I mutanti
- Scritto il 6 settembre 2007 in Nuova società
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Se dovessimo stilare un elenco dei politici mutanti di legislatura in legislatura (la cosa vale, come è ovvio, per quei parlamentari che si tramutano in professionisti della politica), oggi al primo posto andrebbe di diritto Luciano Violante.
Eletto alla fine degli anni settanta quando era giudice istruttore di Torino, specializzato in storie di terrorismo nero, Violante era un intransigente difensore della magistratura contro una classe politica (quella del pentapartito guidata dal 76 da Bettino Craxi) che cercava di andare oltre la legge, incassava tangenti a volte per il partito, a volte per sé stessi e faceva crescere il nostro debito pubblico.
Il suo fedele compagno di quelle lotte era un altro giudice torinese Giancarlo Caselli, ora procuratore generale della Corte di Appello di Torino.
Attirò in quegli anni l'ira della destra che in parlamento giunse a chiamarlo Vishinsky con il nome del celebre inquisitore staliniano.
Nel 1993, eletto l'anno prima, presidente della spenta commissione Antimafia, guidò con energia quella commissione e scrisse due relazioni, sul rapporto tra mafia e politica e sulla camorra napoletana, che coincisero con la fase più calda dell'attacco dei corleonesi allo Stato e della provvisoria rottura tra la mafia e il partito cattolico che portò all'assassinio di Salvo Lima nel marzo 1992, alle stragi contro Falcone e Borsellino e alla cattura di Riina nel gennaio 1993. Allora divenne celebre e rispettato dalle masse popolari ostili alla mafia
Ma quando, subito dopo le prime elezioni vittoriose di Prodi, l'ex magistrato grazie al maggior partito della coalizione, il PDS, divenne presidente della Camera, la musica cambiò di colpo.
In un discorso di inaugurazione dei lavori della Camera nel maggio 1996, che suscitò notevole clamore, infilò nel testo un riferimento positivo alle ragazze di Salò che, a suo avviso, pure loro andavano ricordate in una visione bipartizan della recente storia d'Italia. L'onorevole Mirko Tremaglia, alfiere delle memorie repubblichine, si compiacque e lo lodò.
Meno si compiacquero gli storici dell'Italia repubblicana e tutti quelli che, negli anni novanta, avevano chiara la divisione tra le due Italia e la necessità di tutela degli ideali antifascisti che avevano dato vita subito dopo la guerra alla costituzione repubblicana.
La carriera politica di Violante proseguì negli anni della quinquennale opposizione piuttosto in ombra perché la fase politica era cambiata. Ma nel 2002 in un'agitata seduta alla Camera, rivelò inaspettatamente che il centro-sinistra nei primi anni novanta, aveva rassicurato Berlusconi sul destino delle sue televisioni. E anche questo inquietò la sinistra messa in guardia dal suo discorso del 1996.
Violante ormai era cambiato. Ma il vero mutamento avvenne quando, per lo scontro interno tra Fassino e D'Alema, essendo più vicino a quest'ultimo, non fu nominato ministro per i rapporti con il parlamento (gli venne preferito Vannino Chiti) e dovette accontentarsi della nomina a presidente della prima commissione della Camera, quella sugli affari costituzionali.
A quel punto, decise di porsi come il pontiere tra la maggioranza e l'opposizione in tutte le questioni più importanti in modo da segnalarsi con chiarezza.
Quella più chiara riguarda la legge sul conflitto di interessi in discussione in queste settimane e vicina ormai al rush finale.
Ha scritto e sostiene un disegno di legge che favorisce smaccatamente Berlusconi e per le modalità adottate appare inoffensivo verso il maggior soggetto investito dal conflitto.
I suoi alleati dalla Margherita ai comunisti italiani presentano emendamenti che puntano sulla ineleggibilità o sulla decadenza ex lege per essere sicuri che tutti i titolari di grandi concessioni statali non possano diventare ministri o presidenti del Consiglio.
Ma lui respinge tutti i suggerimenti. Afferma che solo così la legge può passare anche al Senato. Ma una simile tattica non conviene a nessuno, neppure all'opposizione che vuole fermarla ad ogni costo.
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