Alla ricerca delle priorità
- Scritto il 20 ottobre 2007 in Libri
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A distanza di qualche mese ho trovato sul mio tavolo due libri di Gianni Vattimo: il primo è una strana autobiografia scritta a quattro mani con Giorgio Paterlini e il secondo un manifesto personale che gettano, per così dire, una luce nuova sul filosofo torinese, noto e tradotto in buona parte del mondo contemporaneo, sul pubblico e sul privato. Due libri che gettano una luce nuova sul filosofo torinese, noto e tradotto in buona parte del mondo: sulla sue opera e sulla sua esistenza sugli aspetti pubblici come quelli privati.
Io stesso, suo amico e collega da oltre trent'anni, ho imparato più di un particolare che non conoscevo e che non avevo capito a fondo e sono grato all'autore di averci voluto dare l' interpretazione "autentica" della sua vita e più di una riflessione su quello che ha vissuto finora, soprattutto come filosofo e un po' anche come politico. Vorrei sottolineare innanzi tutto due aspetti della personalità di Vattimo che emergono con schiettezza dalle
conversazioni con Paterlini che compongono il volume autobiografico: mi vengono in mente le lunghe chiacchierate in questi decenni con l'amico, le trasmissioni radiofoniche fatte insieme negli anni ottanta su temi disparati come il senso del tempo o le prospettive del prossimo futuro, le centinaia di riunioni in Italia e altrove quando ci è capitato di partecipare a imprese intraprese in comune.
Due aspetti della sua personalità-che si ritrovano con schiettezza nella sua autobiografia- sono la sua capacità di non diventare cinico malgrado le difficoltà e i problemi, anche i forti dolori personali che lo hanno accompagnato e l'apertura mentale, la forte intelligenza che gli hanno consentito di girare il mondo senza smettere mai di voler conoscere e indagare intorno al pianeta umano.
Qualche collega, di nostra comune conoscenza, ha cercato di definirlo come un filosofo da salotto e criticare duramente la sua tesi sul pensiero debole che emerse negli anni settanta ma non ha potuto mai negare la sua originalità nel panorama italiano e internazionale, la sua costante ricerca sull'Essere, la sua capacità di trasmettere a tanti giovani il senso della ricerca teorica e del fascino di un'indagine sulle ragioni di fondo della vita, della politica e della religione.
In "Ecce comu" Vattimo, arrivato a un punto cruciale della sua esistenza, ( i 70 anni sono comunque il tempo adatto a un primo bilancio) ricorda di essere stato un catto-comunista e di avvicinarsi ora, dopo le delusioni dispensate anche a lui dalla Chiesa cattolica contemporanea, a una sorta di comunismo cristiano. E ricorda di aver percorso tra gli anni novanta ed oggi una sorta di viaggio tra le opposizioni di sinistra che lo ha piuttosto deluso.
Ma, nello stesso tempo (conclude all'inizio della sua autobiografia) di sentirsi più che mai libero di esprimere, senza limiti e pregiudizi, quello che pensa. Anzi cita con un certo gusto la battuta che in questi anni corre sui di lui:"L'insuccesso gli ha dato alla testa!"
Vero è che le categorie mondane, come successo e insuccesso, non gli si attagliano perchè per lui le categorie centrali sono altre, quella della ricerca da una parte e quella dell'essere dall'altra.
Il nostro filosofo invecchia ben, a quel che è dato leggere nei suoi ultimi libri.
Ha ritrovato in termini politici una visione del mondo che aveva nella sua giovinezza, pur con le correzioni che la realtà gli ha imposto.
E, dal punto di vista filosofico, sta rimeditando a quanto pare, gli autori della sua vita, soprattutto Nietsche e Heidegger, e i problemi comuni che anche lui si è già posto nel mezzo secolo del suo lavoro.
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