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Nicola Tranfaglia: Perchè lascio il pdci

Perchè lascio il pdci

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Dopo poco più di due anni ho lasciato il partito dei comunisti italiani. Mi è dispiaciuto doverlo comunicare al segretario dopo una discussione che ci ha visti su posizioni diverse e, per certi versi opposte, sulla strategia da intraprendere dopo la disfatta elettorale e politica del 14-15 aprile. E vorrei spiegarlo ai lettori dell'Unità che più volte mi hanno scritto anche in queste ultime settimane, consentendo di solito o rare volte  polemizzando con miei articoli su questo giornale. Nel 2005 accettai l'ipotesi di una candidatura nel PDCI alle imminenti elezioni politiche sulla base di tre punti essenziali: la lotta al berlusconismo che era al governo da quattro anni  e stava trasformando,  ma in maniera negativa,  l'Italia; l'alleanza di centro-sinistra guidata da Romano Prodi; la difesa della costituzione repubblicana aggredita dalla destra di governo.

Nei due anni di presenza in parlamento  ho lavorato con lo spirito e le parole d'ordine appena citate. Qualche volta ho dissentito dalle scelte del governo Prodi sulla questione sociale, sugli accordi con il centro-destra, sulla politica estera. Ma non mi sono mai sognato di mettere in discussione il sostegno al governo Prodi o la rottura dell'alleanza di centro-sinistra, unica barriera ancora oggi ipotizzabile contro il ritorno di Berlusconi e l'assunzione invece  di un cammino diritto  verso un'autentica rivoluzione democratica. Sono stato quindi deluso dalla direzione che ha assunto il Partito democratico guidato da Walter Veltroni che, nella campagna elettorale, ha attaccato soprattutto la sinistra, illudendosi di prendere così voti al centro e di vincere lo scontro con Berlusconi. Conosciamo i risultati di una simile strategia: Berlusconi ha vinto con nove punti di distacco e la sinistra di cui ho fatto parte  non è più presente in parlamento. Peraltro anche la sinistra,a mio avviso, ha sbagliato alle elezioni , costruendo un cartello elettorale e non un nuovo soggetto politico e mostrando di aver perduto i contatti profondi e continui  con il suo popolo,  che pure  è parte importante della società italiana.

Dopo le elezioni, il partito dei comunisti italiani ha fatto una scelta strategica che non mi trova affatto d'accordo: puntare sull'unità dei comunisti piuttosto che su un nuovo progetto di costruzione della sinistra unita. Di qui pericoli di settarismo e di isolamento piuttosto che sforzi fecondi  per aprirsi alla società e alle altre forze di opposizione, a cominciare dal Partito democratico e dall'Italia dei Valori. Chi scrive  ritiene, al contrario, che sia necessario cominciare proprio da un nuovo rapporto più intenso e diretto con gli elettori, con i gruppi sociali interessati all'opposizione e contrari alla ulteriore berlusconizzazione del paese e con le  forze politiche che lo rappresentano e che hanno raccolto quasi il quaranta per cento dei voti nelle ultime elezioni.

All'interno di queste forze politiche, la volontà di difendere la costituzione repubblicana e la disponibilità a un'alleanza più larga, se non sbaglio, esistono ancora in contrasto a volte  con i propri  gruppi dirigenti   e restano per me fondamentali. A me pare che oggi, di fronte all'attacco riuscito della destra, in Italia come in Europa, che miete successi elettorali dovuti alle contraddizioni della globalizzazione e alla sterilità dei progetti di governo della sinistra, sia urgente promuovere alleanze assai larghe, capaci di mobilitare, non per via ideologica ma per via programmatica, gli interessi e i sentiementi  colpiti dalla deregulation berlusconiana.

Non solo comunisti (o presunti tali) ma liberali e democratici, socialisti e radicali, tutti quelli che vogliono difendere la costituzione repubblicana e lo stato di diritto di fronte alla concezione patrimoniale e personalistica della politica che è propria non solo del cavaliere di Arcore ma di tanti protagonisti della politica attuale, soprattutto a destra. Spesso a sinistra si dice che nessuno è contrario a larghe alleanze ma di fatto queste non si fanno perché la borghesia parassitaria come quella produttiva nel nostro paese si ritrova tutta intorno a Berlusconi e al suo partito. Mi pare che si tratti di una diagnosi semplicistica e poco realistica: negli ultimi quindici anni le cose non sono andate sempre così e la sinistra ha commesso errori assai gravi che hanno provocato in più occasioni la riscoperta e il ritorno di Berlusconi, quando  era già in difficoltà anche nella sua coalizione.

Il problema a me pare, piuttosto, quello di coerenza e rappresentatività effettiva delle classi dirigenti democratiche  italiane in grado di mostrare, con i fatti, la loro identità come  alternativa  al populismo mediatico. Non possiamo dire, per l'esperienza degli ultimi quindici anni, che questo sia emerso con chiarezza e continuità. Al contrario si sono spesso verificati contraddizioni e ritorni all'indietro che hanno favorito i ritorni e i colpi di coda degli avversari, più unitari di noi, e pronti sempre a sfruttare le dispute ideologiche e personali frequenti  nel centro-sinistra.

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Commenti

#1 · Cosimo Tamiano
21 giugno 2008, 10:25

Concordo con l’analisi del prof. Tranfaglia. Pure io ho aderito al Pdci nel 2005 e ne sono uscito nel 2006. Innanzi tutto, i comportamenti di alcuni dirigenti di quel partito sono molto discutibili (quanto all’essere comunisti) e poi i vari annunci di unità spesso proclamati sono solo propagandistici e null’altro. Sul piano pratico sono loro i primi ad ostacolarli. In realtà il pdci così come si presenta oggi non serve nè ai lavoratori nè alla sinistra. Quel partito è solo una setta e le sette non hanno mai cambiato o migliorato il mondo. I compagni di base di quel partito farebbero bene ad abbandonare al loro destino i loro dirigenti e lavorare per un progetto molto più ampio e realistico. Il congresso che se lo facessero da soli i vari dirigenti.

#2 · Dario T.
21 giugno 2008, 20:26

Sono d’accordo con chi mi ha preceduto e con il prof. Tranfaglia. Non è sulla vecchia strada della falce e martello, o sull’unità dei comunisti che la sinistra tornerà in Parlamento. Oggi più che mai in Italia serve una forza politica di Sinistra, Socialista e Laica. Due anni fa ho votato per il Pdci perchè era all’interno di una coalizione ben precisa e rappresentava una sinistra critica verso il Pd, ma pronta a stare al governo e soprattutto a rinnovarsi. Mi ero sbagliato. Quest’anno ho votato a malincuore per il Pd per puro opportunismo politico. Era una scelta dovuta, ma spero di non doverla rifare in futuro. Intanto aspetto con fiducia che la Sinistra Italiana reagisca con forza e lucidità alle sfide del futuro.

#3 · Amon
21 giugno 2008, 22:51

Purtroppo a malincuore Tranfaglia è stato anche lui infettato della peggiore delle malattie: il pentitismo politico ed il nuovismo! Non è abiurando le proprie idee che si fa politica, e poi abbiamo visto cosa ha portato il nuovismo: la sinistra arcobaleno e la cancellazione della sinistra dal parlamento. Essere comunisti è ancora attuale, la storia comunista in Italia è gloriosa e non abbiamo nulla di cui vergognarci basta pensare ad Enrico Berlinguer. Tranfaglia vattene nel Pd lì è il tuo posto, traditore!

#4 · COSIMO TAMIANO
21 giugno 2008, 23:32

Ecco, invece di interrogarsi con serietà e rigore perche si è perso, perche il pdci invece di andare avanti va sempre più indietro, non riesce a superare l’1 per cento dopo 10 anni dalla nascita, perchè molti compagni a vari livelli lo abbandonano, ci si ostina a insultare i galantuomini come “traditori”. Spesso mi chiedo che razza di persone siete? Come vi permettete ad usare simili espressioni. Se le persone della sinsitra radicale sono come il post 3, bhe!, è stato un bene che non hanno raggiunto il quorum. La vera sinistra deve liberarsi da persone negative e scarsamente propositive. Da persone inconcludenti e settarie. Queste persone non contribuiscono al proselitismo e alla costruzione di una nuova classe dirigente. Dopo un simile fallimento hanno anche il coraggio di dare lezione! E’ veramete troppo.

#5 · salvatore mura
22 giugno 2008, 17:50

Non è la prima volta che scrivo. Lo feci anche quando il prof. Tranfaglia, un intellettuale raffinato e uno storico attualmente fra i migliori d’Italia, prese le distanze da alcuni leader del Pdci (o presunti tali) che si inchinavano di fronte a Fidel Castro. Ancora oggi, mi trovo d’accordo con Tranfaglia. La sinistra ha bisogno di unità, di un partito del 10 %, di una forza che dialoghi con il Pd. Viceversa, si rimarrà all’opposizione per sempre. Il commento di Amon non merita risposta, è rozzo, volgare e irrispettoso.

#6 · marina pierani
24 giugno 2008, 16:26

Io votai per il PdCI. Ma francamente della mummia di Lenin, della falce e martello e delle feste al Billionaire non me ne importa niente, Vorrei un po’ di giustizia sociale e il rispetto della Costituzione. La proposta del PdCI è solo conservatrice di se stesso
marina

#7 · Totò
28 giugno 2008, 18:31

Concordo con il prof. Lucidamente parla di costruzione di un soggetto unitario e grande di sinistra. Bene cominciamo ad appoggiare al congresso del PRC NIKI VENDOLA, e poi apriamo il cantiere.
Il futuro è “a sinistra”.

#8 · paquito
7 luglio 2008, 12:25

Non condivido la posizione politica del professore, ma mi spiace che il pdci abbia perso una figura intellettualmente rilevante. Colgo l’analisi del professore, perchè di fatto evidenzia gli errori che commette la sinistra ancora oggi. Ho votato chi attualmente governa, ma concordo nel ritenere che l’assenza dei comunisti in parlamento non sia certo ossigeno per la democrazia. Per il resto, il pdci è un partito conservatore che punta ancora alla demonizzazione dell’avversario (non è mai esistito, almeno a destra, un “antiprodismo”), ma una difesa di alcuni valori , certo sindacabili, ma appartenenti ad una corrente. Diversamente, è tipica usanza comunista demonizzare l’avversario… Non si cresce così, e i 5 anni del collage del governo prodi lo hanno dimostrato..

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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