Il fallimento delle agenzie educative.
- Scritto il 16 giugno 2008 in
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I fatti di Niscemi che in questi ultimi giorni hanno riempito la carta stampata al pari di tutti gli altri mezzi di informazione, locali e nazionali, per la crudeltà e l'efferatezza con cui si sono svolti, per l'età dei soggetti interessati (si tratta di neo adolescenti poco più che bambini), e per la geografia nebbiosa entro cui si confondono vittime e carnefici, impongono una seria disamina sul malessere, oramai non più latente, che sta investendo la nostra società al pari di tutta quella occidentale. Tanto ai pedagogisti acclamati quanto ai sociologi cattedrati, agli opinionisti illuminati e ai redentori della politica lasciamo il compito di costruire le loro fantasmagoriche teorie dal chiuso delle loro sedi più o meno istituzionali con l'augurio sincero di assolvere appieno al loro compito, senza trasformarsi, come spesso è accaduto negli ultimi anni, in venditori ambulanti di morali troppo frettolosamente raffazzonate.
Dal canto nostro vorremmo offrire al lettore alcune considerazioni che speriamo possano assolvere al compito di aprire un dibattito serio e fruttuoso che non si esaurisca dopo la chiarificazione delle cause, ma sia capace di individuare percorsi e soluzioni efficaci da perseguire anche dopo che i riflettori mediatici si saranno dimenticati della nostra comunità, della nostra Lorena, e del disagio delle nuove generazioni. Ho seguito con attenzione, in questi giorni di rabbia e sgomento, la spirale di parole mediaticamente fragorose ma sostanzialmente silenti che si è innescata dopo il ritrovamento del corpo di Lorena e la confessione dei suoi tre baby assassini. Le analisi che ne sono conseguite non hanno mancato di mettere in luce la presenza, in seno alla nostra comunità, di una mentalità arcaica, pregiudizievole e ancorata a schemi antropologici altrove superati. Il solito cliché d'una Sicilia restia ad ingranare la marcia del progresso, sulla quale grava l'immagine di donne eternamente in nero, di coppole abbassate fin sotto il ciglio degli occhi, di bocche cucite in nome dalla "sacrosanta" legge dell'omertà e di sguardi ai quali l'imposto mutismo affida il peso della comunicazione. Sono analisi che personalmente condivido in quanto, lungi dall'essere frutto di valutazioni soggettive, sono il risultato di semplici constatazioni oggettive frutto dell'osservazione diretta di realtà di provincia sulle quali pesa ancora l'antica maledizione della questione meridionale.
Risultano incomprensibili invece le reazioni di molti miei concittadini i quali, dinnanzi all'esposizione mediatica cui la nostra comunità è andata in contro si sono affrettati a smentire e forse stanno ancora stracciandosi le vesti dinnanzi ai poco lusinghieri giudizi espressi da alcuni opinionisti in merito a certo arcaismo culturale. La diacronia tra l'effettiva realtà di provincia e le reazioni di molti niscemesi, indignati perché dipinti come arretrati, arcaici e poco evoluti (sotto il profilo culturale) mi pare si possa spiegare come un estremo meccanismo di difesa: negare l'evidenza dinnanzi alla società, con i cui membri l'individuo intrattiene relazioni informali, per affermarla dinnanzi alla comunità, i cui membri intrattengono invece relazioni formali. Probabilmente la psicologia sociale potrebbe trovare in ciò valide argomentazioni per dimostrare, qualora ve ne fosse bisogno, l'assunto freudiano che proietta la dicotomia tra conscio e incoscio dal livello individuale a quello collettivo.
Chiacchierando coi miei coetanei (sono un giovane ventiquattrenne) noto che ci si trova sempre d'accordo nel confessarsi reciprocamente la possanza che una certa weltanschauung, oramai arcaica, riveste nel dirigere il nostro approccio alla realtà. Scrivo questo per semplice onestà intellettuale, poiché ritengo che la già nota e triste vicenda di Lorena, al di là o meno della presenza di certo arcaismo culturale, sia da inquadrare all'interno di altre coordinate teoretiche. Vi è infatti, al fondo della vicenda, un disagio generazionale frutto probabilmente di uno scontro paradigmatico tra quell'arcaismo di cui si diceva pocanzi e l'emergere di nuove scale di valori e nuovi orientamenti sociali. In altre parole, credo si possa usare, per l'analisi delle cause, il modello epistemologico proposto da T. Khun. I giovani stanno ridescrivendosi, stanno reinventandosi, stanno producendo - per dirla con R. Rorty - un nuovo vocabolario e lo stanno facendo, purtroppo, senza essere sostenuti da una fitta rete sociale forte e coordinata.
E' proprio la rete sociale quella che a Niscemi manca.
Le istituzioni scolastiche, riflettendo dinamiche nazionali, hanno già da un pezzo rinunciato a formare ed educare limitandosi solo ad una becera istruzione raccapezzata alla meno peggio, determinando così una destrutturazione del triangolo formativo al quale M. Fabre, nei suoi recenti saggi, ha affidato le speranze per una nuova e proficua stagione pedagogica.
La politica, intenta a cercare continuamente baricentri che sfidano le leggi della fisica e del buon senso, preoccupata più alle strategie elettorali, tutta proiettata ad evitare qualsiasi scivolone, ha issato da tempo la bandiera della resa ripiegando verso una navigazione a vista. Nessuna idea concreta ci sembra sia stata messa in cantiere negli ultimi anni, al massimo permane un fioco barlume di speranza che il vento generato dalla velocità del tempo e degli accadimenti minaccia continuamente di spegnere.
La chiesa, col suo clero locale, impegnata a raddrizzare la rotta verso un nuovo tradizionalismo imposto dall'alto, ha scelto di delegare ad altri la propria funzione di agenzia educativa. L'inamovibilità del clero locale, la mancanza di entusiasmo, di nuove e fresche idee, hanno imposto di ripiegare verso l'interruzione di ogni rapporto tra educatore ed educando. Le comunità parrocchiali giovanili, laddove ancora esistono, devono misurarsi con i classici interessi di bottega che si fino a qualche tempo addietro si pensava appartenessero solo alla politica.
Debole e inefficace il ruolo svolto dal mondo dell'associazionismo, non coordinato e raccordato tra le sue componenti e tra queste e il restante carrozzone di agenzie educative presenti solo formalmente all'interno del nostro territorio. La stagione d'oro di certo associazionismo, attivo e propositivo, sembra ormai un vecchio retaggio del passato.
A fronte di una così anemica presenza sul territorio di servizi socio pedagogici e a fronte di indici raccapriccianti su devianza, dispersione scolastica, bullismo, neoanalfabetismo e micro criminalità, diviene sintomatico l'insorgere di forme di anomia le cui cause, lungi dall'esigere virtuosismi accademici, dovrebbero essere sotto gli occhi di tutti, specie sotto quelli degli educatori che operano sul territorio e che oggi, dopo gli efferati fatti di cronaca, invece che intraprendere una disamina seria sul loro fallimento stanno ancora guardandosi attoniti e atterriti di fronte a qualche giornalista che ha "osato" definire "arretrata" la cultura meridionale di provincia.
Ho letto anche, con molto interesse, alcune dichiarazioni rilasciate da tre giovani di Niscemi e pubblicati sul giornale on line women in the city,www.women.articolo21.com. Traspare dalle loro parole la reiterazione del meccanismo difensivo cui accennavo pocanzi. Niscemi viene descritta come un'isola felice, una realtà dove, a parte qualche scaramuccia, tutto fila liscio come l'olio.
Apprezzo la volontà di questi giovani a rialzare la testa e andare in contro alla china. Da giovane quale sono mi associo a loro. Mi chiedo però se al fondo della loro speranza e del loro ottimismo non vi sia un filo flebile di incoscienza verso il presente, o una qualche comprensibile volontà di ingannare se stessi prima ancora che gli altri quando si afferma che a Niscemi esistono <<biblioteche, palestre e un maneggio>> dove trascorrere il tempo libero.
Mi chiedo le ragioni che spingono a dichiarare che <<Si sta fianco a fianco con gente di ogni tipo, dal coetaneo figlio di contadini che continua a lavorare i campi e magari la sera viene a farsi una birra con noi, al tipo griffato dalla testa ai piedi. Questo ci aiuta a non chiuderci ad un solo ambiente e a relazionarci continuamente con chi è diverso da noi>>, quando so con certezza che capita sovente di sghignazzare ogni qual volta la diversità si presenta a noi sotto forma dell'altro.
Conclude l'intervista un giovane che cita Galimberti e l'ospite inquietante, cioè il nichilismo. Mi pare che dietro l'attribuzione di colpa al nichilismo si celi però la convinzione di non voler fare realmente i conti con la nostra realtà. E' facile attribuire al nichilismo la colpa della decadenza e del malessere, in quanto esso, come tutti i concetti è astratto e quindi non imputabile dinnanzi al tribunale degli uomini. Provate a prendere un po' di nichilismo. Quel tanto che basta per renderlo tale, né più né meno. Lo avete preso? Ci siete riusciti? Mostratecelo allora, così che anche noi possiamo renderci conto di cosa si tratta! No, non ci siete riusciti. Non ci siete riusciti perché alla richiesta di afferrare un briciolo di nichilismo ha cominciato a rombare nelle orecchie la drammatica domanda ibseniana sul quantum satis. La quantità sufficiente! Quanti valori caduti in disuso ci vogliono per fare un pizzico di nichilismo? Troppi o pochi?
Bisognerebbe invece recuperare l'originaria <<trasvalutazione>> nietzschiana di <<tutti i valori>> e cogliere dal suo profondo la distinzione tra nichilismo negativo che si concretizza attraverso i tratti della decadenza e che il nostro "tramontato Occidente" (Spengler) sta sperimentando e il nichilismo attivo che non è, come qualcuno vorrebbe farci credere, negazione dei valori ma solo un processo che porta a svalutare i falsi valori. In tal senso il nichilismo attivo potrebbe riservarci grosse sorprese e potrebbe aiutarci a superare i falsi valori che si annidano nelle ridescrizioni che le nuove generazioni stanno facendo oggi di sé, senza che il mondo pedagogico, almeno qui a Niscemi, sia minimamente riuscito a captare il sopraggiungere di nuovi vocabolari descrittivi.
Tutto ciò lo sintetizzano molto argutamente le parole di una giovane di Niscemi, la quale, durante i funerali di Lorena, accingendosi a dare l'ultimo saluto all'amica, ha trovato il coraggio di affrontare la folla e preso in mano il microfono e rivolgendosi verso la bara bianca ha detto: <<Lorena, la tua morte ha fatto emergere ciò che noi, in questo paese, viviamo in silenzio>>.
Non mi galvanizzano più di tanto nemmeno le accuse spicciole e poco corpose lanciate ai mezzi di comunicazione di massa. Affermare infatti che la colpa è solo della televisione equivale a un pruriginoso ritorno contemplativo e dogmatico nei confronti di approcci socio metodologici che la ricerca empirica degli ultimi trenta anni è riuscita in buona parte a sconfessare.
La teoria ipodermica e la sua variante anglofona della bullet theory, sebbene riflettano giudiziosamente sulla manipolazione dei mezzi di comunicazione di massa nei confronti dell'individuo, oggi sono fortemente ridimensionate dalle acquisizioni di Lazarsfeld, Berelson e Gaudet. I lavori dei sociologi pocanzi citati dimostrano chiaramente che i media hanno effetti limitati a condizione però di attribuire un peso preponderante alle reti sociali. Quelle stesse reti sociali che a Niscemi non esistono!
L'assenze delle reti, le cui maglie fitte non dovrebbero lasciare spazio alla intrusione di elementi perturbanti il processo relazionale, isola l'individuo ricacciandolo nella condizione anomica che i lavori di Durkheim ci hanno insegnato a comprendere.
Da qui bisogna ripartire. Dalle cose che abbiamo sempre saputo e che non abbiamo mai osato confessarci. Bisogna ripartire dalla capacità di saperci guardare negli occhi e senza alcun piagnucolio prendere atto delle nostre responsabilità e dei nostri fallimenti. Lo faccia la politica, la scuola, il clero, le associazioni. Lo facciano tutti, singoli e associati, giovani, adulti e anziani. Lo facciano gli intellettuali di Niscemi, sempre che ve ne siano ancora.
Mi tornano in mente proprio in questo momento alcuni passi straordinariamente commoventi di Anna Harendt la quale usava l'espressione di banalità del male dinnanzi alla tragedia della Shoah. Per molto tempo non sono riuscito a comprendere come la Harendt, donna colta, potesse parlare di banalità dinnanzi a milioni di vite finite nel vento. Ho capito in seguito che il male diviene "banale" solo quando è il frutto della sospensione del pensiero; solo quando esso si erge dal vuoto lasciato lì dalla sospensione della nostra razionalità. Anche a Niscemi il male che ci ha colpito è stato frutto di una mancanza totale di pensiero. La mancanza di pensiero genera il sonno della ragione. In esso si dibattono non già folli omicidi ma mostri, gli stessi che i giovani di Niscemi hanno imparato a conoscere e contro i quali hanno issato i loro coraggiosi gonfaloni.
Cara Lorena, io non ti conoscevo. Nemmeno di vista. Ci separano dieci anni che per noi giovani, come sai, sono tanti. Al tuo funerale non c'ero fisicamente ma c'ero idealmente. Ho visto una grande folla venuta a darti l'ultimo saluto.
Ho visto i volti straziati di Tua mamma e di Tuo papà. Ho sentito il sindaco, che giustamente, Ti ha chiesto perdono. Perdono perché <<non siamo stati capaci di interpretare il Tuo disagio>>. Io ti chiedo perdono anticipatamente per quanti non dovrebbero trarre insegnamento dalla tua triste vicenda e anziché iniziare da subito a ricostruire una solida rete sociale, continueranno imperterriti a vendere la loro morale da rigattieri.
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