Alla ricerca della pace

Quella che passerà alla storia come guerra di Gaza è una prova ulteriore dello smarrimento piscologico che ha preso gli uomini del mondo intero e che rischia di allontanare di più la speranza di pace in Medio Oriente. Negli ultimi quindici anni si era arrivati, grazie a uomini come Rabin e Perez in Israele e Arafat in Palestina, alla firma di un trattato di pace per far nascere due stati indipendenti  in quella terra tormentata ma questo trattato è stato strappato negli anni successivi e la vittoria politica di Hamas in Palestina che non accetta lo stato di Israele  ha riaperto lo scontro in quella parte del mondo fino alla guerra degli ultimi giorni che ha provocato più di cinquecento morti e migliaia di feriti, tra i quali ci sono molte  decine di civili. Le responsabilità della violenza non sono soltanto di Hamas o soltanto di Israele ma di tutti e due gli interlocutori della crisi che hanno tradito l'accordo di Oslo e la firma di Rabin e di Harafat. Bisogna che l'uno e l'altro lascino questa politica e scelgano la pace come l'obbiettivo di fondo di ogni loro azione. Hamas non può rimettere in discussione Israele in Palestina perché questo è ormai avvenuto e non si ritorna indietro. Ma anche Israele deve accettare che i palestinesi abbiano il proprio stato sovrano e indipendente in quella parte del mondo. (continua)


Università che cosa fare per rilanciarla

A seguire i telegiornali, qualcuno potrebbe aver l'impressione che la coalizione berlusconiana ha preso a cuore il problema dell'università e i "conservatori" del centro-sinistra si oppongono alla riforma. Ma non è così  perché la  "riforma" della destra si concreta in un solo punto: tagliare professori e fondi ai nostri atenei in modo che debbano  sostituire al servizio pubblico universitario  fondazioni  alimentate dall'industria e dalla finanza privata. L' università, invece, ha bisogno di una riforma efficace per  tre ragioni: negli ultimi trent'anni, è cresciuta in maniera  sconsiderata, moltiplicando le sedi centrali e quelle periferiche, e facendo nascere atenei  con biblioteche e laboratori insufficienti, con pochi professori e, spesso, con pochi studenti.

Occorrerebbe   mettere ordine nell'attuale geografia e valutare  quali di questi atenei meritino di sopravvivere. Troppi concorsi sono scontati nei risultati e colpisce il fatto che nessun governo abbia sostituito i concorsi locali con uno  nazionale e con una lista di idonei che duri tre anni, decisa da una commissione nazionale eletta da tutti i docenti, che stabilisca un numero di idonei  non superiore alle esigenze fissate di anno in anno. Ultimo punto è l'aumento dei  fondi di ricerca  rispetto agli attuali stanziamenti,    valutati in maniera da  non assegnare più fondi a quei ricercatori che non conseguono risultati soddisfacenti. E ancora  dovrebbe cambiare  la formazione degli organi di governo, a cominciare dal Senato accademico e dal consiglio di amministrazione di ogni università, che abbia al suo interno  personalità esterne  in grado di portare, nella gestione dei fondi, esigenze  della società e non solo  i bisogni corporativi del mondo accademico. (continua)



Sempre più mafia nell'attività politica nazionale e internazionale

L'interesse maggiore del seminario di Palermo sul crimine dei colletti bianchi e specificamente della sezione che si occupa della criminalità nella politica sta nell'affrontare apertamente, con ragionamenti teorici ma anche con indicazione di fatti precisi, il problema della presenza sempre maggiore del metodo mafioso e criminale nell'attività politica nazionale e internazionale.

Nella riunione del 17 dicembre, a cui ho partecipato con una relazione, mi è parso necessario sottolineare come sempre di più personaggi del mondo politico che hanno avuto e magari continuano ad avere rapporti stretti con l'una o l'altra associazione mafiosa (in particolare Cosa nostra siciliana, la ‘Ndrangheta calabrese e la Camorra napoletana) ricoprono sullo scenario regionale, nazionale o internazionale incarichi di primo piano che vanno dalla presidenza del Consiglio dei ministri (come è avvenuto per sette volte a Giulio Andreotti e per quattro volte a Silvio Berlusconi) o alla presidenza di una giunta regionale (come è accaduto negli anni ottanta a Teardo in Liguria e oggi a Salvatore Cuffaro in Sicilia) (continua)



La tentazione di sbancare il banco

Nella conferenza di fine d'anno, il presidente del Consiglio ha voluto aggiungere alle riforme istituzionali,  cui il federalismo fiscale sembrava ormai il caposaldo accettato almeno nelle linee generali da maggioranza e opposizione, la prospettiva dell'adozione di un sistema presidenziale.

E' vero che il tema venne affacciato già nel 1994 nella breve esperienza del primo governo Berlusconi e che durante la bicamerale del 1997-98 presieduta da Massimo D'Alema se ne parlò a lungo ma l'annuncio del Cavaliere è giunto inaspettato e ha suscitato immediatamente l'opposizione della Lega che si preoccupa molto che possa ritardare l'approvazione della riforma federale.

Ora, di fronte a quella che anche molti osservatori stranieri, definiscono una vera e propria "dittatura della maggioranza" e che gli italiani vedono come un aperto disprezzo delle istituzioni parlamentari da parte del governo e del suo presidente, rilanciare il presidenzialismo appare una mossa almeno rischiosa. Sia perché il cambiamento della costituzione già in corso con l'attuazione del federalismo e con la separazione delle carriere per i giudici comporterà, soprattutto per il secondo aspetto, uno scontro aperto con una parte rilevante delle opposizioni (Casini sembra più disponibile ad accettare, alla fine, i progetti del governo di centro-destra) sia perché non basta parlare di presidenzialismo quando esistono varie possibili opzioni in direzione del modello americano o piuttosto di quello francese o di altri paesi. (continua)



Il crimine dei colletti bianchi

Di Teresa de Palma
Ieri a Palermo, di fronte a duecento corsisti che erano in parte studenti universitari, in parte laureati che si preparavano al concorso per la magistratura, in parte ancora agenti delle forze dell'ordine, si è tenuto un pomeriggio di studio e di dibattito a cui hanno partecipato come relatore il procuratore aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato, lo storico Nicola Tranfaglia dell'Universitàdi Torino, la professoressa Alessandra Dino sociologa dell'Università di Palermo.

L' iniziativa, organizzata  quest'anno dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università degli sudi di Palermo, in collaborazione con l'ufficio dei Referenti per la formazione professionale del Distretto di Palermo del Consiglio Superiore della Magistratura e con l'Associazione Nazionale Magistrati, è di particolare interesse perché affronta un problema centrale della società italiana in questi anni: la penetrazione del metodo mafioso nella nostra vita istituzionale ed economica. (continua)



Gelli e la politica

 

 

 

 

Chi l'avrebbe potuto prevedere, soltanto due anni fa? Uno dei quotidiani più diffusi in Italia (si colloca subito  dietro "Il Corriere della sera","La Repubblica" e "Il Sole 24 ore"), parlo de "la Stampa", di Torino, diretta da Giulio Anselmi, ha pubblicato ieri un'intervista lunga una pagina intera a Licio Gelli, il Venerabile della Loggia P2, ritornato agli onori della cronaca non solo  politica, ora presente ogni settimana su Odeon TV.

 La giustizia italiana, malgrado numerosi processi intentati negli ultimi venticinque anni dopo la scoperta della Loggia e l'inchiesta parlamentare del 1982, non è giunta - come succede sempre nei confronti dei ricchi e dei potenti - a nessun risultato. Sicchè Licio Gelli è un cittadino libero e dotato di idee assai precise su sé stesso, come sull'Italia. Per prima cosa fa una domanda retorica  al giornalista: "Il mio piano rinascita ha trionfato, non crede?" E subito dopo: "Berlusconi se ne é letteralmente abbeverato, la giustizia e le carriere separate dei giudici, le tv, i club rotariani in politica...Già, proprio come Forza Italia. Apprezzo che non abbia mai rinnegato la sua iscrizione alla P2, e del resto come poteva?" I riferimenti di Gelli sono limpidi. Quando parla del piano rinascita, ricorda il suo "Piano di rinascita democratica" sequestrato a sua figlia all'aeroporto di Linate, che prevedeva appunto l'addomesticamento della stampa e della tv (chi potrebbe negarlo oggi?), la divisione dei sindacati (innegabile, senza dubbio), la separazione delle carriere e altri obbiettivi minori. (continua)



Luoghi comuni

I figli del boss, la mafia e i tornei di yo yo
Ieri uno dei più diffusi quotidiani del nostro paese, La Repubblica, ha dedicato una pagina intera a un'intervista con i due figli di Bernardo Provenzano, il capo mafia arrestato l'11 aprile 2006 dopo 43 anni di latitanza. Che cosa emerge da quella intervista? Nulla di nuovo, purtroppo. i due figli difendono il padre, come è naturale, avanzano dubbi a volte assai discutibili  sulla natura della mafia e rifiutano, addirittura l'idea, ormaiconsolidata tra gli storici e nell'opinione pubblica internazionale,che si tratti, prima di tutto, di un'organizzazione criminale.

Ma l'aspetto più preoccupante è che i due figli di Provenzano tendono a vedere in Falcone e Borsellino non due eroici servitori dello Stato ma due martiri "immolati sulla ragion di Stato" e  la storia della mafia come un grande segreto che nessuno conosce. Insomma, i figli del capomafia Provenzano non accettano la storia documentata  della mafia che ormai conosciamo e ne propongono una nuova che ripropone, ahimè, le vecchie idee che sulla mafia dominavano cinquant'anni fa in Sicilia, ma anche nel resto d'Italia (la mafia come mafiosità e pura mentalità culturale). E questo peraltro  serve  a non condannare il padre ma anche a non riconoscere il significato morale e storico della lotta che giudici, politici, società civile hanno condotto contro Cosa Nostra. (continua)



Proposte per cambiare l'università

A seguire i telegiornali o i talk-shows televisivi, qualcuno potrebbe aver l'impressione che la coalizione di maggioranza ha preso a cuore il problema della nostra università e quei conservatori del centro-sinistra si oppongono a qualsiasi riforma. Ma non è così. Le cose stanno assai diversamente perché la cosiddetta riforma del centro-destra si concreta in un solo punto: tagliare professori e fondi ai nostri atenei in modo che molto presto debbano chiudere e sostituire al servizio pubblico universitario fondazioni private che dipendano in tutto o quasi dalle risorse dell'industria e della finanza nazionale.

E' chiaro che un simile indirizzo non piace agli studenti, come ai professori, qualunque idea politica abbiano in questo momento. La verità è che la nostra università ha bisogno di una riforma efficace per almeno tre ragioni: la prima è che, negli ultimi trent'anni, è cresciuta in maniera disordinata e sconsiderata moltiplicando le sedi centrali e quelle periferiche e facendo nascere atenei spesso con biblioteche e laboratori insufficienti, con pochi professori e spesso con pochi studenti. Occorrerebbe quindi come prima cosa mettere ordine nell'attuale geografia e valutare con obbiettività quali di questi atenei meritano di sopravvivere. (continua)



Chi sono

Sono stato deputato nella quindicesima legislatura attivo nelle commissioni Cultura e in quella di Vigilanza. Politicamente lavoro all'interno delle forze che si oppongono al governo Berlusconi. Dal 3 dicembre 2007 sono professore emerito di Storia dell'Europa e del Giornalismo nell'Università di Torino.

Il libro: Perché la mafia ha vinto. Classi dirigenti e lotta alla mafia nell'Italia unita (1861-2008)

A prima vista il titolo di questo libro è l'amara constatazione di chi ha seguito, nell'ultimo trentennio, la lotta che le classi dirigenti italiane hanno condotto contro l'espansione del fenomeno mafioso nel Mezzogiorno e nell'Italia intera. C'è stata, in questo periodo, un'oscillazione tra accantonamento della questione mafiosa e di tanto in tanto una st (continua)