Intercettazioni: tutelata soltanto la privacy dei potenti

A proposito delle intercettazioni telefoniche entrano in gioco tre principi costituzionali: l'interesse alla giustizia, quello alla libertà di informazione e quello alla riservatezza dei cittadini. Il disegno di legge (in 17 articoli) Berlusconi-Alfano  che sarà pubblico da domani sembra, secondo le indiscrezioni, tener conto in maniera prevalente al diritto alla privacy e poco o nulla agli altri due principi. Si limita drasticamente il ricorso alle inercettazioni come strumenti di indagine giudiziaria nel caso di tutti i reati che comportano pene edittali inferiori ai dieci anni e l'elenco dei casi di divieto prevede lo scippo, il furto, il furto in appartamento, la truffa, la ricettazione, l'incendio, la calunnia, le false informazioni al pubblico ministero, le rivelazioni del segreto di ufficio, la calunnia, la falsa testimonianza,la ricettazione e persino l'associazione a delinquere. Basta scorrere l'elenco per rendersi conto che ci sono ipotesi gravi di reati ma anche fattispecie che possono rivelare, se si usano le intercettazioni, vicende oscure che è dovere indubbio dei pubblici ministeri  perseguire non soltanto per l'obbligo costituzionale di procedere all'azione penale ma anche perché sono vicine ad altre e più gravi fattispecie. Possiamo dire per questo primo aspetto che si tolgono ai pm armi essenziali che in altri paesi sono date addirittura ai corpi di polizia (come in Francia, Germania e Stati Uniti) per esercitare il necessario controllo sociale contro l'azione della criminalità individuale e organizzata. I meccanismi ipotizzati per superare questi divieti sono ancora peggiori perché tolgono al singolo magistrato inquirente l'autonomia che gli dà la costituzione e trasferiscono a un collegio la possibilità di decidere eccezioni rispetto alla norma generale autorizzando singole indagini. Qui si vede con chiarezza come ci sia da parte del governo l'incomprensione profonda dell'autonomia della magistratura e della divisione dei poteri che sono proprie del testo approvato nel 1948.

Il secondo aspetto che va sottolineato riguarda un altro controllo necessario rispetto all'azione della criminalità ed è quello della pubblica opinione e dunque dei mezzi informazione giornalistici e televisivi. Prevedere, in generale, una sanzione penale da uno a tre anni per giornali e tv che pubblichino intercettazioni prima del dibattimento processuale (a quel punto siamo di fronte a documenti pubblici in quanto forniti alle parti processuali) è assai grave. In parte per ragioni di fatto. La lentezza e la lunghezza dell'iter processuale nel nostro paese che dura più anni e, in più del cinquanta per cento dei casi non arriva al processo, concludendosi con un patteggiamento tra le parti fanno sì che una simile norma porterebbe, nella maggior parte dei casi, al silenzio dell'informazione su vicende clamorose e significative o alla pubblicazione di particolari dopo che sono passati anni dagli avvenimenti e quindi con un'efficacia pedagogica minore o nulla rispetto proprio all'opinione bombardata da continui messaggi.

Al di là delle assurde sanzioni contro giornalisti che cercano di fare il proprio lavoro sulla base dell'articolo 21 della costituzione ci troveremo di fronte a una forte lesione del diritto fondamentale dei cittadini a essere informati che è un principio essenziale del nostro vivere civile. Il sospetto contro i veri obbiettivi della legge come sulla tattica manipolativa che usa il governo Berlusconi in questi casi è inevitabile. I veri obbiettivi hanno al centro il pericolo che le indagini giudiziarie possano toccare proprio Berlusconi e il suo governo. Di qui la forte limitazione dei reati intercettabili, la ripresa del lodo Schifani e l'urgenza del provvedimento. Ed è significativo il modo di procedere. In un primo tempo il capo del governo in una grande occasione mediatica lancia in termini generali (ed esagerati) l'editto e si parla addirittura di cinque anni di carcere per tutti, poi interviene la Lega Nord che chiede e ottiene un'estensione dei reati intercettabili insistendo su corruzione e concussione che fanno pensare a una lotta che non esclude le classi dirigenti, Berlusconi, a questo punto, accetta le correzioni e in Consiglio dei ministri arriva a una soluzione solo in apparenza mediana ma che conserva tutti gli errori e la violazione ai principi costituzionali di cui ho parlato ma con un abbassamento delle pene e un certo strizzare l'occhio verso i giornalisti che, se incensurati, non andrebbero neppure in carcere.

Bisogna dire che si tratta di una strategia abile capace probabilmente di darla a bere a cittadini distratti o poco interessati. Resta, purtroppo, il fatto che un disegno di legge come quello di cui stiamo parlando porta, se resta nei termini descritti, a una forte diminuzione della possibilità per i magistrati di indagare con le intercettazione, dei giornalisti di far  esercitare il controllo sociale sulla criminalità, dei cittadini di essere informati su quel che succede in questa Italia. C'è da sperare che l'opposizione parlamentare sia netta e costante, che gli italiani si rendano conto del significato di una svolta autoritaria come questa, che gli organi internazionali guardino con attenzione a quel che sta succedendo nel nostro paese con il governo Berlusconi.

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Commenti

#1 · Marco Scipolo
18 giugno 2008, 19:13

L’attuale presidente del consiglio fa nuovamente un uso privato, personale, delle Istituzioni per difendersi dai processi, per sfuggire al suo giudice naturale, per zittire l’informazione, per impedire ai magistrati di compiere il loro dovere. Insomma, per rendersi intoccabile, al di sopra delle leggi, contro la Costituzione – che ha già provato a manomettere – ed incurante del pericoloso scontro che sta causando tra poteri dello Stato. L’inquietante personaggio (quello che “chiagne e fotte”, come diceva Montanelli) mira al potere assoluto: legibus solutus, svincolato dalle leggi come il principe. Nulla, evidentemente, gli importa di Montesquieu e della separazione dei poteri. Nulla dei problemi del Paese. Nulla dei cittadini. E’ persino entrato in collisione con il Quirinale. Col suo colossale conflitto d’interessi, mai risolto, tornano le scandalose leggi “ad personam”. L’attacco frontale alla magistratura, contenuto nella lettera inviata al presidente del Senato e letta nell’Aula di Palazzo Madama, è gravissimo anche se non inaudito. Già altre volte, infatti, lo avevamo sentito straparlare di persecuzione giudiziaria. Ma stavolta ha messo le sue fantasie per iscritto, in un documento ufficiale del Parlamento. Ciò pertanto è, ancor di più, inaccettabile. Nel suo delirio di onnipotenza, vuole cercare di passare, per l’ennesima volta, come la vittima di “magistrati di estrema sinistra” che, secondo la sua fervida immaginazione, avrebbero intentato contro di lui processi “per fini di lotta politica”. Le sue accuse ai magistrati, assolutamente non provate, comprendono un affondo denigratorio personale ad un sostituto procuratore milanese e ad un Tribunale della Repubblica, rei – a suo dire – di adoperare la giustizia a fini mediatici e politici. Sono semplici e vergognose illazioni. Farneticazioni. Condivido soltanto una frase della missiva (ma con riferimento diverso da quello inteso dal ducetto): “Questa è davvero una situazione che non ha eguali nel mondo occidentale”. Una cosa del genere, nelle democrazie, non si è mai vista. Il lupo perde il pelo (anche se a lui trapiantano i capelli…) ma non il vizio. Giano bifronte, ancora una volta, mostra la sua vera identità. E rimane tuttavia attorniato, come un autentico dio bicefalo, da schiere oranti, da adulatori turibolanti. E’ questo lo statista con il quale le “aquile” dell’opposizione vorrebbero dialogare? Indro Montanelli nel 2001 affermò: “Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo”. Aveva ragione. E anche i fatti di oggi lo dimostrano. Esprimo la mia solidarietà alla magistratura. Un solo verbo: resistere, resistere, resistere.

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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Il libro: LA COLPA - Come e perche' siamo arrivati alla notte della repubblica

In una situazione politica di stallo in cui il berlusconismo sembra definitivamente in crisi e gli scenari futuri del Paese appaiono quantomai incerti, Nicola Tranfaglia e Anna Petrozzi propongono una riflessione dialogica sulla storia italiana dal 1943 a oggi. La loro puntuale disamina mette in luce come settori della classe dirigente italiana, degli apparati dello Stato e dell'establishment economico - spesso responsabili di stragi e delitti eccellenti - abbiano condizionato l'alternanza democratica dei governi per mantenere il più possibile inalterati gli equilibri di una società conservatrice e talvolta reazionaria. (continua)

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