDCI alle imminenti elezioni politiche sulla base di tre punti essenziali: la lotta al berlusconismo che era al governo da quattro anni e stava trasformando, ma in maniera negativa, l'Italia; l'alleanza di centro-sinistra guidata da Romano Prodi; la difesa della costituzione repubblicana aggredita dalla destra di governo.
Nei due anni di presenza in parlamento ho lavorato con lo spirito e le parole d'ordine appena citate. Qualche volta ho dissentito dalle scelte del governo Prodi sulla questione sociale, sugli accordi con il centro-destra, sulla politica estera. Ma non mi sono mai sognato di mettere in discussione il sostegno al governo Prodi o la rottura dell'alleanza di centro-sinistra, unica barriera ancora oggi ipotizzabile contro il ritorno di Berlusconi e l'assunzione invece di un cammino diritto verso un'autentica rivoluzione democratica. Sono stato quindi deluso dalla direzione che ha assunto il Partito democratico guidato da Walter Veltroni che, nella campagna elettorale, ha attaccato soprattutto la sinistra, illudendosi di prendere così voti al centro e di vincere lo scontro con Berlusconi. Conosciamo i risultati di una simile strategia: Berlusconi ha vinto con nove punti di distacco e la sinistra di cui ho fatto parte non è più presente in parlamento. Peraltro anche la sinistra,a mio avviso, ha sbagliato alle elezioni , costruendo un cartello elettorale e non un nuovo soggetto politico e mostrando di aver perduto i contatti profondi e continui con il suo popolo, che pure è parte importante della società italiana.
Dopo le elezioni, il partito dei comunisti italiani ha fatto una scelta strategica che non mi trova affatto d'accordo: puntare sull'unità dei comunisti piuttosto che su un nuovo progetto di costruzione della sinistra unita. Di qui pericoli di settarismo e di isolamento piuttosto che sforzi fecondi per aprirsi alla società e alle altre forze di opposizione, a cominciare dal Partito democratico e dall'Italia dei Valori. Chi scrive ritiene, al contrario, che sia necessario cominciare proprio da un nuovo rapporto più intenso e diretto con gli elettori, con i gruppi sociali interessati all'opposizione e contrari alla ulteriore berlusconizzazione del paese e con le forze politiche che lo rappresentano e che hanno raccolto quasi il quaranta per cento dei voti nelle ultime elezioni.
All'interno di queste forze politiche, la volontà di difendere la costituzione repubblicana e la disponibilità a un'alleanza più larga, se non sbaglio, esistono ancora in contrasto a volte con i propri gruppi dirigenti e restano per me fondamentali. A me pare che oggi, di fronte all'attacco riuscito della destra, in Italia come in Europa, che miete successi elettorali dovuti alle contraddizioni della globalizzazione e alla sterilità dei progetti di governo della sinistra, sia urgente promuovere alleanze assai larghe, capaci di mobilitare, non per via ideologica ma per via programmatica, gli interessi e i sentiementi colpiti dalla deregulation berlusconiana.
Non solo comunisti (o presunti tali) ma liberali e democratici, socialisti e radicali, tutti quelli che vogliono difendere la costituzione repubblicana e lo stato di diritto di fronte alla concezione patrimoniale e personalistica della politica che è propria non solo del cavaliere di Arcore ma di tanti protagonisti della politica attuale, soprattutto a destra. Spesso a sinistra si dice che nessuno è contrario a larghe alleanze ma di fatto queste non si fanno perché la borghesia parassitaria come quella produttiva nel nostro paese si ritrova tutta intorno a Berlusconi e al suo partito. Mi pare che si tratti di una diagnosi semplicistica e poco realistica: negli ultimi quindici anni le cose non sono andate sempre così e la sinistra ha commesso errori assai gravi che hanno provocato in più occasioni la riscoperta e il ritorno di Berlusconi, quando era già in difficoltà anche nella sua coalizione.
Il problema a me pare, piuttosto, quello di coerenza e rappresentatività effettiva delle classi dirigenti democratiche italiane in grado di mostrare, con i fatti, la loro identità come alternativa al populismo mediatico. Non possiamo dire, per l'esperienza degli ultimi quindici anni, che questo sia emerso con chiarezza e continuità. Al contrario si sono spesso verificati contraddizioni e ritorni all'indietro che hanno favorito i ritorni e i colpi di coda degli avversari, più unitari di noi, e pronti sempre a sfruttare le dispute ideologiche e personali frequenti nel centro-sinistra.
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#1 · Cosimo Tamiano
21 giugno 2008, 10:25Concordo con l’analisi del prof. Tranfaglia. Pure io ho aderito al Pdci nel 2005 e ne sono uscito nel 2006. Innanzi tutto, i comportamenti di alcuni dirigenti di quel partito sono molto discutibili (quanto all’essere comunisti) e poi i vari annunci di unità spesso proclamati sono solo propagandistici e null’altro. Sul piano pratico sono loro i primi ad ostacolarli. In realtà il pdci così come si presenta oggi non serve nè ai lavoratori nè alla sinistra. Quel partito è solo una setta e le sette non hanno mai cambiato o migliorato il mondo. I compagni di base di quel partito farebbero bene ad abbandonare al loro destino i loro dirigenti e lavorare per un progetto molto più ampio e realistico. Il congresso che se lo facessero da soli i vari dirigenti.