Carlo Levi, antifascista rivoluzionario che credeva nella libertà

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Chi fu Carlo Levi? Quale è stato il suo contributo come scrittore politico in anni decisivi per la nostra storia che vanno da quelli del primo dopoguerra (era nato a Torino nel 1902, quasi coetaneo di Piero Gobetti, il fondatore della Rivoluzione Liberale  e di Carlo Rosselli che a sua volta fu con Lussu e F.Nitti, il fondatore del movimento di Giustizia e Libertà) alla lotta contro la dittatura fascista, alla resistenza e al trentennio democristiano dell'Italia repubblicana ?.
Non è facile rispondere a un simile interrogativo ma è possibile, a trent'anni dalla sua morte, (avvenuta per una grave malattia nel 1975) ricostruire sinteticamente la sua formazione e i suoi scritti principali, dagli anni della clandestinità a quelli della lotta politica repubblicana. Se si leggono i suoi primi interventi e articoli nella "Rivoluzione Liberale" e nel "Baretti" fondati da Piero Gobetti e in "Voci di Officina" e poi nei "Quaderni di Giustizia e Libertà" di Carlo Rosselli, i primi negli anni venti, i secondi nel decennio successivo, emerge limpidamente la sua formazione culturale caratterizzata dal fatto di collocarsi a pieno titolo nella crisi europea, di partire da quel che è successo nella prima guerra mondiale per considerare ,con occhi lucidi e nuovi, la storia del vecchio continente e del nostro paese in particolare.

"Nessun momento della storia dell'Italia moderna - scrive nel 1929, nel primo e unico numero della "Lotta politica", uscito clandestinamente a Torino - fu forse così praticamente difficile, ma così idealmente favorevole  a una netta e chiara impostazione dei problemi che ci travagliano fin dalle origini del nostro Stato unitario, senza possibilità di errori o compromessi. Questa posizione, forzatamente illuministica, preparatrice delle idee e delle èlites della futura rivoluzione è, in realtà, l'unica che possa soddisfare (sia pure in un futuro assai lontano) le esigenze dell'attuale crisi; ogni altra cognizione traducendosi necessariamente nella migliore ipotesi, in una sua perpetuazione sotto diverso aspetto. Non senza una profonda ragione i vecchi partiti appaiono ormai definitivamente superati."

Questo scritto, che appare nell'anno in cui Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti, fuggiti dal confino di Lipari, fondano a Parigi il movimento antifascista di Giustizia e Libertà, contiene una serie di giudizi che saranno centrali nella storia di quel movimento: la necessità di un progetto politico, ma prima ancora culturale, per preparate le donne e gli uomini che saranno chiamati a compiere la rivoluzione antifascista; la consapevolezza, tutt'altro che diffusa in quel momento, che il fascismo è un fenomeno epocale e non effimero e che sarà necessario un tempo lungo per abbatterlo; il superamento, ormai avvenuto, dei partiti politici sconfitti dalla dittatura cui dovranno sostituirsi forze nuove temprate dalla lotta contro il regime.

Decisivi per una raggiunta maturità di intellettuale - politico, come sarà peraltro per il resto della sua esistenza, sono per Carlo Levi i primi anni trenta e trovano una espressione più complessa le idee nate dal magistero gobettiano e contaminate successivamente dagli incontri con Carlo e Nello Rosselli, con Aldo Garosci, con Leone Ginzburg e con altri più giovani amici a Torino, Roma e a Parigi. Nel marzo 1932 appare, nella prima serie dei "Quaderni di Giustizia e Libertà" un suo articolo intitolato Seconda lettera dall'Italia. In questo intervento Levi identifica con precisione gli attori della nuova Italia, quella che nascerà alla caduta del fascismo. "Riconosciamo, storicamente, negli operai e nei contadini - scrive il giovane allievo di Gobetti - le forze della rivoluzione.G.L. si identifica con il movimento rivoluzionario in quanto esso agisce dal basso, non in quanto possa essere opera di governi più o meno provvisori... il popolo italiano troverà dalla dura esperienza fascista la capacità di darsi uno Stato libero, o la rivoluzione mancherà."

E al centro della rivoluzione italiana dovrà esserci il principio fondante dell'autonomia. "Autonomia - aggiunge - non soltanto nella sua accezione negativa di decentramento, ma nel suo significato positivo di autogoverno. E' ormai diffusa, anche presso gli elementi conservatori, la coscienza della necessità di un riforma degli istituti rappresentativi. Si parla di parlamenti regionali,eccetera. Ma il problema è più profondo di quello che possa essere una semplice riforma di istituti, e si identifica con il problema politico della rivoluzione." Quello che Levi intende si fa strada con maggior chiarezza nel commento che scrive nel 1932 nel secondo numero dei Quaderni, riflettendo sullo Schema di programma di GL che determinerà l'uscita dei giellisti dalla Concentrazione antifascista e l'inizio di una nuova strategia del movimento rosselliano.

"Rivoluzione in Italia - afferma Levi - significa libertà, capacità di libertà; autonomia nella più larga accezione del termine: nei riguardi dello Stato, autogoverno". Per lo scrittore torinese le aspirazioni  alla liberà intesa prima di tutto come autonomia e richiesta di autogoverno sono ancora confuse tra gli italiani: "operai, contadini, gruppi di intellettuali rappresentano le forze della rivoluzione: il terrore allena il processo di organizzazione e di chiarificazione politica. Ma, grosso modo, si può affermare che  l'antifascismo rivoluzionario si orienta esclusivamente  secondo due diversi indirizzi: il movimento di GL e il Partito comunista". Levi afferma ancora che "la posizione comunista è inficiata dalla contraddizione interna libertà - dittatura" e che spetta a GL adempiere in pieno alla funzione liberale attraverso la rivoluzione da portare in Italia attraverso il fascismo. Parole che, a  distanza di undici anni dalla guerra di Liberazione, appaiono lucidamente profetiche sul ruolo che avranno in essa,alleate seppur discordi in alcuni aspetti, le forze partigiane di Giustizia e Libertà e quelle dei comunisti italiani.

Nel 1939, quando la seconda guerra mondiale scoppia in Europa e si apre uno scontro mortale tra i fascismi e le democrazie occidentali, Carlo Levi affronta nel suo saggio sulla Paura della libertà  una riflessione approfondita sulle società umane che sarà alla base della sua successiva opera narrativa e pittorica. Un'opera che ha in Cristo si è fermato ad Eboli terminato nel 1945 e nell'Orologio del 1952 le sue prime prove compiute, forse le più alte. Paura della libertà, pubblicato da Einaudi nel 1946, è un saggio così intenso, di così grande ricchezza di intuizioni che si presta e si è prestato a interpretazioni differenti e a mettere in luce motivi e accenti a volte assai diverso l'uno dall'altro.

All'interno di questo discorso volto a sottolineare  il rapporto di Levi con la politica e con la storia, con l'interpretazione dei nodi cruciali del nostro passato, il saggio del 1939-pur influenzato senza dubbio da La crisi della civiltà di Huizinga, da La ribellione delle masse di Ortega Y Gasset, a ma pure dagli scritti di Georges Bataille e di Roger Callosi - conserva una propria cifre completamente originale, legata alla contraddizione di fondo tra lo sviluppo della politica che sembra sfociare in un dominio di origine sacrale gerarchicamente ordinato e l'esigenza fondamentale della libertà di ciascuno. "il peccato che deve fiire - scrive Levi nelle pagine fondamentali del suo saggio - è l'adorazione da parte  dell'uomo di una cosa umana, di un idolo bestiale che è animale araldico, mostro adorato, religione statale, guerra e schiavitù."

E poco più oltre, come a spiegare il senso del suo discorso, conclude affermando che "gli uomini incapaci di libertà non possono reggere al terrore del sacro,che agli occhi aperti si manifesta, e debbono trasformare in mistero, nascondere e adorare come un simbolo incomprensibile la rivelazione stessa che è chiara luce di verità". E qui si arriva a quello che è il nucleo centrale della sua riflessione: giacchè è proprio la paura della libertà che rende le società degli uomini indifese di fronte al potere politico ed è dunque soltanto l'educazione alla libertà che li può salvare e riportare alla loro primitiva e naturale condizione.

Il binomio religione - politica, così come quello laico - religioso, sono alla base di una straordinaria riflessione storico - filosofica che affonda le sue radici nell'elaborazione dei maestri della filosofia del profondo, Freud come Jung, autori degli anni trenta di interpretazioni che non si distaccano molto dalle intuizioni di Carlo Levi. Se ci fosse tempo e spazio sarebbe interessante analizzare le riflessioni successive di Levi non soltanto nei suoi libri saggistici e di narrativa, in alcuni reportages, come quelli sulla Sicilia e sulla Russia di grande spessore, ma già da quello che abbiamo mi pare sia emersa l'originalità e l'interesse del rapporto tra Carlo Levi e la politica.   

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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