Se la memoria non è un monopolio

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La legge approvata alla camera che porta come prima firma quella della senatrice Sabina Rossa, figlia dell’operaio Guido Rossa ucciso a Genova dalle Brigate Rosse, ha istituito il giorno della memoria per le vittime del terrorismo e della mafia. La legge è stata approvata  a grande maggioranza con la significativa eccezione dei gruppi parlamentari di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani. Anche questi ultimi gruppi erano favorevoli all’istituzione di un giorno della memoria per ricordare quelle vittime, ma lo scontro si è acceso e ha portato all’astensione di questa parte della sinistra perchè il giorno scelto è quello della morte di Aldo Moro il 9 maggio 1978.

Da parte dei deputati che si sono astenuti non c’era accordo su quella data del 9 maggio ma si riteneva invece che d’accordo con le ricerche storiche ormai consolidate fosse ragionevole individuare la data in quella del 12 dicembre 1969 in venne compiuta la strage di Piazza Fontana a Milano.Ora non c’è dubbio che dal punto di vista storico è proprio quella strage che uccise 17 persone innocenti, che diede inizio alla strategia della tensione seguita negli anni successivi da molte altre stragi come quella di Brescia in Piazza della Loggia o quella del treno Italicus e via di seguito fino alla strage della stazione di Bologna nel 1980,piuttosto che la data del 9 maggio 1978 che fece parte della lotta contro il compromesso storico da parte delle Brigate Rosse e delle potenze interessate alla sconfitta di quell’alleanza tra Partito comunista e Democrazia cristiana.

Nel dibattito parlamentare qualcuno, per l’esattezza l’on. Santelli di alleanza Nazionale, non ha contestato l’analisi storica di quel periodo compiuta da chi scrive ma ha detto addirittura che il Parlamento doveva decidere in assoluta autonomia rispetto alla storia ed era più simbolica a suo avviso la morte di Moro piuttosto che la morte di centinaia di persone (per l’esattezza 350 morti) che erano avvenute in tutti gli anni Settanta.Certo è che l’approvazione di quella legge compiuta da parte del gruppo parlamentare che ormai si chiama partito democratico d’accordo con Forza Italia e Alleanza Nazionale dimostra che anche sul piano della memoria ormai nell’ambito delle varie coalizioni si rivelino posizioni contrastanti o almeno difficili da conciliare e che il passato nel nostro Paese sia ancora oggetto di negoziati e scambi politici che non sono facilmente immaginabili dall’opinione pubblica.

Ad ogni modo si può dire che l’istituzione di un altro giorno della memoria, dopo quello del 27 gennaio per il massacro degli ebrei e quello del 12 febbraio per le Foibe, mostra una tendenza del Parlamento a moltiplicare le iniziative legislative di questo genere che da una parte dovrebbero significare la possibilità prima o poi di arrivare ad una memoria condivisa, ma di fatto non fanno che riaccendere polemiche; e dall’altra una difficoltà di linguaggio che esiste ancora e molto forte tra una parte della destra e una parte della sinistra.

Quanto al cosiddetto  centro che in Parlamento è rappresentato da alcuni piccoli partiti e dall’Unione di centro di Casini non c’è dubbio che ci sia una notevole oscillazione negli atteggiamenti assunti di fronte a questa discussione perché a loro volta questi piccoli partiti mostrano in parlamento di avere due ali diverse: una conciliante  e l’altra più polemica.

Lo si è visto anche ieri l’altro con gli interventi di Giovanardi  dell’Unione di centro che respingeva qualunque analisi storica che prescindesse dalla data del 9 maggio 1978 o, per quanto la Lega dell’on. Cota, che da solo ha sostenuto l’idea che la data da scegliere fosse quella della morte del fattorino Floris ucciso a Genova all’inizio degli anni Settanta. Da questo punto di vista il dibattito ha mostrato dunque l’esistenza indubbia  di italie diverse che quando parlano del passato prescindono completamente dai risultati degli studi storici o cercano di usarli per vicende assai contingenti. 

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Chi sono

Sono stato deputato nella Quindicesima Legislatura, attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

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Nel 1991, un anno prima delle stragi di Capaci e di via d'Amelio, era già chiaro, per chi avesse la lucidità necessaria, che la mafia o, meglio, le mafie italiane avevano un metodo di comportamento che si stava espandendo nelle istituzioni politiche e nella società civile dell'Italia contemporanea e che la reazione dello Stato si era dimostrata, fino a quel momento, debole e inefficace. Quello che sta accadendo ora appare come la conseguenza di una lunga coabitazione tra mafia e politica che è destinata a durare ancora fino a quando lo Stato non debellerà il fenomeno mafioso. (continua)

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