- Scritto il 14 maggio 2012
in Politica
Guido Rossi che è, per chi ha lavorato a lungo nei quotidiani italiani e si occupa, ormai da decenni, di Storia della stampa italiana, di sicuro il miglior acquisto del Sole-24 ore nell'ultimo anno di vita, ha ricordato una frase icastica del mio economista preferito, John Maynard Keynes,che i governi attuali in Occidente sembrano aver del tutto dimenticato: "Quando l'economia (...) è ridotta a un casinò vuol dire che le cose non vanno affatto bene." (continua)
- Scritto il 25 aprile 2012
in Articolo21
Non c'è un paese in Europa nel quale una sentenza, come quella della corte suprema di Cassazione nel processo Dell'Utri passerebbe senza conseguenze politiche, come è avvenuto ieri seguendo quello che è emerso dagli schermi televisivi. Il telegiornale serale della Rete Uno, ammiraglia della Rai, non ne ha addirittura parlato. Eppure quella sentenza del marzo scorso, di cui si sono appena conosciute le motivazioni, è di particolare gravità, anche se appare per molti versi contraddittoria.
I giudici hanno annullato la sentenza di condanna per il concorso esterno del senatore palermitano a sette anni di carcere perché affermano che, tra il 1977 e il 1982, quando, con la mediazione di Dell'Utri, si realizzò il patto di protezione della famiglia Berlusconi da parte dei capi della mafia siciliana dietro versamento da parte dell'imprenditore-venditore milanese di somme cospicue a Cosa Nostra. Quello che potrebbe salvare Dell'Utri dalla condanna e quindi va accertato, in senso positivo o negativo, dalla Corte di Appello che dovrà rifare il processo è il fatto che in quel periodo il siciliano non lavorò per Berlusconi ma per un altro imprenditore a sua volta indiziato di rapporti con Cosa Nostra, Giuseppe Rapisarda. Del resto, secondo la Cassazione, l'assunzione del mafioso Mangano ad Arcore venne compiuta con l'intervento di Dell'Utri anche se questi in quel momento non lavorava direttamente per Berlusconi. (continua)
- Scritto il 19 aprile 2012
in Articolo21
A leggere con attenzione la reazione che ha avuto Confalonieri, presidente del gruppo di proprietà dell'ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi (per ora in riserva ma destinato a ritornare in prima linea nel prossimo scontro politico-elettorale, non sappiamo ancora quando) c'è da pensare che la destra italiana che fa capo al Caimano perda subito la calma quando l'antico duopolio fissato dalla legge Mammì del 1990 corre qualche pericolo.
La decisione del governo Monti peraltro, questo è certo, ormai connotato a destra, di abolire il beauty-contest e di indire, nei prossimi quattro mesi, un'asta aperta a tutti i competitori, ha destato immediatamente l'allarme di Confalonieri e del Caimano, pensando al rischio che altri (e non certo la Rai, a quanto è stato subito chiarito) possano acquistare parte o tutte le frequenze in palio e rompere il duopolio di cui abbiamo parlato.
Poco importa a Confalonieri che la situazione italiana gridi vendetta nel vecchio continente sia perché il conflitto di interessi che riguarda Mediaset in diciassette anni di potere non è stato neppure scalfito, sia perché è ormai noto attraverso i dati dell'Istat e di ogni altro istituto che quasi l'ottanta per cento degli italiani apprende le notizie attraverso i canali televisivi pubblici e privati. E ancora perché, sono ormai stanco di ripeterlo, la stampa quotidiana percepisce una fetta molto piccola della pubblicità del mercato che va a finire essenzialmente nelle tasche di Mediaset o della tv pubblica. (continua)
- Scritto il 11 aprile 2012
in Antimafia Duemila
Su una cosa si può giurare in Italia senza timore di sbagliare. Gli uomini e le donne del bel paese hanno le dimissioni quasi impossibili e se si scommette - come ho fatto ieri distratto con un amico - sul passo indietro di Rosy Mauro, tuttora - difficile a credersi - vicepresidente del Senato della Repubblica, si vince senza nessuna difficoltà.
Se Roberto Maroni diverrà l'erede del bossismo leghista (la cosa è probabile ma purtroppo già si parla di Roberto Cota, presidente regionale del Piemonte semileghista, come terzo uomo del grottesco triumvirato di Pontida) c'è da scommettere che la Nera, povera di competenze culturali, sarà espulsa a furor di popolo dal movimento che a Bergamo si è munita di robuste scope color pisello. Consentiteci di aver qualche dubbio sul fatto che le cose vadano proprio così ma non c'è dubbio - come ha sostenuto in passato il leader del PD, Massimo D'Alema, che possa succedere persino così. Resta il fatto, a mio avviso, che il matrimonio tra Lega e PDL possa ricomporsi perché troppo diversi sono i due partiti (o presunti tali) che ci hanno governato di sicuro alla peggio, nei primi tre anni di questa sciagurata legislatura. (continua)
- Scritto il 9 aprile 2012
in Articolo21
Chi come me ha letto con interesse ed ha conosciuto (una sera a Roma, ricordo, a casa di Eugenio Scalfari quando scrivevo sul quotidiano da lui diretto) e una certa partecipazione emotiva il Diario italiano che l'editore Laterza ha pubblicato sei anni fa e nella quale la giornalista de La Repubblica aveva raccolto accuratamente cronache e commenti di oltre trent'anni di storia italiana sui grandi e piccoli problemi del nostro paese e della società italiana, oggi è triste per la scomparsa di Miriam.
A rileggere quel volume, scritto con fretta giornalistica ma con sicura onestà giornalistica (una merce oggi, così mi pare, meno frequente di qualche anno fa) si ritrovano tutte le questioni ancora irrisolte nella penisola: da quella della laicità dello Stato che persino molti ex dirigenti del PCI sembrano aver dimenticato, alla legge sulla fecondazione artificiale che la destra al potere, negli ultimi vent'anni, ha di fatto conculcato con singolare assiduità, all'agonia e quasi alla morte dei partiti politici, quelli che avrebbero dovuto continuare ad essere i pilastri della nostra democrazia repubblicana ed ora boccheggiano, alle divisioni interne prima tra le forze della sinistra e dell'Ulivo di Prodi, quindi alla difesa dei diritti dei lavoratori che stanno vivendo oggi un amaro tramonto. (continua)
- Scritto il 6 aprile 2012
in Articolo21
La caduta di Bossi è arrivata improvvisa come quella di Berlusconi nel novembre scorso. Ma né l'una né l'altra sono state improvvise per chi segue quotidianamente la politica italiana nelle convulsioni che la caratterizzavano in questa frenetica sedicesima legislatura. La mancanza di una legge idonea a controllare i bilanci dei partiti (soltanto il Partito democratico si è attrezzato di recente a far certificare il proprio bilancio...ma gli scandali di Penati e altri avvenuti poco tempo fa mostrano che questo non è sufficiente) che sarebbe necessario come il pane in uno scenario che dà tutti i poteri al capo e nessuno quasi agli iscritti e ai dirigenti, rende abbastanza facile ai capi soprattutto quando sono veri despoti come ancora ce ne sono a destra o a sinistra (basta pensare alla situazione dell'Italia dei Valori, per far soltanto un esempio, neppure tanto a caso) disporre senza controllo dei giganteschi rimborsi elettorali come alle donazioni private che arrivano sempre a una forza politica e fare spese pazze per la famiglia, per i propri prediletti o per la corte che di solito li circonda. (continua)
- Scritto il 3 aprile 2012
in Il Fatto Quotidiano
Di sicuro pochi sanno oggi soprattutto tra i più giovani chi era Rosario Bentivegna, il medico romano di novant'anni che è morto all'improvviso nella capitale, dopo una lunga vita nella quale polemiche infinite lo avevano accompagnato per quell'azione partigiana di cui era stato protagonista il 23 marzo 1944 nella Roma, occupata dalle truppe naziste e dai fascisti loro alleati. Bentivegna che era nato a Roma il 22 giugno 1922, era un combattente dei GAP, i gruppi di azione partigiani che nella capitale occupata compivano azioni audaci contro gli occupanti, su ordine del Comitato di Liberazione Nazionale. In particolare fu GiorgioAmendola, rappresentante del PCI nella giunta del CLN, a ideare l'azione e ad ordinarla al Gap di cui faceva parte Benntivegna.
L'obbiettivo dell'azione che, nel primo pomeriggio del 23 marzo, si tradusse nell'attacco all'undicesima compagnia del III Battaglione del Reggimento di poliziotti sudtirolesi di Bolzano, arruolati nel Sud Tirolo dalla polizia tedesca il 1 ottobre 1943, consistette nell'esplosione di una bomba al passaggio dei soldati in via Rasella provocando la morte di 32 militari e il ferimento di altri 110, oltre a due vittime civili. Dei feriti, uno morì poco dopo il ricovero mentre nei giorni seguenti altri nove militari persero la vita, portando a 42 il totale dei caduti. (continua)
- Scritto il 27 marzo 2012
in Il Fatto Quotidiano
Come accade sovente in questi tempi frenetici e troppo contratti, il ricordo di Marco Biagi - il giuslavorista emiliano, ucciso il 19 marzo 2002, dieci anni fa dalle Nuove Brigate Rosse, nella fase più feroce e incomprensibile del terrorismo italiano - ha trovato più spazio nei quotidiani della sinistra italiana a cominciare dall'
Unità, che in quelli del centro-destra diviso in queste settimane da lotte e contrasti tra i berlusconiani e quelli che se ne sono più o meno staccati, i leghisti di Bossi e di Maroni,o gli ex fascisti raccolti intorno al presidente della Camera Giancarlo Fini.
Non è un caso ,mi pare, che le cose siano andate così perché soltanto i disperati fautori delle Nuove (ed effimere) Brigate Rosse degli inizi del secolo ventunesimo potevano aver individuato nell'ancor giovane studioso della legislazione italiana ed europea sul diritto del lavoro il bersaglio per un omicidio che non ha nessuna giustificazione sul piano storico e culturale. (continua)