Per la Rai è il momento di decisioni radicali

Quando persino agli addetti ai lavori come i deputati e i senatori della commissione di vigilanza della Rai o i giornalisti specializzati si trovano in difficoltà a sperare che qualcosa cambi nel modo televisivo pubblico, significa che il degrado peggiora sempre e non si sa più che cosa fare.

E' questa l'atmosfera che circola rispetto alla crisi attuale: il disegno di legge Gentiloni procede con grande lentezza, l'altro previsto sulla Rai è ancora più indietro.

Eppure l'uno e l'altro sono impegni cosiddetti prioritari del governo di centro-sinistra e agli elettori bisogna rispondere presto e bene piuttosto che tardi e male, come finora si sta facendo.

La commissione di vigilanza, giovedì scorso, ha almeno respinto la richiesta del centro-destra di rinviare per l'ennesima volta la posizione parlamentare sulla revoca del consigliere Petroni decisa, sia pure con ritardo, dal ministro dell'Economia, come era nei suoi legittimi poteri.

Ma non ha potuto pronunciarsi sul merito perché i commissari di centrodestra hanno fatto mancare il numero legale.

Poco male per quest'ultima votazione perché il IO-11 settembre si riunirà l'assemblea degli azionisti e il ministro potrà revocare il consigliere Petroni e nominare al suo posto una personalità tecnicamente competente e autonoma per completare il consiglio di amministrazione e farlo ripartire.

Ma in quale direzione? Qui siamo alle solite: questo consiglio di amministrazione si è logorato in questi anni e lavora con grande difficoltà testimoniata in maniera eloquente dalla vicenda Petroni e si può dubitare  che continui ad esprimere una linea assai poco dinamica e coerente con quello che la maggioranza parlamentare auspica.

La linea attuale favorisce lo statu quo e un livello di qualità che appiattisce la Rai alle televisioni commerciali attraverso la esternalizzazione dei programmi e dei servizi, la carenza dei progetti autonomi, la staticità assoluta.

La vicenda Endemol nei mesi scorsi ha scoperchiato in maniera assai chiara la passività dell'azienda di fronte a società esterne che impongono prodotti sempre più eguali a quelli delle tv commerciali.

A questo punto c'è da chiedersi se il governo non debba accelerare il cammino verso l'approvazione dei due disegni di legge, la nascita di una Fondazione di proprietà pubblica e il conseguente rinnovamento del consiglio di amministrazione, a cominciare dal presidente della Rai.

E' possibile che il governo di centro-sinistra non si renda conto dell'urgenza di una simile operazione volta al mutameto di un degrado sempre maggiore che dia alla Rai una maggiore autonomia dalla politica e, nello stesso tempo, i mezzi e l'autorevolezza per salvare il servizio pubblico.

 

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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In una situazione politica di stallo in cui il berlusconismo sembra definitivamente in crisi e gli scenari futuri del Paese appaiono quantomai incerti, Nicola Tranfaglia e Anna Petrozzi propongono una riflessione dialogica sulla storia italiana dal 1943 a oggi. La loro puntuale disamina mette in luce come settori della classe dirigente italiana, degli apparati dello Stato e dell'establishment economico - spesso responsabili di stragi e delitti eccellenti - abbiano condizionato l'alternanza democratica dei governi per mantenere il più possibile inalterati gli equilibri di una società conservatrice e talvolta reazionaria. (continua)

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