Gramsci e la storia d'Italia

Se si scorrono le pagine di quel gran libro di storia del mondo moderno che sono i "Quaderni del carcere" di Antonio Gramsci, ora che un periodo lungo settant'anni è trascorso dalla sua morte, emergono alcuni concetti che ci aiutano a comprendere elementi centrali della nostra storia.

Se dovessi indicarli per rilevanza storica partirei, riferendomi al nostro paese, ma più in generale all'Europa e all'Occidente, dalla rivoluzione passiva al trasformismo, ai processi di restaurazione e di rivoluzione, al ruolo degli intellettuali, ai processi organici e congiunturali all'analisi del fordismo e dell'americanismo.

Ma già questi primi concetti e categorie servono a guidarci nell'analisi delle vicende che caratterizzano elementi centrali del corso storico nazionale negli ultimi due secoli, soprattutto perché servono a caratterizzare la permanenza di caratteri costanti, al di là del mutare delle forme apparenti nel passaggio dei diversi regimi che in un secolo e mezzo, ormai quasi compiuto, hanno differenziato il fluire della storia postunitaria.

Il trasformismo degli uomini e dei gruppi sociali nel nostro paese hanno caratterizzato il volgere delle stagioni in tutti i periodi dell'ultimo secolo e mezzo. Che siano eredità diretta del lungo servaggio preunitario, della soggezione plurisecolare  allo straniero o abbiano trovato ancor maggior vigore dopo l'unificazione, rischia di essere oggi un problema di relativa importanza in questa sede.

Certo è che Gramsci aveva colto un punto essenziale nel Quaderno 19 (scritto tra il 1932 e il 1935 ma steso in parte negli anni precedenti e, in particolare nel 1930, appena arrivato nel carcere di Turi), quando scriveva, a questo proposito, che "tutta la vita statale italiana dal 1848 in poi è caratterizzata dal trasformismo, cioè dall'elaborazione di una sempre più larga classe dirigente nei quadri fissati dai moderati dopo il 1848 e la caduta delle utopie neoguelfe e federalistiche, con l'assorbimento graduale, ma continuo e ottenuto con metodi diversi nella loro efficacia, degli elementi attivi sorti dai gruppi alleati e anche da quelli avversari e che parevano irreconciliabilmente nemici".

Il presente offre,da questo punto di vista,un aspetto di innegabile attualità, pur essendo mutati i riferimenti legati, nell'analisi gramsciana, ai comportamenti delle classi sociali nella lotta politica nazionale.

E' difficile oggi parlare di una contrapposizione, ottocentesca o novecentesca, tra una borghesia ricca egemonizzata da ceti moderati e masse popolari e proletarie, anche perché l'analisi sociale (pur lacunosa) degli ultimi anni tende, comunque, a dividere la borghesia in strati diversi e separati che politicamente si schierano in un arco di forze politiche egemonizzate, in parte, dal populismo patrimoniale, in parte da una piattaforma conservatrice di tipo tradizionale.

E, dall'altra parte, si collocano prima di tutto forze che hanno accantonato i tradizionali ancoraggi ideologici del comunismo e del socialismo novecenteschi e contrappongono al populismo ricette provvisorie e oscillanti che provengono dalla liberaldemocrazia più meno adeguata ai tempi  al un  socialismo riformista nelle sue varie tendenze storiche. Ma, pur in un orizzonte profondamente diverso, il fenomeno del trasformismo continua a caratterizzare in maniera centrale la vita politica italiana, anche grazie alla crisi assai grave delle istituzioni repubblicane.

Ha una funzione essenzialmente difensiva e non propositiva, almeno per ora, la resistenza intransigente esercitata da quelle poche  forze politiche e sociali  che cercano di sfuggire alla capacità egemonica esercitata nel capitalismo mondializzato dalle borghesie collegate all'azione delle multinazionali in questo periodo protese all'attacco degli stati nazionali  nell'Occidente in crisi.

Le riflessioni di Gramsci sulle contraddizioni insite nel modello fordista americano e nella sua espansione sembrano, per molti aspetti, lontane dalla situazione attuale in Occidente come nel nostro paese. Ma, indagando sulla crisi nazionale, emerge, a mio avviso, la tendenza propria della "rivoluzione passiva" che presiede ai cambiamenti che hanno luogo nel nostro paese.

Cambiamenti che, a livello politico, si qualificano ancora con il termine generico e vago di "transizione" dagli anni novanta al ventunesimo secolo, o addirittura, secondo le superfatazioni giornalistiche, da una  prima repubblica in crisi da oltre un trentennio a una seconda che non riesce ancora  a prender forma.

Sommersa, come è, da progetti ancora indeterminati. E, a livello economico-sociale, oscillano tra il sogno di un'americanizzazione contraddittoria e quello di  una via mediana tra il rinnovamento del modello europeo  e l'apertura alla globalizzazione incalzante.

Sicchè sembra di essere all'esaurimento ancora non avvenuto  di una formazione sociale novecentesca e in larga parte fordista e all'apparizione, soltanto accennata, di modelli inediti. E riemerge il termine del transitorio con la difficoltà di individuare le forze in grado di operare attivamente la trasformazione o di esserne in qualche modo testimoni, di accettarle e di portarle avanti così.

Scrive Gramsci nel Quaderno 13 (1932-34): "Si verifica una crisi che talvolta si prolunga per decine di anni.Questa durata eccezionale significa che nella struttura si sono rivelate (o sono venute a maturità) contraddizioni insanabili e che le forze politiche operanti positivamente alla conservazione e difesa della struttura stessa si sforzano tuttavia di sanare entro certi limiti e di superare. "Questi sforzi incessanti e perseveranti (poiché nessuna forma sociale vorrà mai confessare di essere superata) formano il terreno dell'occasionale sul quale si organizzano le forze antagonistiche che tendono a dimostrare.....che esistono già le condizioni necessarie e sufficienti perché determinati compiti possano e quindi debbono esser risolti storicamente(debbano, perché ogni venir meno al dovere storico aumenta il disordine necessario e provoca più gravi catastrofi)".

Mi sembra questo il ritratto somigliante di una società come quella italiana negli ultimi anni che abbiamo vissuto. Una trasformazione complessiva che contiene al suo interno il vecchio e il nuovo,l'avviso prepotente di equilibri nuovi insieme al persistere non meno ostinato di caratteri che hanno accompagnato da vicino la storia repubblicana e, ancor prima, aspetti centrali della storia precedente.

Con una difficoltà, molte volte riproposta, di passi avanti che forse nascono limpidi nelle classi dirigenti ma non riescono a realizzarsi nella forma immaginata e  si volgono  piuttosto a quel che viene definita l'eterogenesi dei fini.

Basta pensare agli sforzi che si succedono da decenni all'aggiornamento delle forme di governo e delle istituzioni repubblicane e che tendono a provocare scontri parlamentari e referendum costituzionali ma a non produrre mai processi di confronto fecondo tra le forze in gioco per raggiungere il risultato  di  un progresso effettivo che sia capace di generare la condivisione degli individui e dei gruppi sociali  rimasti fedeli al patto iniziale che ha costituito il mito fondante della repubblica subito dopo la seconda guerra mondiale.

Peraltro molti altri esempi potrebbero farsi nello stesso ordine di mutamenti auspicati dalle classi dirigenti e fermati da un carattere costante degli italiani che lo stesso Gramsci, in un articolo pubblicato nel marzo 1917, richiamava sull'edizione piemontese dell'Avanti!

"Una delle forme più appariscenti e vistose del carattere italiano-scriveva allora il giovane Gramsci-è l'ipocrisia.Ipocrisia in tutte le forme della vita:nella vita familiare, nella vita politica, negli affari.

La sfiducia reciproca,il sottointeso sleale corrodono nel nostro paese tutte le forme di rapporto:i rapporti tra singolo e singolo,i rapporti tra singolo e collettività. "L'ipocrisia del carattere italiano è in dipendenza assoluta con la mancanza di libertà.

E' una forma di resistenza. L'ipocrisia nei rapporti tra singolo e collettività è una conseguenza dei paterni governi polizieschi che hanno preceduto e seguito l'unificazione del regno d'Italia.

L'ipocrisia nei rapporti tra singolo e singolo è una conseguenza dell'educazione gesuitica che si è impartita e si continua a impartirsi nelle scuole e nelle famiglie,e che scaturisce spontanea dall'esperienza della vita quotidiana".

Se pensiamo ad alcuni dei problemi che affliggono oggi la vita pubblica, come quella privata, nel primo decennio del ventunesimo secolo-dalla corruzione pubblica ai metodi mafiosi, dal degrado dei rapporti sociali all'incertezza dello stato di diritto alle eccessive disuguaglianza nei rapporti economici che ci pone al vertice dei paesi europei e occidentali-possiamo dire che questi caratteri degli italiani di cui parlava Gramsci si siano evoluti e modificati in maniera evidente? Personalmente ne dubito assai.

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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